La narrazione dei luoghi

In mostra fino al 6 dicembre 2015 a Lecce nella chiesa di San Giovanni di Dio

Raffaele Quida. Senza titolo per San Giovanni di Dio

di Carmelo Cipriani

Una mostra è sempre un racconto di ciò che è stato fatto e di ciò che ci si augura sia percepito. Narrazione del percorso compiuto e di quello che si compirà, punto di arrivo e di partenza insieme, ma anche narrazione dei luoghi, fisici e mentali, evocati ma soprattutto reali come lo spazio che la ospita e con cui le opere entrano – si spera – in sintonia. Questa è la regola, purtroppo non sempre rispettata. Quando ciò avviene si generano i luoghi della dimenticanza, sottovalutati o vilipesi. Non solo siti chiusi o abbandonati ma anche mal gestiti. Ferite aperte, tanto più laceranti se i luoghi in questione sono di pubblica proprietà e utilità.

 

È tra questi la chiesa di San Giovanni di Dio, sontuoso edificio barocco ad aula unica di proprietà comunale, in pieno centro storico leccese, su via Giuseppe Palmieri. Costruita nella prima metà del settecento dallo scultore e architetto salentino Mauro Manieri, è annessa all’ex Istituto Margherita, stabile anch’esso comunale, in attesa da anni di adeguate risistemazione e rifunzionalizzazione. Da anni la chiesa ospita, o meglio subisce, eventi negletti, privi di qualunque attenzione curatoriale, il più delle volte di qualità discutibile e con allestimenti imbarazzanti, con tele issate su cavalletti o poggiate al suolo con gli altari occultati in funzione di sostegno. Alcuni sono addirittura divenuti appuntamenti fissi, trasformando la chiesa in una sorta di periodico show room. Tutto questo nel più totale disinteresse dell’amministrazione e nella noncuranza del pubblico, spesso disattento ai suoi tesori, come se il loro essere pubblici li rendesse scontati, quasi invisibili. La chiesa è invece un vero gioiello, un contenitore stimolante per il pensiero e la creatività degli artisti, che ben si presta ad ospitare eventi di arte contemporanea, installazioni in particolare.

Lo ha dimostrato Raffaele Quida, che con l’intervento site specific “Senza Titolo per SGD” (fino al 6 dicembre), curato da Lorenzo Madaro, ha rivelato le molteplici potenzialità dell’edificio, facendogli acquisire una nuova luce e una nuova vita. Allestita in occasione del più ampio evento espositivo “Lecce Galleria d’Arte”, organizzato dall’amministrazione a chiusura dell’anno che ha visto la città nel ruolo di capitale della cultura italiana, l’installazione ridefinisce visivamente lo spazio senza intaccarne le strutture né comprometterne la visione, anzi accrescendone il sacrale fascino, ormai laicizzato.

Alcuni lampadari posizionati ai piedi dell’altare maggiore costituiscono un corpo unico illuminato da un timido fascio di luce, tenue eppure sufficiente nella semiombra generale ad attrarre l’attenzione dello spettatore. I lampadari precipitati, legati in grovigli inestricabili fino a rendere difficile il riconoscimento dei singoli elementi, parafrasano la caduta delle luci, l’oblio a cui l’edificio è stato, suo malgrado, costretto, la trascuratezza di un luogo che, nonostante tutto, non ha mai rinunciato alla sua bellezza. Le ferree volute dialogano con quelle lapidee degli altari accrescendo l’identificazione tra opera e architettura mentre la ragnatela superstite, miracolosamente conservatasi, rinvia alla vetustà degli oggetti ma anche a quella dell’edificio. L’oggetto fisico si smaterializza in un’entità concettuale, mentre contenuto e contenitore si corrispondono e s’incastrano magicamente in un perfetto equilibrio emotivo. Come ha precisato Anish Kapoor, il ruolo dell’artista contemporaneo non è occupare lo spazio, ma inserirsi all’interno di un contesto storico per creare un dialogo nel tempo attraverso l’arte.

L’artista racconta lo spazio da una prospettiva sia narrativa che teatrale, indagando su percezione e memoria e, insieme, stabilendo un dialogo intimo e profondo con chi osserva. Un’opera-ambiente essenziale nella connotazione formale, ma densa nel suo portato concettuale, origine di una relazione con lo spazio non solo dialogica, ma fondante. Un allestimento arioso e ben equilibrato, dall’estetica pulita ed essenziale, che stimola la libera esplorazione dello spazio.

Per fortuna le storie dei luoghi hanno anche un lieto fine, si spera solo sia definitivo.