“Mena” e la forza delle parole

I Luoghi delle parole/Spazio recensione

“Mena” e la forza delle parole

Una lettura nel testo dell’ultimo libro di Lucia Accoto

 

di Vincenzo D’Aurelio

 

Lucia Accoto (Andrano [LE], 1973), giornalista e autrice di programmi Tv. Dopo moltissimi anni nelle redazioni giornalistiche di varie emittenti televisive di Puglia, è passata alla carta stampata come direttore responsabile dei periodici “Puglia da Vivere” e “Up! Il Magazine” per occuparsi, infine, della comunicazione sui social network. È editorialista per il portale Culturiachannel.it, autrice e conduttrice di alcuni format. Dopo l’esordio nel 2006 con “Misteri e delitti nel Salento” (Ed. Pensa, Lecce) – una ricostruzione di fatti di cronaca nera avvenuti realmente nel Salento – quest’anno presenta “Mena” (Ed. Il Raggio Verde, Lecce 2014), un libro che in premessa la stessa autrice definisce come

«[…] pillole di scrittura senza segreti che tracciano le storie del Sud come se fosse uno scorcio imbastito sulla tela di un racconto fatto di strade, di profumi, di ricordi, di speranze, di sospiri e di folate di vento».

 

È una scrittura di storie intime che l’autrice narra riducendo il testo all’essenziale tanto che è la stessa a scrivere:

 

«In “Mena” troverete l’essenziale» (“Premessa”)

 

 “Essenziale”, però, non nel senso de “il quanto che basta” o de “il quanto è sufficientemente utile” ma in quello di “narrazione sostanziale”. “Pillole” di scrittura, dunque, perché racconti molto brevi ma al contempo densi proprio come una pillola che è, appunto, piccola, compatta e di effetto.

 

Nel significato di “essenzialità” è formulabile una prima spiegazione del titolo “Mena”. Come noto, il termine è corrisponde all’italiano “menare” che nel dialetto del leccese diventa una “sollecitazione a sbrigarsi”. “Sbrigarsi”, dunque, “non perdere tempo” a raggiungere il succo della questione e, per estensione, il titolo preavvisa che il libro contiene “una narrazione che giunge subito al dunque senza l’aggiunta di inutili fronzoli”. Il titolo “Mena”, però, è anche riferibile a quel diffusissimo diminutivo utilizzato nel Sud Italia per il indicare il nome di “Filomena / Domenica”. Nella “Mena femmina”, difatti, l’autrice incarna la visione dell’universo osservato nell’ottica della donna e lo fa non per una discriminazione di genere ma perché lei stessa è donna e nei suoi racconti la donna è costantemente una figura centrale (madri, sorelle, nonna, insegnante, suore ecc.).

È un mondo ormai lontano, antico quello di donna “Mena”, come di sapore antico è lo stesso nome; quel mondo è stato ormai travolto dall’asfissiante ritmo dei nostri giorni nei quali, invece, il tempo necessiterebbe non di un “mena, mena” ma di uno “stop and go”:

 

«[…] occorre sempre contare i propri passi per capire quanto si è andati avanti. Per quelli ancora da fare bisognerebbe avere memoria e ricordarsi, magari di pazientare [n.d.r., leggasi attendere, far passare il tempo, dare tempo al tempo]» (Cap. “Mena”, p. 14).

 

Non occorre dilungarsi nell’esporre il contenuto dei racconti di ogni capitolo poiché la chiarezza e l’immediatezza propria dello scrivere di quest’autrice è già da sé efficace al “viaggio” che ogni lettore ottiene da una lettura coinvolgente. Ne vale la pena, invece, cercare di entrare nelle parole dei racconti cercando di rivelare lo scrittore e la sua anima. A tal proposito torna in mente una celebre frase di Guy de Màupassant che Lucia Accoto riporta anche nelle citazioni di apertura del libro:

 

«La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Le parole nere su carta bianca sono l’anima messa a nudo» (Il nostro cuore, 1890).

 

Al lettore sarà immediatamente chiaro come ogni racconto sia stato narrato su uno sfondo autobiografico ambientato nei colori e nei profumi del Sud dove il calore umano e familiare sono i vettori di tutto il libro. Non sono questi gli elementi, però, in grado di manifestare l’anima dell’autore perché se “abbagliante e ingannevole” può essere la parola, allo stesso modo ingannevole è accettare il sentirsi pienamente soddisfatti da una lettura che è stata nichilizzata alla sola comprensione dei fatti narrati. Per entrare tra i meandri delle parole è necessario attingere alla psicocritica letteraria, una sorta di metodo critico del testo sviluppato nel secolo scorso dal critico letterario francese Charles Mauron (1899-1966) ma non ancora elevato a “scuola” e che si basa sulla nozione freudiana di inconscio. Questa disciplina fa notare che in ogni autore esista una rete di metafore ossessive che ritornano costantemente nei suoi testi. Il professor Enrico Castrovilli, psicocritico di adozione salentina e presidente dell’Associazione Culturale Movimento Letterario Salentino, nei suoi “Scritti di psicocritica”, (Bari, 2014) dice che fare psicocritica letteraria equivale a:

 

«[…] sviscerare il testo letterario con uno scavo archeologico ed emotivo che restituisce la genesi e le componenti  psicologiche che entrano in gioco nella strutturazione di un testo».    

