Galatone: una passeggiata nel borgo galateo

Itinerario tra i tesori architettonici della città natia dell’illustre Antonio De Ferrariis noto con il nome accademico di Galateo

Sara Foti Sciavaliere

“Sette cose, Galàtone, si vantava d’avere del colore del croco: il croco stesso, il miele, il cacio, il vino, l’olio, i fichi secchi e le uve passe”, così Antonio De Ferrariis universalmente noto con il nome accademico di Galateo, illustre figlio di Galatone, autore nel ‘500 del libretto “De Situ Iapygiae” sul Salento. Ma qui, nel borgo galateo, color dell’oro è anche la pietra, il carparo, con la quale sono edificati palazzi, chiesi e monumenti.


Centro di origine alto medioevale, venne munito di mura dopo il Mille. Sebbene i documenti più antichi che lo segnalano risalgono al XIII secolo, le premesse della sua nascita sono antecedenti al Mille e possono ricercarsi nella ristrutturazione agraria del Salento bizantino attorno al IX secolo, quanto tanti casali rurali dell’area si consociarono nel borgo presidiato da milizie bizantine, fondendosi tra loro. Si ponevano così le origini del primo nucleo di Galatone. Durante il successivo periodo normanno, l’abitato sarà dotato di fortificazioni più adeguate rispondenti alla politica militare normanna; tali fortificazioni sono testimoniate oggi dalla torre orsiniana posta accanto al Palazzo Marchesale cinquecentesco. Alla fine del XII secolo Galatone passa dai Normanni agli Svevi con alterne fortune e nel 1271 venne amministrato dagli angioini che nel 1334 doteranno Galatone di una cinta muraria scandita da torri che, innestandosi alle fortificazioni preesistenti, determinerà definitivamente il centro urbano andando a costituire quello che è l’attuale centro storico. Nel 1384, però, il contado neretino di cui fa parte anche Galatone viene attaccato dalle truppe leccesi dei D’Angiò – D’Enghien che portarono saccheggi e distruzioni. Il periodo più vivace ed esaltante della storia galatea fu sicuramente il ‘400, caratterizzato da intensa spiritualità ellenistica e dalla presenza di dotti sacerdoti greco-salentini, esperti di letteratura greca. Il paese sopportò in quello stesso periodo le pesanti conseguenze delle lotte per la successione al trono di Giovanna II, la tremenda invasione turca del 1480, quella veneta del 1484 e francese del 1495.
Nel 1497 Galatone passò al dominio di Federico d’Aragona e amministrata dagli Acquaviva, finché dal 1504 cominciò la dominazione spagnola per oltre due secoli, fino alla fine del sistema feudale. La sua lunga successione feudale inizia dunque con Maurizio Falconi nel 1192, passa dai Sanseverino, ai Caro, agli Orsini del Balzo, fino ai Granito Pignatelli di Belmonte, concludendosi col conte Giuseppe Pignatelli nel 1806, anno dell’abolizione della feudalità.
Galatone conserva ancora qualche tratto di mura medioevali e una graziosa porta cinquecentesca unica sopravvissuta delle tre esistenti in origine, Porta S. Sebastiano, dove nella parte centrale dell’arco a tutto sesto – nella lunetta formata da un timpano semicircolare – sono allocati gli stemmi della civica amministrazione con la fiamma ardente, dei feudatari Pinelli-Pignatelli e della Chiesa. Sull’asse dell’arco poggia la statua di S. Sebastiano, protettore della città. Per visitare il centro storico di Galatone bisogna introdurvi sia attraverso l’unico superstite ingresso: Porta San Sebastiano. Fin dal secolo XVI fu denominata Porta dell’Antro o Porta della Grotta con riferimento alla leggendaria grotta del diavolo a Fulcignano. La porta fu costruita nel 1500 ma l’arco odierno risale al 1748, fu innalzato a pubbliche spese cinque anni dopo il terremoto di Nardò.
L’accesso dall’esterno, al perimetro murario cittadino – un tempo difeso da quindici torri – era servito da tre porte monumentali, Porta S. Antonio, Porta dell’Antro, e Porta Castello e da due di servizio ad uso militare, Porta S. Stefano e Porta S. Angelo.
Riprendendo l’itinerario dalla via San Sebastiano, sul lato sinistro della strada, troviamo la chiesetta di San Nicola rimaneggiata nel XVII secolo. Modestissima facciata sormontata dalla statua lapidea del Santo e il blasone della famiglia Leuzzi. Insieme alla chiesa extramoeniale della Madonna dell’Itria, è la sola superstite delle tante chiese greche galatonesi nelle quali si è officiava, fino a tutto il secolo XV, nella liturgia orientale. È, quindi, una delle rare testimonianze della tradizione ellenistica locale che rimanda al tempo del Galateo e dei dotti sacerdoti greco-salentini che ne furono custodi.
Su Piazza S.Demetrio vi era l’antica Chiesa Madre con l’ingresso principale orientato a ovest: via nodale anche sotto l’aspetto religioso (in precedenza via Diaz era denominata via dei Cleri, in quanto era il percorso che univa le due chiese collegiate, quella greca dell’Assunta di Piazza S.Demetrio e l’altra dell’Annunziata, di obbedienza romana, sita sull’area dell’odierna chiesa di S.Lucia (ricostruita nel 1724) sull’altro capo di via Diaz. Un percorso fra le due piazze larghe lungo il quale sfilavano in processione i cleri, greco e latino, per trasferirsi da una chiesa all’altra in occasione di solenni festività e di funzioni congiunte.
