Basilicata: l’isola dei tesori Laurenzana, Rivello e lagonegro

Alla riscoperta della terra lucana tra storia, cultura e arte

Marco Tedesco

La Basilicata è una regione ricca di storia, di cultura e di arte. Il suo patrimonio storico, archeologico ed artistico scrive da solo una importante pagina della storia artistica italiana. Nella sola provincia di Potenza, spiccano tre piccoli borghi che da soli raccontano capitoli interi di storia pittorica italiana sconosciuta ai più, che portano la firma di importantissimi maestri del Cinquecento e del Seicento lucano, che rispondono ai nomi di Giovanni Todisco, attivo nel corso del XVI secolo in Basilicata ed in particolar modo a Laurenzana e a Rivello e il Seicentesco Francesco Gaetano, documentato a Lagonegro nel 1666 al servizio di mons. Francesco Falabella, arcivescovo di Santa Severina, nella chiesa lagonegrese di Sant’Anna.


Il viaggio nel tempo che si propone in questo articolo vuole partire dalla Laurenzana del XVI secolo, entrando nei meandri del convento francescano dedicato a Santa Maria ad Nives edificato alla fine del secolo precedente dai frati minori osservanti. In questo luogo, agiva nel corso del Cinquecento il pittore Giovanni Todisco di Abriola, straordinario pittore che lasciò una significativa impronta nella storia artistica lucana e che agì in un contesto storico artistico caratterizzato dalla presenza in Basilicata di Giovanni Luce da Eboli, Simone da Firenze e Nicola da Nova Siri, attivi nell’attuale provincia di Potenza, ai quali Todisco guarda nella sua produzione artistica.


Nel convento francescano di Santa Maria ad Nives di Laurenzana, Todisco ha lasciato una forte impronta della sua maestria, affrescando una maestosa Natività, affiancata dai correlati episodi evangelici dell’Annuncio ai pastori e il viaggio degli stessi e dei Magi verso la stalla in cui la Sacra Famiglia si trova, alla quale o pastori accedono attraversando un’apertura a tutto sesto. Il Bambino non giace in una mangiatoia come indicano i Vangeli ma su un tronco d’albero tagliato e modellato come una culla. È una raffigurazione allegorica dell’albero della vita, che nella tradizione cristiana simboleggia la croce di Cristo ed è quindi da leggere qui la presenza dell’albero tagliato come una prefigurazione della passione di Cristo e ci riporta il prefazio che ancora oggi si legge nella liturgia dell’Esaltazione della Santa Croce “Nell’albero della Croce Tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita”.
A destra dell’osservatore, il corteo dei Magi si snoda per giungere al cospetto del Cristo appena nato, con al seguito paggi e membri di corte, cosi come in uso nell’iconografia del viaggio e dell’Adorazione dei Magi nel corso dei secoli a partire dagli inizi del Quattrocento in poi. Questo aspetto indica una raffigurazione allegorica del potere politico che giunge a prostrarsi al potere divino. I Magi, un giovane, un moro adulto e un anziano, oltre a rappresentare allegoricamente i tre continenti all’epoca conosciuti: Europa, Africa e Asia, sono anche una raffigurazione delle tre età dell’uomo, ossia la giovinezza, l’età adulta e la vecchiaia.
Di fianco all’episodio del viaggio dei Magi, abbiamo due personaggi corrispondenti probabilmente ad Isacco qui raffigurato invecchiato e ad Abramo, il quale con un braccio avvolge un ramo dill’albero della vita che si dirige verso Isacco e poggia il gomito su di un libro aperto nelle cui pagine è riportata una iscrizione corrispondente al primo capitolo del Vangelo di Matteo in cui si parla della genealogia di Gesù: LIBER G(ENERATIO)NIS IESUXPI (IESU CHRISTI) FILII DAVID FILII ABRAA(M). ABRAA(M) GENVIT ISAAC (GENEALOGIA DI GESU’ CRISTO FIGLIO DI DAVIDE FIGLIO DI ABRAMO. ABRAMO GENERO’ ISACCO).
