Il Luogo delle parole- dialogo virtuale sulla scrittura di pietra

Lecce 22 aprile 2009 da Il Paese nuovo – Quotidiano del Salento


Nella Singlossia i due linguaggi, visivo e verbale, si intrecciano e tessono trame che consentono al linguaggio in sé di esprimersi nello scorrere del tempo.
L’opera trova la sua esplicazione attraverso questo intreccio, nodo di “verbimmagine” che porta il linguaggio al raggiungimento del pieno conoscimento di sé.
Francesco Pasca, dipinge dal 1963. Negli anni ’80, l’incontro con Rossana Apicella gli apre le porte della Singlossia, catapultandolo in un percorso di ricerca che, dagli inizi pittorici del ’63 ad oggi, lo ha visto scorrere fra la pittura e via via fondersi fra immagine e testo.
In “Otranto. Il luogo delle parole”, Il Raggio Verde Edizioni, è questo che fa. Otranto. La Cattedrale ed il suo Albero della Vita, Pantaleone ed il suo simbolismo, fungono da pretesto per accedere allo spazio temporale creato da parole e immagini che, dal pavimento della Cattedrale di Otranto, richiamano fortemente il presente, tessendo una trama fra le tessere del mosaico ed il battere su di una tastiera. Tessendo una trama che è un filo continuo fra passato e presente, filo continuo che genera futuro.

 

Francesco Pasca affronta questa ricerca entrando in uno stato di morte apparente, creando e ricreando se stesso sul monitor di un pc, uscendo da sé per osservarsi. Allo stesso modo di come anni prima il poeta di Maglie, Salvatore Toma, tracciava la via per uscire fuori dal corpo, individuando nella morte non la fine, ma un nuovo inizio.
Salvatore Toma tracciava questa via:
“…Ci ho messo una croce e ci ho scritto sopra, oltre al mio nome, una buona dose di vita vissuta. Poi sono uscito per strada a guardare la gente con occhi diversi…”
Francesco Pasca continuava questa strada percorrendola in modo diverso, arricchendola di particolari commistioni con le nuove tecnologie:
“Si esce da sé e ci si osserva. […] La morte, in questo momento, è tale solo se considerata la fine assoluta di tutte le cose. Nel suo caso diventa il simbolo dell’esistenza.”
Percorrendo le tessere di un mosaico, Francesco Pasca scorre la sua vita lungo i tasti di una tastiera e proietta se stesso sul monitor di un pc, creandosi e, a sua volta, ricreandosi sotto nomi diversi e si osserva. Ora, i suoi alter ego osservano lui, lui osserva i suoi alter ego. Per indagare l’immaginario di un quadrato magico esce da sé entrando nello spazio temporale racchiuso fra il passato ed il presente, cercando di generare scenari futuri. Il testo si fa immagine, o mosaico. Il mosaico si fa testo. Testo e immagine si fondono come lo stesso autore si sdoppia e si triplica e si fonde in un gioco di sguardi gettati su se stesso.
Le tessere del mosaico sono, per Pasca, il filo conduttore con ciò che, nel presente, ci lega alla creazione del futuro.
Le evoluzioni portate dalle nuove tecnologie:
“[…] ki sno…Giuliana il mio nme…sno nata a poke centinaia di metri…[…]” Sono le tessere mancanti del mosaico di Pantaleone.
Tutto si lega a tutto.


Francesco Aprile

 

La Singlossia


Parole in libertà e uso creativo di parole. A quale scopo, se non per rendere immediati i segni impressi del pensiero, i giri della mente. Un turbinio di suoni laceranti, appuntiti, diretti e liberi da predisposti formulari di maniera. Un’esperienza che ha impegnato in maniera evidente e scaltra soprattutto gli intelletti nel secolo scorso. Qualcosa cambiava all’inizio del ‘900: la cultura usciva dai salotti per incontrare la dimensione umana che viveva di affrettati e frettolosi incontri. Per allontanarsi da formule, si inventavano linguaggi nuovi. Un linguaggio giovane, perché giovane è stato ogni tempo di/dopo ogni tempo; una sfida ed un giro di vite attivo oltre ogni tempo.
Il secolo più veloce di tutti i secoli è stato segnato da svolte linguistiche periodiche, sintomatiche del senso di velocità, di immediatezza, in una sintesi che divenisse subito significato ed emozione. Ed Immagine di pensiero.
Un bisogno di sintesi che Francesco Pasca, intellettuale della penna e del pennello, sente in sé. Ed indugia sulle immagini. Le manipola come parole. Un progetto articolato che attiva percorsi anticonvenzionali attraverso la mediazione della capacità-disponibilità di apertura ad altri linguaggi inconsueti. Per spiegare, capire, riavvolgere i link storici. Non un’operazione nuova. Alla programmata organizzazione e all’ambizione di convogliare in un unico elemento rappresentativo artistico ci avevano già pensato, riuscendovi, nel lontano cinquecento.