Si può notare ad angolo, all’inizio di Via Diaz, sullo spigolo di un palazzetto una colonna che sembra posta a sorreggere una casa patrizia del ‘500. La colonna avrebbe una semplice funzione decorativa con il suo capitello elaborato che si innesta come un copricapo, ma c’è chi accogliendo vecchie suggestive dicerie, spiega che tale colonna aveva la funzione di “asilo politico”, quel diritto di inviolabilità accordato al rifugiato in una chiesa o luogo quando ricercato dalla giustizia laica, per cui il rifugiato non poteva essere arrestato nemmeno se era malfattore. Sappiamo però che all’inizio del ‘600 il diritto di asilo politico era praticato nella Chiesa Matrice e al Convento dei Cappuccini.
Ritornando all’ipotesi della colonna con funzione di asilo politico, secondo chi la sostiene, “il malcapitato per sfuggire alla giustizia si rifugiava ai piedi della colonna subendo il ludibrio della gente che lo scherniva e lo disprezzava con insulti e con lanci ogni genere di materiale”. Nessuna protezione, quindi, come nelle chiese con diritto di asilo, ma gli scherni e gli insulti del popolino. C’è invece chi ritiene che la colonna in questione fosse più simile alla napoletana “Colonna della Vicaria” la quale secondo leggi “era l’ara espiatoria del debitore quando faceva cessione al creditore di tutti i suoi beni”. In altri termini, il debitore insolvente costretto a esporsi alla folla col sedere nudo e a subire qualsivoglia espressione di ludibrio e insulto; con atteggiamento dimesso e umiliato, ad occhi bassi, egli doveva pronunziare la frase rituale CEDO BONIS, che deriva dalla CESSIO BONORUM, ossia dall’offerta dei beni, che equivaleva ad esplicita pubblica ammissione di fallimento. L’esposizione del sedere scoperto consisteva nella rozza offerta dell’unico bene ancora in suo possesso, che con il “cedo bonis” veniva perciò posto a disposizione del legittimo creditore. Se questa ipotesi fosse corretta sarebbe più corretto denominarla la “colonna dei falliti”. Ma nulla di più certo possiamo dire quindi al momento consideriamolo una bella decorazione architettonica che porta con sé una nota di colore alla storia locale.
Proseguendo oltre, per la stretta via S.Anna si fiancheggia la Chiesa Madre è intitolata alla Vergine Assunta. È stata oggetto di consistente ampliamento tra il 1591 e il 1595 in seguito alle restrizioni romane nei confronti della tradizione liturgica greca: questa ultima data è scolpita poco al di sotto del frontone terminale. La fabbrica si deve alla collaborazione tra Giovan Maria Tarantino di Nardò, maestro fecondo ed eclettico, e Scipione Fanuli di Galatone accreditato di esperienze romane. L’angustia della via e l’assenza di una piazza ne sacrificano la piena visibilità e impediscono alla sua maestosità di esprimersi compiutamente.
La chiesa cinquecentesca fu costruita sulle rovine di una chiesa precedente demolita per le precarie condizioni statiche. Mostra una semplice ma elegante facciata alleggerita da bifora e monofore. Il prospetto in carparo è scandito in tre ordini da trabeazioni poco aggettanti. Il campanile adiacente, eseguito tra il 1599 ed il 1750, è a tre piani a forma di prismi sovrapposti. Proprio nel campanile è riconoscibile lo stile del Tarantino, apparendo come una variante delle torri campanarie delle chiese di San Domenico e dell’Immacolata di Nardò. Tra le tele che custodisce all’interno troviamo nella seconda cappella a destra una delle più interessanti opere di Antonio Donato d’Orlando: la “Solenne Crocifissione”.
A pochi metri dalla Chiesa Madre, nella piazza principale del centro storico, piazza Costadura, si possono ammirare il Sedile del XVI secolo e la Torre civica seicentesca.
Il Sedile, antica sede delle assemblee comunali, è una sala elegante, dalla profonda volta nervata, opera di Onofrio Fanuli, fratello del già citato Scipione. L’edificio è il solo corpo superstite del complesso denominato “Case dell’Università”, che ha subito grossi rimaneggiamenti, specie nel ’700, quando gli è stata affiancata la svettante torretta civica. Sulla sommità della facciata laterale è scolpita l’arma civica di Galatone una fiamma con la data 1589.
Di fronte, sulla stessa piazza con il grande stemma civico al centro del lastricato, svetta il prospetto della Chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco e, adiacente, si scorge l’ingresso del chiostro dell’ex Convento dei Domenicani, oggi sede del Comune di Galatone. Il complesso dei Domenicani si deve alla pietas del marchese Giovanni Castriota, un immigrato albanese che ebbe fortuna e feudi in Terra d’Otranto, e fu costruito nel 1500 come si legge nell’epigrafe che sormonta il portale della chiesa. L’odierna chiesa fu ricostruita nel 1712, sull’area del tempio cinquecentesco, del quale conserva l’elegantissimo portale con i leoni stilofori ed il corteo trionfale scolpito nel fregio. Lo sormonta una targhetta marmorea che regge una statuetta di San Sebastiano. La chiesa riprende più modestamente la decorazione del più celebre edificio del Crocefisso, che si può visitare a breve distanza, prospicente la piazza alle spalle, dove insiste anche il Palazzo Marchesale. Influenze tardò quattrocentesche si colgono invece nel chiostro del Convento con il portico, scandito da dodici colonne coperte da eleganti volte di carparo e il pozzo al centro del cortile che riporta i segni dell’ordine domenicano; parlano il lessico sobrio e gentile dei nostri scalpellini, che si coniuga gli affreschi delle lunette raffiguranti l’uno l’“Abbraccio di San Domenico a San Francesco d’Assisi” e l’altro una mensa di suore.