A sinistra dell’osservatore, la scena della Natività è affiancata dall’Annuncio ai pastori, in cui il pittore ci mostra uno spazio all’aperto caratterizzato da un ampio spazio in cui un gregge di pecore pascola liberamente mentre in lontananza un lupo afferra un agnello, rappresentazione simbolica dello smarrimento delle anime nelle tenebre. In primo piano un pastore è seduto con lo sguardo rivolto verso l’angelo che annuncia la venuta del Redentore e un altro pastore si reca verso il luogo in cui si trova la Sacra Famiglia, suonando una zampogna, tipico strumento musicale legato al mondo agropastorale dell’Italia meridionale, collegato alla festività del Natale, occasione nella quale si può ancora ascoltare in alcuni paesi del mezzogiorno d’Italia in occasione di rituali come la novena natalizia, pratica che ancora oggi è possibile ammirare in alcune zone dell’Italia meridionale sia nelle chiese che nelle case. Questo aspetto ci fa capire che in Basilicata, cosi come nel resto dell’Italia meridionale, la produzione artigianale legata alla realizzazione di questo strumento abbia origini che si perdono nella notte dei tempi e che nel XVI secolo, tale strumento già aveva iniziato a prendere la forma attuale con l’aggiunta di un otre in pelle di capra che funge da serbatoio d’aria, la quale fuoriesce attraverso l’apertura e l’occlusione dei fori sulle due canne che qui compongono lo strumento. La figura dello zampognaro compare anche in altre opere del Todisco, come ad esempio l’episodio della natività nel ciclo di affreschi con storie di Cristo nella chiesa di Santa Maria ad Anzi. Qui lo zampognaro è attorniato da pecore al pascolo e guarda in alto verso gli angeli che danno l’anuncio della nascita di Cristo. L’inserimento della figura di un suonatore di zampogna lascia intendere che Giovanni Todisco era un artista capace di raccontare il territorio in cui ha vissuto, raccontandone anche le tradizioni folkloristiche ed etnomusicali che ancora oggi caratterizzano il meridione d’Italia ed in particolar modo la Basilicata, in cui il suono delle zampogne è possibile ascoltarlo ancora oggi anche in occasioni di pellegrinaggio legate al culto della Vergine Maria come ad esempio la Madonna di Viggiano, proclamata da Paolo VI Regina delle genti lucane e la Madonna delle Nevi del Monte Sirino, il cui culto è ancora oggi molto sentito nella città di Lagonegro.
Nella composizione dell’affresco del convento francescano di Santa Maria ad Nives di Laurenzana, Giovanni Todisco inserisce anche i Santi Francesco d’Assisi e Antonio da Padova, evidenziando il legame tra i francescani e il culto della Natività. D’altronde l’intero affresco, si propone come un vero e proprio omaggio al presepe di Greccio, prima rappresentazione ufficiale della Nascita di Cristo voluta proprio da San Francesco d’Assisi nella notte di Natale del 1223.
L’iconografia proposta da Giovanni Todisco nell’affresco del convento francescano di Laurenzana potrebbe richiamare il Lignum Vitae di San Bonaventura da Bagnoregio del 1260, presente sicuramente nella biblioteca francescana di Santa Maria ad Nives, il cui testo pone l’accento su temi riguardanti il fervore delle tematiche francescane, allargando il punto di vista sui temi sacri evangelici e di conseguenza anche sulla concezione della figura di Cristo. Proprio a tal proposito, Giovanni Todisco mira ad evidenziare in maniera simbolica la coesione della natura umana e della natura divina in Cristo.
Concetto che diventerà chiave nella produzione pittorica sacra di Giovanni Todisco e che l’artista ripropose in molte altre sue opere a tema cristologico. Tra di esse spicca l’Ultima Cena del refettorio del convento francescano di Sant’Antonio a Rivello. Todisco ambienta l’episodio evangelico in una stanza sfarzosa, eseguita attraverso un sapiente uso della prospettiva, come giustamente indicato da Anna Nica Fittipaldi nell’articolo da lei pubblicato su https://scrittisullarteebeniculturali.wordpress.com/ dal titolo ULTIMA CENA DEL CONVENTO DI SANT’ANTONIO A RIVELLO commissionato al Todisco da Ettore Pignatelli, il quale figura nell’affresco con la moglie al di fuori della scena riccamente abbigliati. In questo affresco, Giovanni Todisco volle rappresentare un momento cardine dell’intera vicenda evangelica dell’Ultima Cena ossia l’istituzione dell’eucarestia: Cristo sta dando l’eucarestia a Giuda, il quale a differenza degli altri apostoli è indicato da un preciso simbolo ossia l’aureola nera.
