luigi de giovanni per un’etica del paesaggio e della pittura
Dal 15 Febbraio al 1° Marzo 2026 l’artista specchiese espone nelle sale del Must Museo storico della Città di Lecce
Antonietta Fulvio
LECCE. Una vita per l’Arte. Si apre al Must, Museo storico della città di Lecce, dal 15 febbraio al 1° Marzo 2026, la personale di pittura dell’artista specchiese Luigi De Giovanni. La scenografia dell’esistenza. Lo spazio, il tempo, la memoria. Sono i cardini lungo cui si snoda la poetica di Luigi de Giovanni che nella ricerca della luce-colore ha la sua essenza. In un gioco di rimandi, dalla vista al gesto passando dall’ascolto, figlio del silenzio, al dialogo esclusivo con l’universo: De Giovanni intesse il suo racconto per immagini coglien do il problema dell’estetizzazione del reale. Come gli antichi greci creatori di miti, De Giovanni ha generato il suo. Raccontare i luoghi ritornando alla Natura. Ritrovare il genius loci che alberga in ogni paesaggio partendo dallo studio del colore, dalla luce naturale che dovrebbe essere la lente attraverso cui guardare le cose del mondo. Oltre i 16:9 dei tv al plasma, dei monitor – dai pc, ai tablet agli smartphone di ultima generazione – che sembrano essere diventati lo spazio di confronto che intrappolano la natura e la natura dell’uomo. Una pittura estetica ma anche etica che inviti l’uomo ad una profonda riflessione e a rifondare la società in relazione ad un rapporto più autentico con la natura, senza dimenticare l’arte del buon governo della polis secondo la definizione aristotelica che vuole l’uomo per natura animale politico. Questo, in estrema sintesi, il leitmotiv della sua ricerca stilistica e pittorica. Una ricerca iniziata negli anni Sessanta nell’Accademia di Belle Arti a Roma, allievo dei maestri Avanessian e Vergoz (per la specializzazione in Scenografia). Poi lo studio del nudo con i maestri Guzzi, Spadini e lo stesso Avanessian con il quale, legato da profonda amicizia, continua un rapporto di lavoro e di studio che lo porta a dipingere en plein air per tre mesi i paesaggi marini nella provincia di Taranto e a perfezionare la tecnica dell’olio, dell’imprimitura delle tele, le tempere all’uovo. Tecniche che padroneggia con assoluta maestria per realizzare i suoi lavori, quasi quinte scenografiche, dove protagonista è un paesaggio non antropizzato,selvaggio, eppure l’uomo è presente, è lo stesso artista con il suo punto di vista a raffigurarne e a farne percepire i sentimenti, le paure ancestrali e i mutamenti dell’animo che seguono nel ritmo vertiginoso del colore le variazioni della natura. A parte l’iniziale esperienza figurativa e gli studi grafici, se si vuole cercare l’uomo non lo si troverà mai nelle composizioni pittoriche di De Giovanni che ha via via concentrato la sua attenzione e la sua indagine sul paesaggio. Che si tratti della Puglia o della Sardegna, o di una dimensione più intimistica, l’artista passa dal macrocosmo al microcosmo per raccontare in fondo l’esistenza umana tra paradossi e certezze legate alla contempo- raneità, senza necessariamente ritrarre l’uomo. Anche quando ricorre all’evoluzione degli oggetti, risultato della tecnologia che soffoca la memoria contadina, o ai jeans, trasformandoli da supporto pittorico a icona dell’umanità, per espri- mere e rappresentare il disagio della civiltà che cambia, il crollo delle ideologie, le ingiustizie sociali, il mal de vivre che rende schiavi. Lui, però con la sua pittura, intrisa di filosofia, è un uomo libero. Ribelle, forse. Ma libero di esprimere le sue idee, ciò che sente e ciò che vede, estraniandosi quasi dal contingente per raggiungere con la sua arte una sorta di limbo dove annulla lo spazio e il tempo. Un po’ come il pittore leonardiano, “padrone di tutte le cose che possono cadere in pensiero all’uomo” lui le genera con i mezzi a sua disposizione, il tratto, i contrasti cromatici, perfino le spremiture di colore direttamente sulla tela. Perché il colore è il linguaggio, la parola che si fa immagine, volume che riempie il vuoto, materia che cattura la luce.
