Don Franco Lupo, Lecce, il dialetto, la poesia

Un uomo di Chiesa e un cultore della tradizione un poeta delle cose semplici di quelle che arrivano dritte al cuore…

Raffaele Polo

Ero ad una sagra, una di quelle kermesse estive che attiravano tanti visitatori, da noi. E si sprecavano i commenti, in tutte le cadenze, in tutti i dialetti, per le nostre (semplici) specialità da fast-food. Una simpatica signora mi ha sorriso e mi ha chiesto: ‘Scusi, né. Ma cossa son le pettole?’
Preso alla sprovvista, ho detto: ‘Palline di pasta fritta’. Ma mi sono vergognato subito per la mia superficialità. E ho pensato a Lui, a don Franco Lupo, che ha accompagnato tutta la nostra esistenza di ‘leccesi’ col profumo della sua poesia e delle sue ‘pittule’.


Per noi, don Franco Lupo era già da tempo nel Paradiso. In quel luogo meraviglioso dove sono tutti i leccesi di ogni tempo che hanno dedicato la loro vita oltre che agli affanni di ogni giorno, a nobilitare ed onorare il dialetto della nostra terra, l’unica, vera bandiera che possiamo esibire, senza timore che ce la strappi nessuno.
Il dialetto e la poesia, connubio imprescindibile di attaccamento alle proprie origini, rafforzato ancor più da quel senso di ‘cristianità’ che, scevro da orpelli e gerarchie, riesce a farci colloquiare semplicemente con il Bambino, sino ad offrirgli una ‘pittulicchia’, un vero e proprio colpo di genio poetico che don Franco ci ha lasciato, assieme al suo vagabondare sulla carrozzella per la vecchia Lecce oppure le visite alle ‘putee’, magari accompagnati da ‘perieddi’ e ‘bizzoche’.
Perché il mondo di don Franco era un mondo cangiante che, di fatto, non esiste più. Ma che si può evocare e rivivere con un semplice endecasillabo, con un verso che ha tutta la perfetta musicalità del dialetto leccese, un verso semplice come può essere il grido del venditore di noccioline che, a gran voce, così ci invita: ‘Cazzatile, pruati le nucedde’.
E la sua figura, minuscola e sempre compresa nella tonaca classica di un prete di antico stampo, riesce a consolarci, con paterna bontà, dei mali del mondo. Senza disperazione, si badi bene. Con un pizzico di nostalgia ma con la certezza, tutta cristiana, che la Provvidenza saprà aiutarci a raggiungere quella dimensione che ci farà partecipi di quella ‘gente bona’ che, nella semplicità e nella fiducia nel Creatore, ha raggiunto la salvezza e quel sentimento che viene dalla consapevolezza di essere ‘figli prediletti dal Signore’.
Ecco, don Franco, con la sua poesia lineare, efficace e profumata della fragranza delle vecchie cose, ha fatto il miracolo. Ci ha dato la forza per tirare avanti, per sorridere, un po’ come facevano i nonni quando ci consolavano e ci mettevano la mano sul capo,
Ecco perchè abbiamo pensato, da sempre, che il posto giusto per don Franco fosse quel Paradiso che la sua figura evocava.
Ora, ne siamo certi, Lui è là, ad offrire, con un sorriso, una ‘pittulicchia’ all’amato Bambinello.

Le pittule ce suntu me sai dire?
Nu picca te farina a mienzu l’uegghiu,
ma lu Natale nu se po sentire
se mancanu le pittule: lu megghiu!
Le pittule la sira te Natale
le frisce mama, iou me le regettu
su belle caute e nu me fannu male
puru se quarchetuna brucia mpiettu.
Le pittule a Natale su de casa
pe li signuri e pe li pezzentusi
le idi tutte ntaula intra la spasa
le mangianu li ecchi e li carusi.
La uei na pittulicchia Mamminieddrhu?
Auru nu tegnu Suntu Frusculieddrhu

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