Questo aspetto, viene letto come l’indicazione del traditore da parte di Cristo, sottolineato dal sentimento di incredulità che aleggia tra gli altri apostoli alcuni dei quali discutono tra loro increduli su quanto appena rivelato da Cristo.”In verità vi dico, uno di voi mi tradirà”. Il nero, infatti, simboleggia un presagio del male, delle tenebre, un presagio di morte, una prefigurazione di ciò che sta per avvenire, ossia il tradimento di Giuda con ricompensa dei trenta denari e l’arresto di Cristo nel Getsemani che da inizio alla vicenda evangelica della sua passione, morte e resurrezione. Ai piedi del Cristo, sotto il tavolo, vi si riconosce inginocchiata la Maddalena riconoscibile dall’ampolla con i suoi unguenti, ed è intenta ad asciugare i piedi di Gesù.
La composizione è caratterizzata da un ricco banchetto in cui sono presenti oltre ai canonici simboli dell’ultima cena come l’agnello, il pane ed il vino, anche pietanze tipiche come ad esempio il biscotto dalla classica forma ad otto, i granchi, il coniglio ripieno, le castagne e le fave o ancora frutti che hanno un preciso riferimento alla vicenda evangelica della passione, tra cui ad esempio le ciliegie, simbolo della passione di Cristo per il loro colore che evoca il sangue di Cristo versato sulla croce e la melagrana, simbolo della resurrezione. Todisco, inserisce nella raffigurazione anche Sant’Antonio da Padova, ben riconoscibile dal giglio, suo attributo iconografico ed un gatto e un cane posizionati l’uno di fronte all’altro, rispettivamente simboli del bene e del male.
Tutta la vicenda, avviene all’interno di un ampia ed elegante sala nobiliare che ricorda vagamente le la decorazione effettuata da Raffaello nelle logge vaticane, a sua volta influenzato dai ritrovamenti archeologici della Domus Aurea di Nerone avvenuti nel 1480 e divenuti popolari per tutti i pittori del Cinquecento. Sul dinamismo delle figure che caratterizzano la composizione, non si può non far riferimento ad una celebre e famosa composizione che rivoluzionò l’iconografia dell’ultima cena: quella eseguita da Leonardo da Vinci tra il 1485 e il 1489 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano. Tale fu il successo del celebre affresco leonardesco che ben presto per gli anni a seguire venne preso come modello e punto di ispirazione per la rappresentazione iconografica dell’ultima cena, grazie anche alle sue riproduzioni pittoriche e a stampa, le quali si diffusero in tutta la penisola italiana, influenzando tutti i pittori che si avvicinarono al tema iconografico dell’Ultima Cena. Si potrebbe ipotizzare che anche questa innovazione, dunque, abbia influenzato Giovanni Todisco nell’esecuzione dell’affresco di Rivello, in cui ancora l’accostamento tra umanità e divinità si può toccare con mano, osservando allo stesso tempo le abitudini alimentari dei banchetti nobiliari dell’epoca caratterizzati anche dalla presenza di prodotti tipici del territorio lucano.
La tappa a Rivello di questo nostro viaggio ci ha fatto avvicinare a Lagonegro, una città in cui fede e arte si intersecano creando un binomio inscindibile. Nel contesto storico-artistico lagonegrese, è facile imbattersi in tesori di straordinaria manifattura che spaziano dalla pittura alla scultura. In questi anni, nomi del calibro di Francesco Gaetano seguace di Massimo Stanzione e, secondo Anna Grelle anche di Mattia Preti, dettano legge nel campo della storia dell’arte italiana e lucana in particolare. In quegli anni il contesto storico-artistico italiano aveva cominciato a porre l’attenzione sulla grande rivoluzione pittorica apportata da Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, attraverso il suo arrivo a Napoli, città che nel corso degli anni divenne il punto cardine dello studio delle opere attribuite al Merisi da parte di pittori che aderirono alla sua rivoluzione pittorica. Una pittura che mirava a considerare uomini e santi come figure che agiscono sullo stesso piano, che costruisce le figure attraverso giochi di luce mettendo in risalto il loro aspetto veristico, lasciandone intuire la psicologia. Questo aspetto della rivoluzione caravaggesca, verrà colto in pieno da Mattia Preti, il quale ebbe modo di apprendere i principi della pittura del Merisi proprio a Napoli, città in cui ancora oggi si possono ammirare alcuni dei suoi capolavori. Altri artisti invece, scelsero di attenersi a schemi più tradizionali, i quali erano basati sui principi dalla controriforma, o riforma cattolica, della chiesa: Questi principi prevedevano che l’arte deve ritornare a “parlare” agli analfabeti, glorificare Dio e i suoi Santi attraverso la celebrazione di particolari soggetti, quali la Madonna (la cui venerazione è rifiutata dai protestanti).