La sua ricerca pittorica coincide con un tema ricorrente che è il senso della vita e il rapporto con il cosmo. Lo abbiamo visto anche nelle sue più passate esposizioni da La rinascita di Flora, mostra preludio al suo Dialogo con la natura – oltre i 16:9 (Brindisi, 2013) al progetto artistico, E il naufragar m’è dolce in questo mare, mostra itinerante partita nel 2014 da Tricase, che lo ha visto impegnato a costruire un itinerario pittorico lungo una direttrice immaginaria che attraversa i comuni nell’area del “Parco Naturale Regionale “Costa Otranto S.M. di Leuca – Bosco di Tricase”: Alessano, Andrano, Castrignano del Capo, Castro, Corsano, Diso, Gagliano del Capo, Ortelle, Otranto, Santa Cesarea Terme, Tiggiano e Tricase. Costa dopo costa, Luigi De Giovanni ha tracciato un percorso che è materia e colore, segno e memoria. Perché l’arte è uno strumento di valorizzazione e di promozione dei luoghi e di un ritorno ai luoghi per un approccio più autentico con la Natura. Riannodando il filo mai interrotto del suo “Dialogo con la natura”, coerente centro della sua che lo ha visto esporre da Parigi a New York, da Cannes a Bruxelles oltre che nelle princi- pali città italiane, Luigi de Gio- vanni dal 26 al 3 settembre sarà ospite a Modigliana dove terrà tra l’altro un laboratorio sul pae- saggio e sulle narrazioni del colore. In mostra naturalmente i paesaggi del Salento, le marine e i fiori…la natura che si srotola davanti ai nostri occhi quotidia- namente. In ogni sua tela si può leggere l’omaggio a Madre Terra, al miracolo della creazione che si fa pensiero e colo- re. Se è vero che esiste un lin- guaggio dei fiori proprio con essi De Giovanni parla da sem- pre delle angosce che possono rendere cupa l’esistenza, come il buio ingoia il paesaggio rac- conta della caducità della vita, metaforicamente resa nelle nature morte floreali che occu- pano l’intera tela in cui rintrac- ciare il sentimento del sublime. Ma i sentimenti sono eterni. Non hanno tempo. Appartengo- no a generazioni di generazio- ni, da quando il primo uomo ha respirato il profumo di essenze diventate memoria: come l’o- dore intenso della terra bagnata dalla pioggia, il bouquet dei fiori di campo, la fragranza ine- briante della macchia mediter- ranea, percezioni e visioni immagazzinate come dati per poi essere decodificate e ria- perte come file del ricordo. De Giovanni ha inventato un suo codice espressivo, elaborando e digerendo i grandi maestri del’arte dall’impressionismo, all’espressionismo, alla scuola romana; il suo segno è materico, incisivo, la sua tavolozza dai cromatismi quasi sempre violenti perché la natura è violenta – dice – non è mai statica. C’è sempre in corso una lotta, invisibile agli occhi, perché l’equilibrio naturale resti tale. Per lui dipingere è un rito ancestrale e con la stes- sa sacralità con cui gli anti- chi sacerdoti si recavano al tempio ce lo immaginiamo quando all’alba imbraccia tele e pennelli per catturare una minima variazione di luce, il gioco di ombre o semplicemente i fotogrammi di una pellicola che la natura srotola davanti ai nostri occhi, quotidianamente.
Con immutata passione si dirige in un luogo ben preciso, perché, come lui stesso rivela, ha scoperto degli angoli della sua Specchia, come del Salento e della Sardegna, dove trovare l’inquadratura perfetta da tra- sferire sullo spazio pittorico. Uno spazio che può molti- plicarsi nei moduli quadrati, nelle tele rettangolari che si avvicinano alla dimensione di quel sedici noni attraverso i quali noi umanità di terzo millennio guardiamo alla realtà. Una realtà fittizia, perché elaborazione di bit, di pixel che ci rendono prigionieri.
Il nostro spazio visivo è sempre più uno spazio virtuale. Mediatico. Dal tubo catodico al plasma, ai led, i monitor sono diventati la nostra finestra sul mondo e spesso, sempre più spesso, dimenti- chiamo di aprire le finestre reali e guardare la natura che prosegue inarrestabile il suo ciclo vitale. Un ciclo che Luigi De Giovanni inquadra e cerca di fermare in uno spazio tempo che ha perso le coordinate convenzionali. La sua pittu- ra è un invito a guardare. Oltre e dentro noi stes- si. A riflettere su quel processo di equilibrio che è alla base della vita e che noi con il nostro agi- re quotidiano stiamo alterando, e seriamente compromettendo in una direzione che può porta- re solo ad un processo irreversibile.
Luigi De Giovanni è un sognatore perché la dimensione del sogno e la metafisica sono la vera password per accedere alla spiritualità che domina tanto il cosmo esteriore che quello interiore. Nell’arte si rinnova l’estrema attuazione della libertà del pensiero, quel guardare oltre e dentro di sé che fa fede a quel meraviglioso pre- cetto leonardiano secondo il quale il pittore «se vuol generare siti deserti, luoghi ombrosi o freschi ne’ tempi caldi, esso li figura, e così luoghi caldi ne’ tempi freddi. Se vuol valli, il simile; se vuole dalle alte cime di monti scoprire gran campagna, e se vuole dopo quelle vedere l’orizzonte del mare egli n’è signore; e cosí pure se dalle basse valli vuol vedere gli alti monti, o dagli alti monti le basse valli e spiaggie. Ed in effetto ciò che è nell’universo per essenza, presenza o immaginazione, esso lo ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle sono di tanta eccellenza, che in pari tempo generano una proporzionata armonia in un solo sguardo qual fanno le cose».
