Crispiano e la Puglia delle cento masserie
Alla scoperta di autentici tesori architettonici, databili tra Quattrocento e Seicento, disseminati tra uliveti e vigneti
Sara Foti Sciavaliere
Il territorio di Crispiano, esteso tra ulivi e vigneti lungo un altopiano che si affaccia verso il Golfo di Taranto, è tappa fondamentale della “Rotta dei due mari” e del “Cammino materano”, ma soprattutto è famoso per le sue 100 masserie. E cento è il numero esatto, non una iperbole che vuole essere un sinonimo per dire “tante”. In questo Crispiano rappresenta un’unicità in Puglia, perché non in tutta la Regione un altro centro che abbia concentrato nel proprio territorio così tante strutture masserizie.

Crispiano, fotoreportage di Sara Foti Sciavaliere 
Crispiano, fotoreportage di Sara Foti Sciavaliere
In occasione di una giornata formativa organizzata dalle colleghe dell’Associazione GTI, sezione Puglia e Basilica, ho avuto di scoprire un pezzetto di Puglia che mi era del tutto sconosciuto. Una ricognizione di 6 masserie di Crispiano di quelle cento che sarebbe chiaramente impossibile esplorare in una sola giornata. Strutture databili tra il 1400 e il 1800, dislocate su una vasta area tra Massafra, Statte e Martina Franca.
Ma prima di accompagnarvi sui nostri passi, alla scoperta di alcune curiosità sulla Puglia delle 100 masserie, soffermiamoci su quella può sembrare una banalità: cos’è la masseria?
Innanzitutto, la masseria è esclusivamente pugliese. Esistono strutture simile in altre aree del Sud Italia, ma con una organizzazione completamente differente.
Il termine masseria deriva da “massa”, parola latina che indicava un insieme di beni rurali; nel Medioevo, il termine si evolve: la massa diventa un’unità produttiva gestita da un “massaro”, l’amministratore del fondo. Tra XVII e XVIII secolo, quando la Puglia era un mosaico di feudi, le masserie rappresentavano il cuore della campagna: aziende agricole ante litteram – autosufficienti con terreni, pascoli e abitazioni –, spesso difese da torri e mura contro le incursioni costiere. Il termine masseria andrà a designare sia il complesso rurale fortificato sia il sistema economico e sociale che vi ruotava intorno.
Non facciamo però l’errore di guardare la masseria solo come un’azienda agricola: esse sono un luogo dell’anima, dove si incontra il passato e la tradizione della terra pugliese; e qui a Crispiano è possibile un’immersione piena in questa costellazione di microcosmi.
A 210 metri sul mare, nel cuore del Parco regionale “Terra delle Gravine”, percorrendo un lungo viale fiancheggiato da ulivi secolari andiamo incontro alla nostra prima tappa, Masseria Amastuola. La Amastuola è una splendida masseria a corte chiusa, circondata da 70 ettari di terreno coltivati per la maggior parte a vigneto, costellata da splendidi ulivi secolari e dai caratteristici muretti a secco. L’accostamento di ulivi e viti ha creato un armonioso contrasto visivo che affianca, al verde argento degli ulivi, il verde intenso delle viti.
Il primo documento in cui compare la masseria è un inventarium dei beni di Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, redatto nella prima metà del 1400, in cui è segnata tra i beni dell’Abbazia italo-greca di San Vito del Pizzo di Taranto. Un’ importante opera di ristrutturazione, avvenuta nel pieno rispetto della struttura e dei materiali originali, ha ridato splendore alla masseria che è attualmente proprietà del gruppo KIKAU della famiglia Montanaro di Massafra.
Nel suggestivo Wine Resort, immerso in un vigneto giardino “a onde”, si possono degustare dodici etichette di vini biologici prodotti ad Amastuola.
Peculiarità del vigneto-giardino sono i filari di viti impiantati sulla base del disegno firmato dall’architetto paesaggista spagnolo Fernando Caruncho: le spalliere delle viti disegnano infatti onde armoniche e parallele che si susseguono per circa tre chilometri; dallo stesso Caruncho sono state definite “onde del tempo che attraversano fin dall’antichità questo luogo”. Inoltre, 1.500 ulivi secolari sono stati risistemati nelle 24 isole sparse nel vigneto e lungo le strade storiche della Masseria; alcuni ulivi hanno 800 anni di vita.
All’interno della corte, invece, troviamo una chiesetta risalente alla seconda metà del ‘600, dedicata alla Visitazione di Maria a santa Elisabetta. Sul portale d’ingresso si conserva lo stemma lapideo dei D’Afflitto. Essi ottennero in concessione queste terre nel 1699 e con questa famiglia la masseria affronterà vicende alterne, di decadenza e di ripresa e floridezza. Sarà poi donata ai D’Ajala, nel 1773, in un caso piuttosto controverso, e ne rimarranno proprietari fino al 1900. E dal 2003 è della famiglia Montanaro.