La presenza di Francesco Gaetano è indicata da Anna Grelle Iusco nel 1666 nella chiesa di Sant’Anna a Lagonegro. Della vita di questo pittore non si sa quasi nulla a causa della scarsa presenza di documenti. Qualcosa sappiamo della sua vita grazie al De Dominici il quale riporta un apprendistato di Francesco Gaetano a Napoli presso Massimo Stanzione: “D. Francesco Gaetano fu ancora suo discepolo, e tutto che fusse nato nobilmente, volle nondimeno esercitarsi nella pittura, vi fece non ordinarj progressi, come si può scorgere da due quadri di sua mano, che sono esposti nella chiesa di San Niccolò nella contrada detta Pistaso, con voce greca da pegni, che quivi anticamente si davano per aver danai in prestanza, e non già perché vi abitano coloro, che fan lavori di cartapesta, come il volgo crede. In uno de’ due quadri son dipinti S. Anna con la B. Vergine col Bambino, S. Giovachimo, e San Giuseppe; nell’altro la B. Vergine in gloria, e nel basso San Biagio e San Gregorio Taumaturgo, ambidue quadri certamente ragionevoli” Il dipinto che prenderemo in esame è proprio la pala d’altare della chiesa di Sant’Anna eseguita dal Gaetano, raffigurante Sant’Anna con la Vergine bambina in gloria tra San Gioacchino e San Michele Arcangelo e i quattro S. Francesco Saverio, di Sales, d’Assisi e di Paola, risalente all’anno 1666. Stando ai documenti, la committenza del dipinto potrebbe essere legata al nome di mons. Francesco Falabella, arcivescovo di Santa Severina e originario di Lagonegro, il quale fece erigere la chiesa lagonegrese di Sant’Anna in stile barocco, non dorico come erroneamente riportato da molti studiosi, nel 1665. La composizione del dipinto qui preso in esame si divide in due registri. Partendo dal registro superiore, troviamo al centro Sant’Anna con la Vergine bambina in gloria con sulle loro teste la colomba dello Spirito Santo e ai lati San Gioacchino, suo sposo e San Michele Arcangelo, entrambi seduti su nuvole a forma di trono, sorretto da due putti, il cui schienale è formato da una luce divina che cade dall’alto insieme con la colomba dello Spirito Santo, posta in corrispondenza della testa della Vergine bambina, prefigurazione delle parole che le rivolgerà in età giovanile l’arcangelo Gabriele nell’episodio dell’Annunciazione “lo Spirito di Dio scenderà su di Te”.
La Sant’Anna con la Vergine bambina in gloria tra San Gioacchino e San Michele Arcangelo e i quattro S. Francesco Saverio, di Sales, d’Assisi e di Paola di Francesco Gaetano ci mostra la presenza di San Michele Arcangelo, inserendosi in tal modo in un percorso volto alla diffusione del culto Micaelico, del quale nella città di Lagonegro si hanno tracce fin dal Medioevo a partire dall’affresco rupestre del XIV sec., riportato alla luce dall’associazione lagonegrese “A Castagna r’a Critica”, arrivando al Cinquecentesco stemma della città di Lagonegro in cui il Santo Arcangelo è raffigurato nell’atto di uccidere il drago, episodio che lega al culto dell’Arcangelo Michele anche una parte della toponomastica lagonegrese (Vallone Dragonara) e ai resti della statua di San Michele di incerta datazione, ritrovata in pessime condizioni dalla citata associazione, in un armadio della chiesa del Purgatorio di Lagonegro. Tale statua un tempo probabilmente si trovava in una cappella dedicata all’Arcangelo Michele sita nel territorio lagonegrese, crollata agli inizi del ‘Novecento.
Nel registro inferiore abbiamo i Ss. Francesco Saverio, Francesco di Sales, Francesco d’Assisi e Francesco di Paola, ognuno dei quali è riconoscibile per gli attributi iconografici ad esso accostati: il giglio per San Francesco Saverio, la mitra e il pastorale per San Francesco di Sales, le stimmate per San Francesco d’Assisi e il bastone e il mantello per San Francesco di Paola, i quali hanno lo sguardo rivolto verso l’alto ed appaiono in preghiera come rapiti dalle figure dei Santi Anna , Gioacchino e Michele Arcangelo del registro superiore della composizione. Fa da sfondo ai quattro San Francesco una veduta di paesaggio, probabilmente un tipico paesaggio montano lucano.
