ELEONORA FONSECA PIMENTEL di Enza Piccolo

ENZA PICCOLO

ELEONORA FONSECA PIMENTEL

Il Raggio Verde edizioni

 

 

“Giova comunque ricordare ciò che individui, uomini o donne, di nobili sentimenti hanno compiuto con l’intento di realizzare un progetto di futuro per sé e per l’umanità” spiega Ada Donno, delegata all’ufficio di coordinamento internazionale di AWMR Italia – Associazione Donne Regione Mediterranea, nella prefazione al testo di Enza Piccolo che indaga una delle pagine più dense della Storia, la rivoluzione partenopea del  1799 e la figura di Eleonora Fonseca Pimentel, martire per la libertà. Articolato in due sezioni, nella prima parte la scrittrice pugliese  in un lungo monologo serrato, fa parlare in prima persona la sua Lenòr che, un momento prima di salire sul patibolo, con “la bocca piena di cenere e il cuore infranto”, ma sempre fiduciosa che “i nobili ideali dei giacobini, come lanterne, illumineranno il sentiero della storia”, sente il bisogno di “mettere ordine” dentro di sé e si racconta. E raccontando se stessa racconta la storia. La ricostruisce “senza un rigoroso ordine cronologico, ma anzi con spostamenti temporali che sembrano voler afferrare il filo di pensieri che s’inseguono affannosi”  facendo intersecare le emozioni personali e più intime, il suo microcosmo, all’interno della macrostoria, degli avvenimenti  che cambiarono la geografia del mondo, i destini del’umanità. Trascinata dagli avvenimenti e da un temperamento ardente, incontra la Rivoluzione.  “L’audacia che desidera l’avventura” la spinge a gettarsi nell’attività cospirativa e poi, con un ruolo sempre più di primo piano nella neonata Repubblica partenopea, a dirigere il Monitore napoletano che nelle sue mani divenne un autentico strumento di lotta, un mezzo per ricordare ai compagni rivoluzionari di non ignorare i bisogni delle masse, dei lazzari e di tutti i diseredati. Sapeva che “quelli che avevano più bisogno del giornale non sapevano leggere”.

Nella seconda sezione il libro offre spunti di riflessione in una serie di saggi brevi che mirano ad analizzare le dinamiche e gli echi della rivoluzione partenopea non solo nella capitale borbonica ma anche nella città di Trani.

PREFAZIONE di Ada Donno

“Forsan et haec olim meminisse juvabit”, forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

L’ultimo pensiero di Eleonora Fonseca Pimentel, forse le ultime parole da lei pronunciate a fior di labbra prima di morire sul patibolo, è stato questo verso di Virgilio. Così racconta Maria Antonietta Macciocchi nell’appassionata biografia romanzata di Eleonora, in ciò usando l’affidabile testimonianza di Vincenzo Cuoco, che fu estimatore ed amico della rivoluzionaria partenopea, e le sopravvisse con agio.

Certo, ricordare è utile. Anche quell’impresa che, in tempo di bilanci consuntivi, ci appaia fallimentare. Giova comunque ricordare ciò che individui, uomini o donne, di nobili sentimenti hanno compiuto con l’intento di realizzare un progetto di futuro per sé e per l’umanità. E non c’è dubbio che la rivoluzione partenopea del 1799 contenesse tale progetto. E che valesse la pena di sacrificarvi con generosità e slancio intelligenze e vite. E che tanta parte di quell’esperienza, a dispetto di tutte le ragioni del suo fallimento e perfino della sua impossibilità, sia stata importante per scrivere le pagine di storia dei due secoli che sono seguiti.

“Vorrei morire anche stasera, se dovessi pensare che non è servito a niente”, fa dire più umilmente Renata Viganò alla sua piccola sconosciuta partigiana Agnese, il giorno che decide di andare a morire per mano dei nazifascisti. Parole differenti, ma uno stesso modo di sostenere sulle spalle il peso di un’idea.

Secondo Vincenzo Striano, invece, che su Eleonora ha scritto il suo romanzo più bello, l’ultimo pensiero di Eleonora sul patibolo fu: “niente, il resto di niente”. Allo stesso tempo un’amara ammissione di fallimento  e un’orgogliosa determinazione a fare la propria parte fino in fondo. Il sotterraneo filo conduttore di una vita vissuta senza illusioni per affermare la propria dignità e i propri ideali. La prospettiva rivoluzionaria perseguita con coerente ardore, ma sapendo che quel che resta è niente e l’utopia rivoluzionaria è destinata alla sconfitta.

Le ragioni di questa diversità di scelta, probabilmente, vanno ricercate nella biografia degli autori stessi.