Spostiamoci alle porte della Valle d’Itria, dove visitiamo Masseria Pilano, anche questa una masseria a corte chiusa, la cui parte più antica è di fine ‘600 e ad essa nel XVIII secolo si aggiunge la casa patronale con il portale stile rocaille. Si conservano, perfettamente restaurati, una galleria a trulli a uso agricolo dove è possibile ammirare anche dei seicenteschi muri a sacco che vanno a chiudere le zone degli orti. Ricordiamo che, in edilizia, i muri a sacco precedono i muretti a secco.
Circondata da boschi di lecci, cerri, corbezzoli e altre specie della macchia mediterranea, produce olio extravergine biologico e antichi grani come Senatore Cappelli e Saragolla. La Masseria Pilano è custode di una storia familiare: da ben dieci generazioni, appartiene alla stessa famiglia, i Palmisano, tramandando di padre in figlio valori, saperi e tradizioni agricole.
Paula era il nome di un casale rupestre medievale mai localizzato, tuttavia sicuramente incluso nel feudo dell’abbazia tarantina di Santa Maria del Galeso. Poiché la masseria ricadeva nel territorio soggetto a questo monastero, è stato ipotizzato che Pilano derivi da Paulanus.
La masseria è situata lungo la gravina di Pilano è uno dei pochi valichi praticabili da chi proviene dal mar Ionio e desidera raggiungere l’Adriatico, in particolare con Monopoli.
Masseria Pilano è stata anche scenario di episodi legati alla storia del brigantaggio post-unitario. Si rammenta l’evento del 21 novembre 1863, quando il brigante Cosimo Mazzeo detto Pizzichicchio e altri sedici uomini vennero qui intercettati dai soldati della 13a Compagnia del 24° Reggimento Fanteria; venne catturato solo il brigante gioiese Giovanni Custicot detto Annella.
Ma qui scoppiò la tragica passione amorosa tra il brigante Francesco Monaco e la contadina cegliese Domenica Rosa Martinelli, che fin da giovanissima viene etichettata anch’essa dall’esercito piemontese come brigantessa. Arrestata dai Carabinieri Reali, ebbe modo di dimostrare in processo la sua estraneità alla causa die briganti, ma che era stata solo costretta a intrattenersi con Monaco che si era invaghito di lei in maniera prepotente.
A circa un chilometro, incontriamo l’indicazione per la Masseria Russoli, una struttura di proprietà della Regione Puglia. L’area – con un’estensione di 192 ettari, per lo più nel territorio di Crispiano, al confine con Martina Franca – è protetta ed è popolata da bosco cespugliato e macchia mediterranea dove spiccano corbezzoli, lentischi, filliree, mirti, cisti, biancospini, ginestre, roverelle, lecci, bagolari, terebinti, olivastri e carrubi. Molti degli alberi presenti sono di tipo “Monumentale”, come l’esemplare di terebinto (Pistacia terebinthus), noto anche come “pistacchio selvatico” e impiegato principalmente come portainnesto del pistacchio; il terebinto di Masseria Russoli è censito dalla Regione Puglia e riconosciuto per il suo pregio paesaggistico e storico, vanta un’età di circa 2550 anni e un’altezza di 10 metri.

Il nome “Russoli” della contrada che dà anche il nome alla stessa masseria settecentesca, deriva dai frutti della pianta del corbezzolo, di cui è ricca la zona, infatti, i “corbezzoli” in dialetto locale vengono chiamati “russoli” per il loro colore rosso. La Masseria dal 1981 è “Centro per la conservazione del patrimonio genetico della razza asinina Martina Franca” razza tra l’altro conosciuta in tutto il mondo perché utilizzata per la riproduzione dei muli – incrocio asino cavalla – ed oggi fortemente esposta al pericolo dell’estinzione. Di mole considerevole, dotato di arti robusti e temperamento socievole, del nostro equino è piuttosto incerta la genesi per mancanza di fonti sicure: l’ipotesi più accreditata però è che sia autoctona, derivante da un antico asino pugliese, ben adattato alla morfologia carsica e ai pascoli tipici delle Murge orientali. Attualmente gli asini martinese dell’allevamento di Masseria Russoli sono una novantina.