Nella scelta dei quattro santi del registro inferiore, San Francesco Saverio, San Francesco di Sales, San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola, molti studiosi hanno letto un’autocelebrazione dello stesso Mons. Falabella, omonimo dei quattro santi citati ed osservano che per puro caso anche il nostro artista era omonimo del prelato lagonegrese vescovo di Santa Severina.
Per quanto riguarda la presenza di San Francesco di Paola, c’è una leggenda che lega questo santo al territorio lagonegrese. La riporto fedelmente cosi come mi è stata raccontata “Mentre San Francesco era in viaggio per Roma, giunto a Lauria, si fermò perché la sua asinella aveva perso i ferri. Si avvicinò ad un fabbro ferraio chiedendogli di mettere i ferri alla sua asinella per poter proseguire il viaggio. Terminato il lavoro il fabbro pretese i soldi, San Francesco gli disse “Non te la prendere non ne ho!” Ma il fabbro non volle saperne. San Francesco si rivolse all’asinella e disse “Martinella, quest’uomo non ci vuole usare carità, e noi non abbiamo come pagarlo, restituiscigli i suoi ferri.” L’asinella intese mirabilmente il comando di San Francesco. Il fabbro, stupito, propose di rimetterli senza nulla in cambio, ma San Francesco non lo ascoltò e ripartì.
Giunto a Lagonegro, si fermò nei pressi della località “Petruso” dove incontro un altro fabbro e gli chiese se poteva mettere i ferri all’asina senza farsi pagare. Il fabbro accettò, dicendo “Va cu Dio”. San Francesco per gratitudine verso il fabbro promise che la cittadina avrebbe avuto la sua protezione contro le pestilenze, le guerre e le forti scosse di terremoto che avrebbero colpito la regione nel futuro. E così è stato”. Tutto questo sarebbe accaduto secondo molte testimonianze nella seconda metà del XVo secolo.
La struttura in due registri della composizione di questo dipinto ricorda la stessa utilizzata da Mattia Preti nel 1656 per i bozzetti votivi degli affreschi per le sette porte di Napoli, oggi conservati a Napoli nel Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte, in cui anche qui compare San Francesco Saverio il quale, insieme al patrono partenopeo San Gennaro e a Santa Rosalia, venne inserito nella composizione di Mattia Preti come santo intercessore presso la Vergine per la protezione dalla peste della città di Napoli. Se tali opere del Preti sono databili al 1656, dieci anni prima dell’esecuzione della Sant’Anna di Lagonegro, è probabile che Francesco Gaetano potrebbe aver visto di persona gli affreschi da essi derivati di Mattia Preti a tal punto da coglierne la struttura ed applicarla al dipinto lagonegrese qui preso in esame. Ciò confermerebbe l’influenza di Mattia Preti nell’opera di Francesco Gaetano ma restando in ambito lucano, possiamo affermare con più probabilità che abbia avuto influenza sulla composizione della pala d’altare della chiesa lagonegrese di Sant’Anna, la Glorificazione di San Carlo Borromeo e Santi eseguita nel 1627 dal pittore lucano Giovanni Donato Oppido, oggi nella Cattedrale di Matera.
Questo viaggio nel tempo qui proposto, ci ha fatto conoscere due importanti artisti della storia pittorica italiana e lucana in particolar modo: Giovanni Todisco e Francesco Gaetano. Due artisti che a loro modo ci hanno aperto il loro mondo raccontandoci ognuno il proprio modo di fare arte. Un’arte basata sullo studio dei principi dettati dai contesto artistico in cui essi hanno vissuto caratterizzati dalle sperimentazioni di Leonardo da Vinci e le innovazioni pittoriche di Raffaello per quanto riguarda Giovanni Todisco e dal diffondersi del nuovo modo di dipingere importato dal Caravaggio portando avanti i principi della controriforma cattolica per quanto riguarda Francesco Gaetano. Due mondi artistici diversi tra loro ma uniti allo stesso tempo dall’osservazione e dallo studio della realtà cosi come essa appariva ai loro occhi, avventurandosi in una fusione tra divinità e umanità.

Dott. Marco Tedesco, storico dell’arte RAM Rinascita Artistica del Mezzogiorno
Il presente lavoro è stato svolto in collaborazione con Andrea Lettini, membro del consiglio direttivo della pro loco di Laurenzana e con Milena Falabella, presidente dell’associazione culturale “A Castagna ra Critica” di Lagonegro, ai quali va il più sentito ringraziamento.
Questo lavoro si inserisce nel progetto #contagioartecultura del Coordinamento Nazionale Patrimonio Culturale
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