In un libro l’essenza della Cultura salentina

di        Giusy Agrosì

 

Parlare di Raffaele Polo ci consentirebbe di ripercorrere un lungo cammino letterario e giornalistico, ma richiederebbe sicuramente una circostanza differita, dovendo noi, invece, concentrarci sul suo ultimo lavoro dal titolo “ Taccuino Introduttivo alla Letteratura Salentina”.

È opportuno però sottolineare  che questa pubblicazione nasce dalla sua consolidata esperienza di recensore letterario e dalle sue frequentazioni giornalistiche e dunque al ruolo svolto dalle colonne cartacee del Quotidiano si Puglia, quale animatore editoriale, così come quello di impareggiabile osservatore degli eventi culturali e di personaggi del nostro passato prossimo.

Fin dall’incipit di questa pubblicazione, egli riconosce l’autorevolezza formativa del suo Maestro di Vita e di Giornalismo, citando don Ernesto Alvino che concesse a lui ragazzo, l’ambitissimo onore della Terza Pagina di “Voce del Sud”.

E poi, cosa affatto non trascurabile, egli è fine scrittore di romanzi e racconti; capace di porsi in ascolto, senza aria di superiorità, di altri autori di cui  è  spesso scopritore e valorizzatore.

L’intento esplicito di questo testo è sicuramente quello di contribuire alla consapevolezza che il Salento è, ed è stato anche in passato,  Terra di Cultura e non area sub-culturale come si vorrebbe far credere.

Attraverso le note bio-bibliografiche di diversi autori, presentati in rigoroso ordine alfabetico, per non far torto a nessuno, e ad alcuni passi dei loro scritti, Raffaele Polo tenta, riuscendoci, di ricondurre alla Salentinità degli stessi, un comune denominatore…   quasi a voler riconoscere all’appartenenza a questa Terra un quid che diviene un plus-valore nell’economia dell’analisi letteraria.

Prendendo in considerazione le vicende personali e letterarie dei singoli autori, egli è in grado di enucleare elementi storici legati alla città di Lecce.

Trattandosi per lo più di autori contemporanei del nostro più recente passato, ha modo di descrivere i caratteri conservatori della città, per molto tempo roccaforte della destra, impermeabile alle sollecitazioni del vento di cambiamento  che altrove già operava vigoroso.

E sul tappeto delle storie  innesta la storia del giornalismo e l’affrancamento dalle testate nazionali, grazie all’azione di intellettuali locali che andavano rivendicando un’autonomia culturale ed una specificità letteraria.

E’ possibile tracciare così anche la storia dell’editoria locale che sembra dare una spinta consistente al fermento sociale negli anni.

Va detto però che la sua narrazione evidenzia, per alcuni autori, scelte di delocalizzazione editoriale.

Ma come è noto, la Storia è fatta  di eventi e di uomini e ad essi Raffaele Polo richiama la nostra attenzione, rimarcando gli aspetti della formazione giovanile piuttosto che le vicissitudini economiche ed umane, le alterne fortune, l’appartenenza a gruppi sociali, alle differenze di censo…

L’onestà intellettuale che caratterizza la  disamina degli autori, lo porta a sottolineare anche la “ritrosia” da parte degli intellettuali contemporanei a contemplare scrittori “non allineati” per così dire… all’ateismo, all’agnosticismo, ecc…

 

Figuriamoci dunque come poteva il mondo degli intellettuali essere ben disposto verso i preti…

Ma ogni regola ha le sue eccezioni e la credibilità di don Tonino Bello, vero militante della non violenza e del dissenso fattivo alle gerarchie ecclesiastiche in piena aderenza al messaggio di salvezza per l’uomo, sembrano incrinare la dura posizione anticlericale dei politici più recenti e dell’area intellettuale.

Con la sua solita leggerezza, Raffaele Polo sottolinea la marcata salentinità di coloro che, per nascita o per transumanza, non erano fisicamente sempre stati nel Salento, ma di esso erano imbevuti completamente.

Un altro elemento enucleabile dalla lettura del testo è la seria discussione che il mondo intellettuale intavola sull’uso del dialetto, per molto tempo relegato all’uso plebeo che rivendica, invece, attraverso alcuni autori il titolo di idioma.

Trattasi,  dunque, di riconoscere ad esso il valore della trasmissibilità di una cultura altra.

Alcuni autori  attribuiscono, con i loro scritti, solo al dialetto la capacità di esprimere compiutamente contenuti storici ed emotivi, rivendicandone così la dignità culturale  (vd. Nicola De Donno, Oberdan Leone , Arturo Leva, ecc)

Anche questa scelta risente di un mutato clima politico, più aperto, se così si può dire, alle istanze identitarie delle classi non patrizie che per secoli erano state tenute ai margini o private del sapere e della sua trasmissione.

Ricordiamo che solo i ricchi potevano permettersi di studiare e l’alfabetizzazione popolare è conquista relativamente recente.

Non mancano poi aneddoti divertenti riguardo alla spigolosità di alcuni autori che la cronaca non pare aver mai riportato (…Rina Durante) o ad altri aspetti caratteriali che riuscivano a rendere invisi alcuni  degli scrittori presenti nel suo taccuino…

L’autore ha approfondito con dedizione il suo lavoro di ricerca con l’intento di lasciare alla memoria del passato l’occasione voluta, e non fortuita, di interrogarci sulle nostre origini per poter comprendere meglio il nostro ruolo nella società locale e sulla costruzione di un’identità  condivisa che superi le barriere del localismo.

 

 

 

 

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