L’Unità d’Italia che nasce dalle diversità

L’UNITA’ (D’ITALIA) CHE NASCE DALLE DIVERSITA’

di Gabriele De Blasi

Recandoci in un grande magazzino, troveremmo tutti i materiali necessari per fare una casa: ma non potremmo trovare “la” casa; una casa non si fa solo con i mattoni o con il legno, non si fa solo col cemento; una gru e una ruspa, poi, sono due cose diverse, e una scala sarà ben diversa da una betoniera; l’idraulico avrà compiti ben diversi da un muratore, e potremmo andare avanti: insomma, per rendere l’unità di qualsiasi cosa, avremo bisogno delle diversità.

Pensiamo alla Prima Lettera ai Corinzi, laddove Paolo dice in sostanza la stessa cosa: “Ora il corpo non è di un membro solo, ma di molte membra”. Ora, pensiamo al centocinquantesimo anniversario dell'”unità” d’Italia. Parlare, come fa qualcuno, dell’unità del nostro Paese solo come frutto di quattro guerre d’indipendenza è come costruire una casa curandosi solo del terreno.

L’unità è sempre un progetto “in itinere” e centocinquant’anni sono solo un attimo. Dal Salmo 90: “Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte”. Allora, qual è il progetto? L’Italia è un crogiuolo di razze ed etnie, che vivono, in fondo, su un fazzoletto di terra. E allora, come si fa a dire che dobbiamo essere “padroni in casa nostra”? Ci sarà, forse, qualche atto ufficiale che certifichi la “proprietà” dell’Italia da parte di qualche individuo? Le grandi migrazioni hanno sempre caratterizzato la penisola italica, dall’Impero Romano in poi: e si tratta di un processo storico inevitabile, ancor più oggi con il moltiplicarsi delle possibilità e capacità di comunicazione. Il Concilio Vaticano II aveva profeticamente chiamato i cristiani all’insurrezione delle coscienze, prefigurando l’attuale momento storico. Poi, più di qualcuno ha provato a metterci un bavaglio, o un silenziatore, ma il seme, per fortuna, era già stato sparso: e quello germoglia sempre, indipendentemente dalla nostra volontà.

 

Nella foto l’opera dal titolo   Il 26 aprile 1859  in Firenze di Edoardo Borrani,

Nato a Pisa il 22 agosto 1833, Borrani fece  i primi passi nella pittura, alla quale era stato avviato dal padre, con Gaetano Bianchi, che aiutò nei restauri del Chiostro Verde e in quelli di S. Croce. Incontratosi con Signorini e Cabianca nel 1853 ai tavoli del Caffè dell’Onore, in Borgo la Croce, fu tra i primi a dipingere all’aperto, intorno a Firenze, poi sull’Appennino pistoiese con Sernesi e a Castiglioncello. Borrani aveva già ottenuto un premio all’Accademia, quando studiava ancora col Bezzuoli. Appartengono agli anni ’60 i ripetuti soggiorni da Martelli a Castiglioncello. Borrani ebbe riconoscimenti, poiché per un certo periodo continuò nella pittura storica, alternandola con i paesaggi. E paesaggi dipingeva con Signorini, Banti e Cabianca in Liguria, con Sernesi sull’ Appennino, a Pergentina col Lega, col quale Borrani divenne sempre più amico. In questi due artisti infatti è forte la suggestione della costruttività quattrocentesca, che caratterizza il periodo iniziale del Borrani.  Morì a Firenze il 14 settembre 1905. (fonte: http://www.lungomarecastiglioncello.it/MACCHIAIOLI/BORRANI/~Borraniind.htm)
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