Proseguiamo il nostro itinerario tra le masserie di Crispiano, muovendoci verso sud-est in prossimità del rilievo collinare di Monte Papa Ciro, fino a raggiungere la Masseria del Duca, segnata sulle carte antiche come Torre Rossa, localizzata a ridosso delle Murge sud-orientali in una zona ricca di boschi e macchia mediterranea, in un rapido passaggio di quota dai 200 ai 400 m slm. Risalente al XV secolo e appartenuta ai Duchi di Martina Franca De Sangro-Caracciolo e da loro usata come residenza estiva, è una masseria a corte chiusa, attrezzata per la difesa; passata poi al Vaticano, negli anni ‘60 del XX secolo viene acquistata dagli attuali proprietari, la famiglia Cassese.
Dall’unico ingresso ad arco si accede alla corte su cui si affacciano la Domus patronale baroccheggiante, la quattrocentesca Torre di vedetta con le caditoie ancora visibili, forse eretta per vigilare sulla carrozzabile sottostante e l’altra laterale da Grottaglie a Martina. Sulla stessa corte della masseria, adiacente all’ingresso con il suo interessante campanile “a cipolla”, affaccia la Cappella dedicata alla Madonna della Madia. Delle 100 masserie solo 33 hanno la cappella, e questa è la più grande di tutte.
La costruzione della Cappella risale, assieme ad altri interventi edilizi, alla seconda metà del XVIII secolo. All’interno presenta un altare in stile rococò con ricchi marmorizzazioni e affreschi con santi racchiusi in medaglioni; le pitture sarebbero attribuite al francavillese Domenico Carella, che sotto i Duchi Caraccioli sarà molto attiva a Martina Franca. Un matroneo opposto all’altare maggiore collegava la palazzina ducale alla Cappella consentendo così alla famiglia di assistere alle funzioni senza scendere in chiesa. Nel 1790, in forza di un accordo tra Carlo III di Borbone e la Santa Sede venne privata del diritto d’asilo, come ci rammenta iscrizione sull’architrave d’ingresso “A.D. 1790 Qui non si gode Asilo”, proprio a dire che lì non si poteva dare protezione e impunità a coloro che volevano sfuggire all’arresto e alla prigione.
Dal 2012 la masseria vanta il primo impianto pugliese per la trasformazione dei biogas agricoli in energia elettrica; l’intera produzione aziendale è dunque senza alcun impatto ambientale, con zero scarti e zero emissioni in atmosfera. L’azienda ha raggiunto alti standard nell’allevamento avicolo di galline ovaiole con una produzione di circa 60.000 uova al giorno e nella produzione di latticini – tra cui il formaggio “Don Carlo” (buonissimo!) e olio extravergine di oliva.
Prima di lasciare la Masseria del Duca, nei pressi dell’arco dell’ingresso, tra la corte e l’ombra del campanile a cipolla, vogliamo raccogliere la narrazione della nostra guida che ci accompagna di nuovo ai tempi del brigantaggio, e questi luoghi ne sono stati ancora una volta teatro, intrecciandosi con la figura del brigante noto come Papa Giru.
La Masseria del Duca fu infatti Venne ispezionata dal generale Church durante la battuta per la cattura della banda del prete-brigante grottagliese Ciro Annichiarico (Papa Giru, appunto). Le cronache locali ricordano come l’edificio fosse un punto di riferimento per la vita quotidiana del brigante, che vi trovava protezione e sostegno in una rete di complicità diffuse nel territorio. Un elemento che ha contribuito a consolidare la leggenda di Papa Giru è il suo legame con Antonia Zaccaria, giovane donna della zona, con la quale intrattenne una relazione amorosa intensa e contrastata. La donna, oltre ad intrattenere un legame segreto con lui, ebbe rapporti anche con don Giuseppe Motolese, anch’egli prete, e con Giuseppe Maggiulli, nipote dell’arciprete. La situazione, già di per sé scandalosa per l’epoca, degenerò presto in rivalità e gelosie, soprattutto tra i due sacerdoti. La tensione sfociò tragicamente quando, al termine di una processione, don Giuseppe Motolese fu pugnalato da un uomo incappucciato. Del delitto venne accusato proprio Ciro Annicchiarico, nonostante le prove a suo carico fossero deboli e il Maggiulli fosse resosi irreperibile. Arrestato e condannato a quindici anni di reclusione, don Ciro fu rinchiuso nel carcere della Regia Udienza di Lecce. Dopo quattro anni riuscì a fuggire approfittando della critica situazione politica e ritornò a Grottaglie cercando di condurre una vita normale finché il padre del Motolese fece di tutto per farlo catturare di nuovo. Ciro Annichiarico fuggì, si dette alla macchia e, a capo di una banda, commise delitti feroci; da quel momento diventò per tutti il brigante Ciro, poi soprannominato Papa.
