Il giornalista Marco Damilano con il monologo su Aldo Moro chiude la rassegna “Io non l’ho interrotta”

MARCO DAMILANO

LECCE. Diego Zoro Bianchi sarà l’ospite “a sorpresa” della serata finale della rassegna Io non l’ho interrotta, che si concluderà sabato 7 luglio al Castello Volante De’ Monti di Corigliano d’Otranto. Il conduttore di Propaganda live si aggiunge, dunque, alla lunga lista di relatori della tre giorni, partita giovedì 5, di giornalismo e comunicazione politica ideata e organizzata dalla Cooperativa Coolclub e dal Comune di Corigliano d’Otranto in collaborazione con l’AlambiccoConversazioni sul FuturoArgentoVivo – Collettivo FotograficoCoreACoreOrdine dei giornalisti della Puglia e con il sostegno del Comitato Regionale per le Comunicazioni (Co.Re.Com.) Puglia.

La giornata finale prenderà il via alle 10 alle Officine Culturali Ergot di Lecce con “Crisi sui media. Crisi dei media” con Ilenia Colonna (Ph.D. in Scienze della Mente e delle Relazioni Umane presso l’Università del Salento) e Luca Bandirali(docente di “Teorie e Tecniche del linguaggio audiovisivo” all’Università del Salento). Dalle 20 al Castello Volante De’ Monti di Corigliano d’Otranto si parlerà di “Scena e retroscena” con Filippo Ceccarelli (La Repubblica), Angela Mauro (Huffington Post) e Fulvio Totaro (TgrPuglia). A seguire “Il racconto della crisi infinita” con Paolo Celata (TgLa7), Marino Sinibaldi (Direttore Rai Radio3), Antonio Sofi (giornalista e autore tv), Diego Zoro Bianchi (Propaganda Live) e Marco Damilano (Direttore L’Espresso) che chiuderà il festival con il suo monologo “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia“, tratto dall’omonimo volume pubblicato da Feltrinelli.

Via Fani è stato il luogo del nostro destino. La Dallas italiana, le nostre Twin Towers. Nel 1978, l’anno di mezzo tra il ’68 e l’89. Tra il bianco e nero e il colore. Lo spartiacque tra diverse generazioni che cresceranno tra il prima e il dopo: il tutto della politica – gli ideali e il sangue – e il suo nulla. Il sequestro di Aldo Moro ha segnato la fine della Repubblica dei partiti. Marco Damilano torna su quell’istante, le nove del mattino del 16 marzo 1978, in cui il presidente della De fu rapito e gli uomini della sua scorta massacrati. Fu l’inizio di un dramma nazionale e di una lunga rimozione. Un viaggio nella memoria personale e collettiva, nei luoghi, nelle correlazioni con altri protagonisti di quegli anni come Sciascia e Pasolini. Le carte personali di Moro rimaste finora inedite, le foto, i ritagli, gli scambi epistolari con politici, intellettuali, giornalisti, persone comuni. La ricostruzione della sua strategia e della sua umanità, strappata all’immagine di prigioniero delle Brigate rosse e restituita al ruolo politico di chi aveva capito meglio di tutti l’Italia, “il paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili”, e la debolezza del potere. Dopo l’assassinio di Moro, il 9 maggio, al termine di 55 giorni di tragedia, sono arrivate la morte di Berlinguer, la dissoluzione della Dc, Tangentopoli e la latitanza di Craxi in Tunisia. Fino all’ultima stagione, con la politica che da orizzonte di senso per milioni di italiani si è fatta narcisismo e nichilismo, cedendo alla paura e alla rabbia. Per questo la voce di Moro parla ancora, come aveva previsto lui stesso: “lo ci sarò come un punto irriducibile di contestazione e alternativa”.

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