Sorella Noia Fratello Nulla

I Luoghi della Scrittura/ spazio recensione

Sorella Noia Fratello Nulla

di Cosimo Pio Bentivoglio

 

Non è facile esplorare un testo come Sorella Noia Fratello Nulla di Leo Tenneriello perché bisogna tener conto di non pochi elementi, primo fra tutti quello che non si tratta solo di un libro di poesie, come tanti ne vengono stampati quotidianamente, ma è un libro che ha avuto (indirettamente n.d.r.) un premio particolare grazie anche al cd dello stesso autore. Il territorio comincia a farsi difficile e diviene impervio quando si legge di una Giuria che prende il nome di Franz Kafka facendo riferimento ad uno dei personaggi più complessi della letteratura europea del Novecento. Questa considerazione ne richiama un’altra che si ritiene ugualmente preliminare perché l’autore evidenzia una personalità davvero poliedrica dimostrandosi, oltre che poeta, valente musicista e quel che renderebbe onore a chiunque avesse imboccato la strada dell’arte, viene ad arricchirsi ancor più solo che si rifletta sul fatto che il Tenneriello ama esibirsi anche nei circoli culturali, nei clubs e nelle scuole.

Il titolo dell’opera s’impone per il richiamo al francescano Cantico delle creature rimandando subito a sora luna e frate sole anche se con qualcosa di dissacrante a livello concettuale rispetto alla claritas del testo dell’Assisiate. E, tuttavia, nonostante tutti i possibili “distinguo”, se tale è il rimando che l’autore suggerisce fin dal titolo, qualcosa di francescano gli sarà pur rimasto sedimentato nel profondo. E, comunque, il titolo suona quasi come avvertimento al lettore a non aspettarsi una poesia da “manzonismo de gli stenterelli”, come direbbe il Carducci, cioè facile ed orecchiabile. Dal titolo, inoltre, si arguisce che i riferimenti e gli intendimenti dell’autore sono vari sia dal punto di vista storico-cronologico che da quello concettuale perché il titolo rimanda, sì, alle Laudes creaturarum, sotto l’aspetto puramente linguistico, ma sotto quello concettuale va a toccare temi di lancinante attualità. La noia, il tedium vitae, che è connaturato all’uomo, e il nulla, l’ horror vacui, sono stati fonte d’angoscia per l’uomo in ogni tempo e sotto ogni latitudine. Sono concetti che è opportuno non dimenticare da parte di chi si accinge a leggere il libro di cento pagine appena uscito per i tipi de il raggio verde edizioni, Lecce 2013. I testi ci permettono di scoprire il messaggio che l’autore vuole comunicarci, ma anche di lumeggiare qualche angolo nascosto di noi stessi, magari avvolto in luce chiaroscurale o, addirittura, al buio. E’ una sorta di viaggio interiore, tema opportunamente messo in rilievo nella prefazione da Mimmo Cavallo, ma anche tema così caro allo spirito inquieto dell’uomo d’ogni tempo e che tanta letteratura ha prodotto dall’Odissea di Omero ad Arthur Rimbaud e a quella così detta “on the road”. Ma cerchiamo di individuare alcune coordinate che, come una bussola, ci aiutino nel cammino. L’autore, un appena cinquantenne che vive a Statte, è nato nella Taranto martoriata e calpestata e saccheggiata. Una città e un territorio feriti a morte sotto l’aspetto ambientale-sanitario e sotto quello economico; una città e un territorio dei quali si è fatto scempio. Il padre dell’autore è un artigiano e al padre sono dedicati accenti sui quali si tornerà come si tornerà sull’importante tema dell’amore. Dire, inoltre, che il Tenneriello ama il pentagramma significherebbe sminuire le sue capacità musicali avendo aperto concerti di artisti come Mariella Nava, Max Gazzè et alia. Ma il fiore all’occhiello è il premio Speciale della Giuria intitolato allo scrittore praghese. Scrittore del quale il nostro conserva come uno stigma e al quale dedica