E lui, con la sua pittura, nipote della Natura, ci offre insoliti e originali sguardi. A noi la scelta di imparare a guardare. Oltre i 16:9, appunto.
E per chi ancora non conoscesse la pittura di De Giovanni, potrà ammirare una selezione delle sue opere al Must, Museo storico della città di Lecce, dal 15 febbraio al 1° marzo 2026. Abbiamo incontrato l’artista specchiese alla vigilia della mostra intitolata semplicemente De Giovanni, un condensato della sua poetica.

Primavera 2012 a Specchia – 70×120 – olio su tela – 2012 
Papaveri oltre i mandorli – cm 70×120 – olio su tela -2019 
Luigi De Giovanni, Specchia 2024 – cm 100×100 – olio su tela – 2024
Torna ad esporre a Lecce dopo diversi anni, dopo aver portato la sua Ri€voluzione all’ex Convento dei Teatini (2012) con opere che parlavano, in tempi non sospetti, di guerra e status sociale, e Ossimori pittorici alla Fondazione Palmieri (2019), sarà ospitato al Must il Museo storico della città. Che sapo1re ha questo ritorno? E quali saranno le opere che porta in mostra?
Ritornare a Lecce con una mostra personale mi riempie di gioia. Infatti, dopo la mostra Ri€voluzione all’ex Convento dei Teatini che raccontava tutto il mio essere pittore: le mie angosce e le angosce del mondo, le mie rivoluzioni interiori, i miei turbamenti e le mie delusioni con i ricordi sessantottini, con questa mostra presento una selezione dei miei rovelli coloristici legati alla natura alle vibrazioni dei colori rispetto alla luce, all’emozione che un paesaggio, una marina dei semplici fiori recisi mi sanno donare. Con questa riscopro me stesso, l’humus e il Genius che sanno suggerirmi l’essenza spirituale della mia terra, il mio animo interiore dove è predominante la l‘amore per la poesia che solo la natura sa suscitare in noi. In questa mostra c’è la mia personale interpretazione della natura.
La mostra al Must sarà dunque incentrata su alcuni dei temi a lei cari: il paesaggio e la flora
Il paesaggio, che segue le stagioni spogliandosi o vestendosi dei colori e interpretando i periodi della vita, è un modo per riconnettermi con il vero senso della vita. Il paesaggio salentino è la mia culla il mio essere Luigi con la sua tavolozza. Così gli accenni di boccioli che si trasformano in fiori di mille colori che lentamente si spengono per lasciar posto ai frutti sono il mio mondo che diventano palcoscenico della mia interpretazione dei regolari e immutabili cicli della vita.

E le marine…
Le marine con i messaggi di luce, di contrasti che si perdono all’orizzonte e le coste scolpite dalle onde che lasciano spazio a una vegetazione caratteristica mi rapiscono e mi fanno sentire l’urgenza di dipingere: di fissare le sensazioni con pennellate veloci che solo quegli spazi sanno donarmi.
Qual è il ruolo dell’arte oggi nel nostro tempo e dell’artista?
L’arte rispecchia il tempo, lo spazio: è l’espressione della società. Spesso diviene denuncia o anticipazione di eventi anche tragici. È come se l’artista avvertisse le preoccupazioni e le inquietudini della società. L’arte, anche quando interpreta il reale, va oltre, va nell’anima delle cose e dei modi d’essere, sente gli echi del sociale e li vive anche con rappresentazioni crude e angoscianti perché troppo spesso la società è cruda e angosciante. L’artista quindi è un mediatore di sensazioni, un interprete di angosce: l’artista crea palcoscenici che raccontano la società, il dolore, le guerre ma anche la poesia delle cose belle della natura e dell’uomo.
Ha avuto modo di incontrare e formarsi con grandi artisti a partire dal maestro Avanessian all’Accademia di Belle Arti di Roma, che ricordi ha di quegli anni e quali sono stati gli artisti di riferimento
Dalla fine degli anni Sessanta sono stato emotivamente coinvolto nella vita accademica e ho vissuto con pochissimi soldi e moltissimi sogni. L’accademia mi ha formato ma chi mi ha particolarmente seguito anche al di fuori dell’Accademia è stato Alfonso Avanessian che mi ha seguito e con lui ho fatto le sperimentazioni tecniche. Con lui ho dipinto in plein air a Roma, in Umbria, in Sardegna e in Puglia. Alfonso veniva con piacere in Salento dove dipingevamo incessantemente. Con lui passavo dei periodi a Taranto dove dipingevamo assiduamente e spesso stavamo con amici quali Rocco Nuzzi, penso che quel periodo di immersione totale nel paesaggio sia stato molto importante per il mio modo d’interpretare la natura.