 

Tuttavia, sono convinto, che non è permesso indagare nelle altrui vite per la semplice curiosità di conoscere e perciò cercare di svelare l’autrice Lucia Accoto non equivale al sentirsi autorizzati ad entrare nella sfera della sua intimità non nota e formularne tesi.  È permesso, invece, ricercare i segni di quella sua anima, ovvero di quella rete di metafore ossessive oggetto della psicocritica letteraria, che la stessa ha voluto lasciare e, a volte, persino celare nel suo scritto al fine di poterli interpretare. Molti di questi indizi, a mio parere, sono principalmente presenti nel primo capitolo (Le parole pareggiano i conti), nel secondo (Mena) e nell’ultimo capitolo (Rimettersi al mondo) poiché qui ritrovo tutta l’essenza di un fortissimo sentimento incentrato sulla convinzione che la parola è qualcosa di potente e scriverla è come vedere realmente quel potere imprigionato negli “abbracci delle lettere”. “Scrittura e potenza della parola”; ecco la lettura parallela che consiglio a chi leggerà “Mena”.

Al lettore attento non sfuggirà la persistente ripetizione del termine “parola” contenuto in ogni racconto e non sfuggiranno le tante occasioni in cui l’Accoto scrive di avere una certa “necessità vitale di parole”. In tal senso esempi eloquenti sono:

 

 

(Cap. “Le parole pareggiano i conti”, p. 9)

«I numeri, sin da bambina, volevo spezzarli […]. Volevo frantumarli e visto che non potevo estirparli dalla lavagna o bruciarli dai quaderni e dai libri, li cancellavo dalla testa sostituendoli con parole. Con dense nuvole di parole»;

 

(Cap. “Nello stagno”, p. 20)

«Ho avuto bisogno delle parole per sentire la vita addosso. Mi sono aggrappata alle linee che le formano per costruire insieme ai suoni la sostanza di un traguardo»;

 

 (Cap. “L’hanno chiusa”, p. 39)

«Le parole abitano nella mia carne, si misurano con la forza dei contrasti»;

 

 

(Cap. “Rimettersi al mondo”, p. 59)

«Ho ritrovato le parole sparse, disseminate, perse. Le ho accarezzate, amate, lasciate. Ogni goccia di esse è la vita, lo strazio, il tormento. Le ho volute, cercate, spogliate. Le ho allineate, ordinate e scompaginate. Mi hanno succhiato il sangue, mi hanno tolto il sonno, mi hanno aggiustato le ore. Si sono attorcigliate ai pensieri, hanno trafitto la pelle, hanno saputo scoprire la verità, hanno anche scrutato la realtà».

 

 

Tutti abbiamo bisogno delle parole, di quelle giuste nei momenti più opportuni e nei modi più idonei; le ascoltiamo, le scriviamo, le leggiamo, le pronunciamo silenziosamente mentre siamo assorti nei nostri pensieri, ci annoiano, ci rilassano … mettono l’uomo in relazione con il mondo, permettono di dar voce ai pensieri e all’anima.

La parola, in ogni sua manifestazione, è portatrice di un senso che ne rappresenta la potenza vera. Ogni parola è la condensazione di un significato preciso tanto da non errare nell’affermare che un sinonimo non sempre è il “gemello” semantico di un certo termine. Il termine “individuo” è sinonimo di “uomo” e a sua volta di “persona” ma semanticamente sono riferibili, rispettivamente, a tre significati diversi: il primo è unità statistica, il secondo è specie animale, il terzo è l’Essere ovvero la comunione di corpo, anima e mente. Lucia Accoto in “Mena” vuole trasmettere al lettore proprio l’urgenza di costruire un patrimonio di parole e di riservare ad esse un posto sui fogli perché la scrittura non è solo arte di “disegnar parole” ma è al contempo la tecnica per dare un corpo a un senso insito in una successione di suoni e, soprattutto, è vita:

 

«Non ho mai smesso di scrivere.

Parlare è il primo passo della vita. E le parole sono diventate la mia»

      (Cap. “Le parole pareggiano i conti”, p. 12)

 

E sempre nello stesso capitolo scrive:

 

«[…] mamma. Ecco una parola, non un numero»

 

e questo perché il numero è l’espressione di una quantità ovvero di una entità tangibile / misurabile, “mamma” invece è la  “madre”, una parola che contiene nello stesso tempo il significato di genitrice di vita, di principio, di nutrimento, di amore ecc.. “Mamma”, dunque, diventa l’espressione di un significato complesso, potentissimo e universalmente riconosciuto che fugge alla determinatezza rappresentata da un numero il quale, proprio per questa sua esattezza, appare freddo, senza emozione, senz’anima.

Una parola, pertanto, non è solo “Una parola” da intendersi nell’accezione della leggerezza e della inconsistenza, “Una parola” è, metaforicamente parlando, una sostanza densissima dai mille sapori. Questo è quello che l’autrice ha scritto tra le righe di “Mena”, è questo il suo intimo senso dello scrivere, è questa una visione della sua anima.

 

 

Maglie, 16/01/2015

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