Tra storia e leggenda questi racconti sembrerebbero il soggetto perfetto di una sceneggiatura e il territorio di Crispiano con le sue masserie e il suo paesaggio di macchia mediterranea, ulivi, vigneti e gravine si presterebbe ancora ad ospitare la rievocazione di quegli eventi.
Spostandoci a Masseria Lupoli però scopriamo che alcune produzioni cinematografiche e televisive ci hanno già pensato, anche se con pellicole per lo più contemporanee. Una masseria del 1500 che conserva la sua autenticità, con la sua distesa di ulivi secolari e vigneti e la sua posizione strategica all’interno della Foresta Tarantina, lungo il tratturo martinese, l’hanno resa protagonista nella lunga storia che la riguarda di varie contese prima tra Mensa Arcivescovile di Taranto, i grottagliesi e i martinesi, poi tra i vari successori; oggi set ideale per diversi film: “La mia bella Famiglia Italiana” diretto da Olaf Kreinsen con Alessandro Preziosi, Tanja Wedhorn e Karin Proia; “Il ritorno” del regista Olaf Kreisen; “Ci vediamo domani” del 2013 diretto da Andrea Zaccariello e interpretato da Enrico Brignano; “Sei mai stata sulla luna?” del 2015 diretto da Paolo Genovese. La pellicola ha per protagonisti Liz Solari, Raoul Bova e Neri Marcorè.
Agli inizi del XVII secolo, tra le concessioni di beni alla Mensa Arcivescovile di Taranto, La Masseria Lupoli (già “Torre Longa”, con riferimento alla torre medievale) è assegnata alla famiglia Cenci di Martina. Dai Cenci passò alla famiglia tarantina dei Lupoli, poi a Cataldo Nitti ed infine, dal 1913, alla famiglia Perrone che ne conserva tuttora gran parte della proprietà.
La Masseria è il punto focale dell’azienda agricola, il cui indirizzo produttivo prevalente è l’olivicoltura, grazie anche alla presenza di alberi secolari, in parte già documentati nel 1733.
I fabbricati che costituiscono il complesso masserizio sono un segno tangibile del susseguirsi dei vari periodi storici: la Torre tardo medievale con piombatoi, la cappella del XVII secolo intitolata a Santa Maria della Croce e dal 1931 Santa Maria Liberatrice (come ci ricorda l’iscrizione sull’architrave), gli ampi locali adibiti a stalle per il ricovero del bestiame e a dormitori del personale di epoca settecentesca, la casa patronale, completata alla fine della Prima Guerra Mondiale. Molto caratteristico è il frantoio ipogeo “a strettoio”, datato al 1844, con annessa cucina, altra peculiarità della masseria, trattandosi di un “camino a tutta volta”, l’intero vano cucina ha la particolarità che l’intera estensione della volta corrisponde con la cappa del camino.
La nostra ricognizione a campione nella terra delle 100 masserie di Crispiano si conclude a Masseria Mita. Inserita anticamente nel territorio della Foresta tarantina, fra i monti di Martina e l’antico tratturo martinese, la masseria risale al ‘600. Appartenente dalla sua nascita a ordini monastici, dopo la nascita del Regno d’Italia e la soppressione degli Ordini Religiosi e la confisca delle loro proprietà agrarie, la masseria fu acquisita dallo Stato e venduta all’asta.
È una costruzione a corte chiusa, circondata da muretti a secco, con una piccola cappella e un’aia settecentesca. Distintiva è la presenza di una torretta con sommità a cupola. Vi è presente anche uno jazzo, caratteristico recinto per pecore. Nelle vicinanze della masseria il tratturello martinese, uno dei sentieri percorsi durante la transumanza, la migrazione stagionale che conduceva annualmente le greggi dall’Abruzzo alla Puglia.
E qui la nostra giornata formativa alla scoperta di un territorio della Murgia tarantina ancora poco battuto dalle rotte turistiche di massa, e forse per questo ancora più autentico e genuino, volge al termine in un’esperienza che ha coinvolto tutti i sensi: non solo la bellezza del paesaggio e delle strutture, con la sua storia e la sua tradizione agricola, ma anche i profumi e sapori dei prodotti caseari e di panificazione, una tradizione di cucina contadina che giunge fino a noi, come il
pomodoro giallorosso di Crispano, presidio Slow Food pugliese, noto per la sua serbevolezza e la tipica colorazione, tipico della zona delle “Cento Masserie”.
Le masserie oggi sono un poetico simbolo di autenticità e di turismo lento; soggiornare o vivere un’esperienza in masseria significa ascoltare la storia viva del territorio, dove ogni pietra racconta e ogni ulivo custodisce una memoria.