ben cinque prove tra le più belle del volume. E non tragga in inganno la piccola mole perché in circa cento pagine è condensato un riuscito esperimento di scrittura. Tra i punti di riferimento letterari dell’autore, oltre a quello di Franz Kafka, vi sono quelli di san Francesco d’Assisi e di Jacopone da Todi; quest’ultimo per quel che di deciso e di perentorio si avverte in alcune espressioni del nostro come quelli in Basta pagare di pag. 9 dove si afferma: Basta pagare / sorella noia, fratello nulla / basta pagare I e questa sera diventa eterna I (…) Basta pagare I in cielo in terra in ogni vuoto / basta pagare tempo scaduto che, per un certo ritmo, ricorda la celebre invettiva di Jacopone: O papa Bonifazio / eo porto el tuo prefazio / e la maledezzone / e la scommunicazione. / Co la lengua forcuta / m’hai fatta esta feruta… La reiterazione di un verso o di un concetto, talora con leggere variazioni, talora pari pari, conferisce a non poche liriche un andamento quasi cantilenante, ma sarebbe più preciso parlare di musicalità, data l’altra passione del Tenneriello, che, se in qualche caso può ricordare una filastrocca infantile, in generale rammenta qualche andamento, se è lecito paragonare una piccola con una grande cosa, del Cantico delle creature con la ridondanza del Laudato si’, mi’ Signore, come avviene nella lirica Credo di credere: Credo di credere nella bellezza / ma non credo nella perfezione / Credo di credere nella tua forza / ma non credo nelle nostra unione / Credo di credere nelle parole / ma non credo nella verità. Sono movenze e riferimenti colti, mentre l’alternarsi di liriche con brani di prosa, fa pensare alla Vita Nova dantesca. Anche se non manca la conoscenza di autori a noi più vicini. Mi riferisco a  Valery Larbaud, Italo Svevo, James Joyce, lo stesso Franz Kafka, senza dimenticare la testuale citazione de La brocca rotta di Von Kleist. Sono atmosfere rarefatte dalle quali il nostro attinge spesso in modo esplicito come in Cara Milena, Ebrei d’Occidente, Il mio nemico peggiore, Kafka, Mi manchi pà (sic) che nel sottotitolo recita: (Liberamente tratto da “Lettera al padre” di Franz Kafka). Ma sono vari i motivi della ricerca poetica del nostro: dalla donna all’ambiente, allo sbigottimento esistenziale, al ripiegamento su se stesso che in alcuni momenti sfocia in un vero e proprio solipsismo quando non si risolve in un conflittuale dualismo con l’amata. E l’individualismo non sempre controllato rischia di fluire in una indeterminata vaghezza esistenziale, in un sentimento di fallimento dinanzi alle coinvolgenti problematiche ambientali, come traspare in C’era una volta il mare. E’, questo, un brano in prosa che fotografa con amarezza il dramma del nostro territorio. Sul tema del potere politico, economico, religioso, il discorso si fa più sottile e subdolo. Al potere l’aurore dedica belle pagine in prosa come Solidarietà per il bene comune e Una creatura a più facce. Interessante è l’aspetto metrico-strutturale a partire dall’alternarsi di brani di prosa e di liriche nelle cento pagine, dall’uso spregiudicato dei segni d’interpunzione, spesso assenti, dall’uso della maiuscola per indicare il passaggio da un concetto all’altro, della rima, della consonanza e dell’assonanza con le quali l’autore ama giocare con consumata abilità; ma ancor più importante è l’attenzione dell’autore al libero flusso comunicativo che, come accennato, riporta alla mente non poca parte della letteratura europea del Novecento. Talvolta l’uso eccessivo della metafora può far pensare ad un barocchismo esasperato, che viene, però, riscattato da giochi di parole e battute di spirito degni di Marcello Marchesi e Leo Longanesi.

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