E’ quasi inevitabile. Quando uno scrittore o una scrittrice decidono di ridare vita ad un personaggio della storia, la cui figura li appassiona e la cui vicenda li avvince, finiscono col restituirci nel personaggio anche molta parte di sé. Alcuni sentono perfino il bisogno di giustificarsene di fronte ai lettori, come se avessero sottratto qualcosa alla verità storica, o viceversa come se avessero aggiunto qualche cosa che le carte d’archivio non hanno documentato.

 

Enza Piccolo no, non ha questa preoccupazione. Ci si è buttata a capofitto, convinta di riuscire a stare tutta dentro la “sua” Lenòr, martire per la libertà. Lenòr che, un momento prima di salire sul patibolo, con “la bocca piena di cenere e il cuore infranto”, ma sempre fiduciosa che “i nobili ideali dei giacobini, come lanterne, illumineranno il sentiero della storia”, sente il bisogno di “mettere ordine” dentro di sé e si racconta in prima persona, nel lungo monologo serrato che compone questo testo. In cui le vicende personali, i sentimenti, le emozioni più intime s’intrecciano agli eventi registrati dalla Storia: senza un rigoroso ordine cronologico, ma anzi con spostamenti temporali che sembrano voler afferrare il filo di pensieri che s’inseguono affannosi, s’accavallano, tornano indietro per poi proiettarsi di nuovo in avanti, verso l’imminente fine per mano del boia, che l’aiuterà ad “uscire dall’inferno della storia”.

 

Sfilano così – narrati in prima persona –  le persone e i luoghi che riempirono di senso la vita di Eleonora Pimentel, “fanatica dell’avvenire, orgogliosa delle conquiste della ragione”. La famiglia appartenente alla piccola nobiltà portoghese, d’idee progressiste, nella quale si leggevano Diderot e Montesquieu, e si esaltava la superiorità dell’ingegno contro la bestiale ignoranza.  Le preziose relazioni coltivate con cura, le amabili corrispondenze letterarie, come quella con il “vanitoso Metastasio”.  L’ambivalente posizione di Eleonora, divisa tra gli agi di una condizione sociale che non disprezza “gli omaggi della corte borbonica” e le entusiasmanti sfide intellettuali che l’attraggono alla ragione dei Lumi (“il tarlo della conoscenza rapì la mia anima”).

Poi, “l’imperdonabile sbaglio del matrimonio”, accettato con troppa leggerezza  per compiacere la famiglia, confidando nel valore dell’agire umano che può vincere ogni prova, per quanto dura (“è meschino, ma imparerò ad amarlo”). Ma l’acuto spirito indagatore nutrito di studi scientifici e la raffinata preparazione letteraria – molto apprezzati nei circoli intellettuali del Regno –  non reggono alla miserabilità di un’esistenza compressa per quattro lunghi  anni da un marito ignorante e volgare, tanto ostentatore del lusso quanto gratuitamente violento, che mal sopporta quella moglie troppo istruita e “sconsigliata”.

E’ stata soprattutto la scoperta dell’incartamento relativo al processo di separazione coniugale, riportato alla luce nell’Archivio di Stato di Napoli una trentina d’anni fa, a gettare una luce inaspettata e livida sulla vita privata di Eleonora, e particolarmente sulla mortificante convivenza con un uomo che non le risparmia nessuna umiliazione.

Con grande fatica Eleonora se ne affrancherà, aiutata dagli eventi che incalzano da presso il dispotismo borbonico (“mi sarei perduta se non avessi conosciuto un giacobino di buoni sentimenti”).

Trascinata dagli avvenimenti e da un temperamento ardente, incontra la Rivoluzione.  “L’audacia che desidera l’avventura” la spinge a gettarsi nell’attività cospirativa e poi, con un ruolo sempre più di primo piano nella neonata Repubblica partenopea, a dirigere il Monitore napoletano.

Forse nelle intenzioni di chi volle affidarle l’incarico – una donna alla direzione dell’organo ufficiale d’informazione era cosa del tutto inaudita! –  il Monitore doveva essere solo l’ubbidiente lunga mano del governo appena instaurato. Ma nelle mani di Lenòr diventò invece un autentico  strumento di lotta (“raccontavo gli avvenimenti senza fare sconti a nessuno”). Conosceva bene la realtà napoletana, non poteva ignorare che la Repubblica era una costruzione fragilissima, e perciò non smetteva d’incalzare i suoi compagni rivoluzionari imbevuti di astratte formule libertarie a non ignorare i bisogni delle masse dei lazzari, dei servi e di tutti quanti i diseredati.

 

Sapeva che “quelli che avevano più bisogno del giornale non sapevano leggere”.

“Rammento ai nostri degni Rappresentanti – scriveva Eleonora – ch’egli è non solo utile, ma d’intrinseco dovere della democrazia, che il popolo sia inteso dei fatti, e posto in istato di giudicarne; altrimenti come vi prenderà interesse?”