Dal nudo, all’astratto al figurativo riesci a declinare con abilità tecnica e creativa i diversi generi artistici ma soprattutto ami la pittura en plein air…perché?
La pittura in plein air mi rende libero, interpreto con la sintesi del mio modo di vedere. Colgo i colori e li fisso inseguendo la variabilità della luce. Un attimo e tutto varia. La luce è la mia guida il mio momento. I colori sono rubati alla natura che non mente mai. Dipingo rapidamente e mi fermo ad osservare il tempo, ad osservare e sintetizzare i momenti fissati con le pennellate cariche di colore o lievi come una brezza primaverile. Si amo la pittura ma non disdegno le masturbazioni mentali che mi portano alle installazioni o alle performance dove emergono tutte le angosce mie e della società.
Nella sua lunga carriera ha esposto nei siti più belli, Roma, Cagliari, Firenze…., ma restando in Puglia penso a Palazzo Risolo della sua Specchia ma anche Palazzo Gallone, a Tricase, Il Castello di Andrano…..
Roma era la mia seconda casa perché lì ho frequentato l’Accademia di Belle Arti incuriosendomi a tutti i movimenti artistici degli anni settanta. Lì mi sono diplomato in Scenografia e ho dipinto come se non ci fosse domani. A Cagliari e in Sardegna in generale ho fatto molte mostre tanto che mie opere si trovano in musei e siti istituzionali, a Firenze ho trovato un ambiente facilitato grazie all’instancabilità dell’indimenticabile Giovanna Laura Adreani e le mostre sono state sempre importanti e anche le amicizie che non dimenticherò mai. A Venezia ho provato un’emozione incredibile quando al mio arrivo ho trovato la città costellata di manifesti sulla mia mostra la galleria III Millennio mi ha accolto benissimo e la mostra era impeccabile. Ho fatto molte mostre nei palazzi e castelli del Salento e ognuna è stata indimenticabile. A Tricase al Gallone ricordo volentieri “L’immaginazione al potere” con opere su jeans allestita con l’uso di supporti di legno usati per la lavorazione del tabacco. Ricordo pure “E il naufragar m’è dolce in questo mare…” fatta nelle scuderie del Palazzo Gallone con allagamento annesso. Non dimenticherò assolutamente la mostra alla Scuola di Guerra di Civitavecchia organizzata magistralmente dal Generale Raffaele Stabile. Dipingere è per me il momento più coinvolgente ma mi emoziona sempre vedere in mostra il mio lavoro.
Ma anche al Parlamento Europeo a Bruxelles….
In Belgio è esposto tre volte due a Gent una meravigliosa fiera internazionale ma l’esperienza più arricchente è stata quella fatta al Parlamento Europeo a Bruxelles e sarò sempre grato alla Sindaca di Lecce On Adriana Poli Bortone che ha favorito quell’esperienza internazionale di grandissimo valore.
Ha varcato anche l’oceano con mostre a New York, dovendo fare un bilancio c’è un luogo dove ti piacerebbe esporre. Quali i progetti in cantiere?
A New York sono stato più volte, di cui due con la galleria Mentana di Firenze e le esperienze sono state molto positive. Questi ultimi anni sono stato condizionato a causa della pandemia e dei miei problemi di salute e mi sono dedicato a progetti che ho portato avanti nel mio studio con installazioni e performance. Mi piacerebbe tornare al Kara Bobowski di Modigliana dove ho avuto modo di operare con dei progetti con i disabili che mi hanno lasciato una sensazione di grande serenità e amore ma anche esporre nuovamente al MU.VE – Museo di Arte Moderna di Modigliana. Come mi piacerebbe tornare alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea PIOMBINO.
Onestamente mi piacerebbe tornare in molti posti esempio Museo Comi di Lucugnano.
Ha intenzione di fare una donazione di alcune opere alla città di Lecce quale è lo spirito che la anima
Ho pensato che un artista viene influenzato da luoghi e la terra d’origine ha un ruolo predominante in questo senso. Io sono un salentino, spesso sono stato lontano ma ho sempre avuto un legame speciale con questa terra che sotto il profilo dell’ispirazione mi ha dato tanto: infatti l’ho dipinta in lungo e in largo anche con il progetto “e il naufragar m’è dolce in questo mare…” che mi ha visto dipingere le coste da Santa Maria di Leuca ad Otranto. Questa donazione muove dal desiderio di lasciare delle mie opere alla mia terra al fine di rendere una piccola parte di ciò che ho avuto come ispirazione artistica.
