il segno sogno

Il segno dello scrivere,

il sogno del raccontare

di Francesco Pasca

Tutto inizia da e con Dyonisos. Così inizia e scrive, fra le righe di un tal Euripide, Paolo Vincenti. L’autore ne fa subito riferimento: “Nato da un fulmine” e sebbene indichi che, sia figlio del Cielo, quel fulmine può averlo scagliato solo Zeus che, d’amore e di morte se ne intendeva e non poco.
È così che in Eros e Thanatos staziona, si aggroviglia e si espande il Tempo e ancor più si accende il “furore per il divino bambino …”.
Il Tempo è filo, è interconnessione, è comunicazione, è il concreto che dal Nulla sa rendere il Tutto. Chi in questo momento scrive di Paolo e legge di Paolo è affascinato dal Tempo. Nella mia successione temporale, volutamente, evidenzio prima, “scrive” e poi il “legge”.
Ho voluto evidenziare l’assurda convenienza di dover esprimere l’azione come una conseguenza, come un assurdo, come il correre nel labirinto e percorrere anche il ritroso a me caro. Scrivere e leggere è il  “BALLO DI TESEO E ARIANNA”.
L’ascia bipenne nel Tempo è il momento più importante, dicotomizza, strappa, separa. Per Paolo Vincenti il verso di quell’ascia diventa l’atto dello scegliere nella sua bottega, quella della sua memoria, e ne diventa la vendemmia, l’ENTER e l’ITER

Ma cos’è realmente il Tempo? Per L’autore potrebbe essere anche un’attesa, uno starci dentro magari con un sogno sufficientemente lungo. Tracciare è anche scrivere e può divenire quel che viene concesso: il Tempo al Tempo, oppure solcare con il segno invisibile dell’insonnia. La lettura-scrittura stessa di Paolo, per me, diventa l’ascia da utilizzare nel verso che più mi è opportuno, mi aiuta non nello scegliere il verso ma per ottenere la mia cesura di Tempo: “qui omnia bona secum portat” pag. 65.
Ma il Tempo può anche essere il: mi ricordo, Upo’ Mnemata. Allora, occorre rubare il Tempo, oppure occorrerà cancellare il Tempo presente e se non ciò non bastasse si può anche ricordare per rinnovare. Per Vincenti può non essere più Buon Tempo o il ritrovarsi nuovamente con in tasca la nuova moneta di un Tempo per comprarsi una fetta di quello smarrito.

Ma Upo’ Mnemata nella sua concentricità è anche dare e avere, avere per dare, attendere per ricordare: Quando il Tempo … oppure per un particolare libare: Bibit hera, bibit herus.
Paolo con la lettura mi consente il ritorno al mio scrivere e poi al mio leggere, al mio eterno ricorsivo palindromo, all’ουροβóρος all’ ‘ourá‘ che ne è coda, che ne “È” simbolo alchemico, gnostico, ermetico.
Il leggere “la bottega del rigattiere” è l’associare. Il suo è prendere posizione all’essere politically correct, ma è anche il pretendere il messaggio e a trovarlo come fosse: ”Zoppas li fa e nessuno li distrugge”, pag. 96.

Lì, “È” come azzerare il Tempo, come annullare qualsiasi legge fisica sulla conservazione. La mia stessa conservazione, il mio poter continuare a scrivere, a leggere, diventa la domanda di Paolo: Ma Quale messaggio?
Nella lettura sono immerso fra le tante cose trovabili o introvabili, fra quelle nascoste o le palesate. In bell’evidenza vedo Paolo che mi strizza l’occhio su un’Italia che è in festa per un Dyonisos che non può più nascere da un fulmine, che non vi è più Zeus che rapisce il suo Ganimede, né più sottomette Io, giovenca pazza da … far eleggere a nuova “Europa”. Tutto è descritto come se fosse un’ITALIA da Bambina della notte. Vincenti sa di mitologia e ricorda tutto questo e lo ripete per ben tre volte come e con: “il male alletta(e Dio sopporta)”.
Così, mi porta al bivio di manzoniana memoria, mi conduce anche alla scelta fra l’essere Jekill o Hyde. Lui stesso si dicotomizza nella scelta d’essere Zuchero o Sale. Qui sarà il Tempo a dover scegliere l’attribuzione della sostanza da destinare al Signor Paolo o al Dottor Vincenti. È “Qui” che continua a ritornare l’uroboro e a dover giudicare il MESTIERE DELLE PAROLE.
L’UNO in DUE diventa la straordinaria capacità di sognare e di dover ricevere, avere in consegna, scritto su foglie sparse dal vento il messaggio del proprio aruspice.
Qui Dyonisos rinasce ancora dalla saetta di Zeus e il Sogno diviene ALTRO e OLTRE. Qui, tra pag. 140 e 141 sosta fra le occasioni perse e fa associare il suo sogno al mio ozio, il suo ozio diventa anche il mio sogno.
Nel Tempo e col Tempo fa apparire, come fumo denso e pastoso, l’immagine della malinconia. Paolo ci ricorda che ognuno ha, possiede il suo suicidio, che lo si ritrova intimamente e rode come spina nel fianco.
Ricorda che vi è il mistero, che è il filo di Aracne, che tutto intorno a noi, nel Tempo è col Tempo, che tutto è febbrile e, in questo FARE, si elabora la lancetta degli attimi come spada nella fucina di Efeso, con il fuoco, e si rielabora nuovo Tempo, nuova Storia, si riportano indietro le “code e le bocche di noi instancabili uroboro”. Le lancette del nostro Tempo divengono le mandrie dei buoi rubati ad Apollo per confondere il verso del Tempo nel Tempo.

Nel mio leggere tutto diventa mercuriale, astrologicamente rappresentato dalle facoltà intellettive, dalla curiosità di conoscenza, dalla comunicazione, dal Luogo principe di ogni Tempo, dal pensiero.(non a caso la data dei giorni di nascita,11 giugno, ci è comune) È l’alchimia della parola che diviene Regno, funzione specifica di razionalità insita in sé stessa, essenzialmente cammino verso la ricerca del vello d’oro.

Il fuoco che non distrugge, ma trasforma, conduce all’ALETHEIA in cui, dalla fabula docet, dal novello Heidegger, si estrae una nuova comprensione di Verità. Verità che è “svelamento” e addiviene alla distinzione accurata dello stato delle cose, addiviene alla nuova corrispondenza del sistema complesso di definizione di ULTIMO TEMPO, accerta l’esistenza di un qualsiasi banalissimo fare, di un ADDIO.

Quel Tempo Ultimo è l’uguale di sempre, è una Dorian Gray che, può trovarsi fra l’essere Maria Luisa Mangini, la malafemmina del film di Totò e Peppino De Filippo.
Il Tempo può essere quello da lei interrotto a 83 anni,fra i frantumi di uno specchio. Può anche essere altro Tempo, così come recitato da altre letterature: « Ora, ovunque andiate, voi incantate il mondo. Sarà sempre come oggi?… » (da ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde).

È stata una piacevole lettura e anch’io ho voluto frugare nella bottega del suo-mio rigattiere, magari anche trovare e ricordare, provare a sentire anch’io quell’UNO in DUE.  

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