Ma non i trattava d’infondere nel popolo, dall’alto, una scienza che non nasceva dal popolo. Piuttosto bisognava che la Rivoluzione s’avvicinasse al patrimonio di tradizioni, di cultura, di lingua del popolo. Così soltanto si sarebbero abbattute le barriere, artificiosamente create, tra popolo e plebe. E concludeva: “L’istruzione teorica fa qualche filosofo, la sola istruzione pratica fa le nazioni”.

E’ qui – osserva in un lucido e documentato saggio del ’77 Annarita Buttafuoco, compianta storica delle donne – il contributo originale alla rivoluzione napoletana di Eleonora Pimentel, alla quale “la qualità delle esperienze esistenziali, in quanto donna, ha fornito un terreno di analisi ben più ricco e problematico, che non quello dei suoi compagni di fede politica”.

Eppure, un argomento mai affrontato da Eleonora Pimentel sul Monitore è proprio la questione dell’emancipazione femminile. C’è da chiedersi perché, una donna animata da tale passione civile, non esprima mai il suo pensiero su un tema ampiamente dibattuto in quegli anni nelle altre Repubbliche sorelle. “A Venezia, Bologna, Milano… non poche donne, animate da spirito rivoluzionario, ma consapevoli anche della specificità della condizione femminile, se in un primo momento avevano subordinato la questione della loro emancipazione alla vittoria della Rivoluzione, la riaffermarono con forza, quando, essendo i nuovi governi ormai stabiliti, si vedevano emarginate ed escluse.

C’è da chiedersi come mai, e se lo chiede la stessa Buttafuoco,  “Eleonora Pimentel, pur avendo pagato duramente proprio il suo essere donna, non ha colto il segno politico (specifico) della propria sofferenza”. Basta la giustificazione della brevissima durata della Repubblica napoletana a spiegare quest’assenza?

Diceva Marguerite Yourcenar che il grafico di una esistenza umana  non si compone mai d’una orizzontale e due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che corrispondono a ciò che ciascuno ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.

Di certo Eleonora doveva conoscere Mary Wollstonecraft, che nel 1792 pubblicava a Londra A vindication of the Rights of Woman, pietra miliare della letteratura femminista, apparso in traduzione italiana proprio a Napoli nel 1794.

Doveva anche conoscere le proteste delle “cittadine” delle altre Repubbliche quando vedevano conculcato il loro desiderio di partecipare alla vita politica. E dovevano esserle giunte alle orecchie le doléances di Olympe de Gouges, che da Parigi gridava con quanto fiato ha in corpo: “O donne! Donne, quando finirete di essere cieche? Quali sono i vantaggi che avete ricavato dalla Rivoluzione?”.

“L’ignoranza, la dimenticanza o il disprezzo dei diritti della donna sono le sole cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi”, ricordava Olympe nel preambolo alla sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, proclamando quindi in diciassette articoli gli uguali diritti  delle donne, poiché “se esse hanno il diritto di salire al patibolo, devono avere ugualmente quello di salire sulla tribuna!”.

Ma nessun provvedimento fra quelli chiesti dalle donne venne accolto dalla Rivoluzione Francese ed esse furono escluse anche dal suffragio universale stabilito dalla Costituzione del ‘93.

Quello stesso anno, in solitudine, Olympe venne arrestata e ghigliottinata.

I rivoluzionari giacobini non ignoravano il problema e non mancavano di accennare, qua e la, alla «condizione sempre negletta della donna», ma le istanze in favore delle libertà femminili non uscivano dai limiti di una visione della donna sublime compagna di lotta, sì, ma preferibilmente fuori, essa stessa, dalla lotta. E i tentativi fatti da parte di donne rivoluzionarie perché la questione femminile fosse posta come base di un movimento politico organizzato non ebbero seguito, per oltre un secolo ancora.

Ricordare tutto questo giova.

 

Enza Piccolo

Enza Piccolo è nata a Barletta dove ha insegnato per molti anni. Attualmente vive a Trani dedicandosi alla scrittura.
Dopo la laurea in lettere, si è dedicata all’insegnamento, con la passione per il teatro.
Ha già pubblicato: Sul palcoscenico della Scuola; La notte del destino nel mondo greco; Intrighi e Passioni nel teatro di Shakspeare; Dopo il buio (ed. Manni, 2003) composto da tre racconti, fra cui Il trasloco, letto e interpretato da Pamela Villoresi con la regia di Maurizio  Panici; Il viaggio di Chiara (Ed. Bonanno, 2004); Bloomsbury, edizioni Il Raggio Verde, 2006; Nuvole – non sempre le puoi guardare, Il Raggio Verde edizioni, 2007; Con Lydia, edizioni Il Raggio Verde, 2008; Eleonora Fonseca Pimentel – Martire per la Libertà, Il Raggio Verde edizioni 2009.

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