La poesia metafisica di John Donne aveva realizzato l’insieme di conceits come espressione elevata ed inequivocabile per affermare nell’unicità del segno la parola con i suoi termini di pensiero e riflessione, referenzialità, il presente ed il passato, la propria e l’altrui configurazione prospettica. Il segno ed il simbolo. Il significante ed il significato. Ma anche le parole ed i significanti. Un’attività di coltivazione dei giochi intelligenti (inter-lettura) della mente. Ancora, nell’ottocento un pianista impressionista, Ernest Cabaner aveva asserito che ad ogni nota corrispondesse un colore. Perché non ricercare un suono che potesse dunque convogliare un segno distintivo e sintetico a tutte le espressioni che rientrassero nelle abilità umane? Una forza, uno sprazzo di energia. Una verità. Silenziosa e roboante, opprimente ed inspiegabile a parole, giacché seppur queste siano avvio e pretesto di discussione su uno spazio vergine, si rappresentano come limite se elaborate senza far ricorso agli altri segni della natura. E allora, la rappresentazione visiva diventa gioco di colore, di organizzazione e di finite configurazioni, limiti metaforici ed allegorici delle potenzialità. Limite di parola ma non alla parola, che si investe di un ruolo significativo ma marginale se considerata nella solitudine del suo segno; universale e possente se considerata nella sobria capacità di alludere ed aprire ad altro. Rappresentazione di mente. Rappresentazioni di menti, di elaborazioni visive. Allegoria impressa.

Il cantastorie agisce su due livelli: la strada e la mente, ossia la passione e la ragione Così si esprime il Pasca intellettuale di penna in questo libro, che è testo di preparazione, in cui le espressioni linguistiche scivolano veloci seguendo la disinvolta ritmicità del pensiero e la parola è il medium per allestire il piano di organizzazione di nuovi linguaggi e dunque nuove esperienze, e dunque nuove conoscenze. E il protagonista parla la sua voce e l’altrui. Diviene altro e altri. Non già elemento di una trama in sequenza, ma un anello di una catena che volge a spirale dentro e fuori, nel tempo e nello spazio circostante. E va oltre. Lasciando spiragli aperti. Perché nulla ferma i processi della mente. Il pensatore è consapevole che ad ogni pronunciamento di parola non corrisponda un’univocità di significato (il non detto tra le righe).
Occorre superare e vincere il tempo diacronico: pur partendo da un momento storico definito, la curvatura dei pensieri non riesce a soddisfare la velocità cronologica, che è fine, processo entropico di conclusione. Il Pasca intellettuale consapevole di sé e della “strada” realizza la necessità del punto di vista, giacché non si può prescindere da nuove prospettive di lettura di dati che appartengono alla storia, e che si investono di nuove alleanze mentali in presunta armonia con i mutamenti socio culturali, funzionali al momento storico medesimo.
In questo senso, il neo linguaggio del cervello elettronico (lo chiamiamo semplicemente “computer”) di esperienze vitali è il segno-strumento perché la mente e la voce, la parola e il segno-pensiero possano correre alla medesima velocità. Perché la composizione risulti una contemporaneità di tempo, spazio, azione (unità aristoteliche), perché la scena possa offrire una immediata “facile” interpretazione. Seppur mai dimenticando (Ah, la memoria!) che il presente di ogni tempo derivi da lontani tempi, spazi ed azioni. Nella vita vissuta è progressione e analisi. Analisi in progressione. Nel libro di Pasca è l’avvio alla ricerca di qualcosa che egli vuole spiegare a partire dalla visita con lo zio Guido (mezzo di guida) presso il luogo antico della Cattedrale di Otranto con i suoi simboli. Cosa, se non penetrare, condividerne la bellezza antica ed il significato senza tempo?
Ciò gli consente di aprire ad altro e ad altri, la mente proposta come una sfera agibile al nuovo, forza strategica ambiziosa (ma non pretenziosa!), curiosità che apre il varco alla conoscenza. E poi il dubbio, il buio o il vento che trascina oltre: Sappi vedere il tutto nell’oggetto più piccolo….Così il passato continua, l’avvenire vive in anticipo: l’istante è un’eternità! (Goethe)

E’ su questo piano che Pasca pittore, Pasca scultore di idee, Pasca poeta e Pasca scrittore-pensatore si incontrano: nella rappresentazione sensibile egli com-prende la ritmicità interna, corale, ma non univoca, di elementi che, nello spazio determinano la loro finitezza. E’ la sintesi dell’intangibile, che ingloba significato e significante, suono, parola e segno. Espressione di una visione prospettica del reale, nell’espressione inequivocabile del tempo in progressione, variabile ed eclettico. Le forme definite e la pastosa densità della cromia delle sue opere pittoriche da un lato rappresentano il segno intelligibile della composizione ed annunciano la sintesi dello sguardo riflessivo che l’artista volge alla mente e all’elaborazione di quei dati esterni, in un gesto dettato dalla precisione della pennellata che è segno dell’evoluzione espressiva ed artistica. Egualmente la parola scritta risulta denso e concentrato assunto di simboli allusivi che si dipartono da situazioni esterne elaborate nella fucina cerebrale e poi offerte in quello che Pasca scrittore definisce come punto fermo e distintivo (Oggi E’, nuovo lo spazio, fra ieri e domani). Gli elementi riconoscibili sono un momento di condivisione inseriti per dare vigore come simboli allusivi, collocati tra un passato ed un futuro enigmatici. Un gioco surreale in cui l’artista ricompone le visioni assunte ed organizzate secondo il proprio movimento prospettico in una configurazione che trova nell’eterogeneità del segno, degli strumenti congeniali, dei simboli e delle tecniche la rappresentazione di una poesia sobria, silenziosa e imponente al contempo. Minimale pur nella sontuosità dell’effetto.
Una sorta di orfismo linguistico, cui Francesco Pasca attribuisce il nome di Singlossia. Il tutto per il tutto, composizione sinergica di “enucleazione totale”.


Carmen De Stasio

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