Una sorta di galleria carraia mette in connessione il chiostro con la vicina piazza del SS.Crocifisso, dove si fronteggiano, l’omonimo santuario, tra i maggiori esempi del barocco salentino, e il rude e poderoso mastio accanto al più “gentile” palazzo marchesale, un tempo collegati mediante un ponte levatoio. Il mastio
presenta una cortina esterna a scarpa ed è databile alla prima metà del secolo XV, invece il Palazzo risale alla seconda metà del ‘500. La facciata che dà sulla piazza SS. Crocifisso esibisce alcuni eleganti finestre decorate a motivi floreali le quali, unitamente agli appartamenti marchesali, si richiamano ad un gusto tardo cinquecentesco che, pur rimanendo sobrio, non riesce a nascondere i primi accenni della nascente barocco.Il Palazzo Marchesale era la sede dei feudatari di Galatone già dal XVI secolo e fu voluto dall’ambiziosa famiglia genovese dei Squarciafico, il cui blasone spicca ancora sull’angolo occidentale. Subentrarono adesso i Pinelli, pure loro genovesi, i quali esercitarono una qualche attrazione culturale riunendo nella loro residenza gentilizia i migliori intelletti galatei del ‘600.
Nel 1845, parte dell’ala orientale del Palazzo Marchesale, quella sull’odierna via Garibaldi, ospitava un modernissimo frantoio su basi industriali che poteva lavorare anche di notte grazie ad un impianto di illuminazione a gas il primo del genere installato nel Salento. Il trappeto proto-industriale era costituito da sedici vasche a due pietre, e cinque pressoi idraulici; vi potevano lavorare 64 operai e, nel tempo del pieno raccolto, nella grande stalla si mantengono 48 muli per muovere le macine. Tutto si fa a suon di campanello, e con misura di tempo segnato dall’oriuolo. Lo stabilimento di giorno e di notte viene illuminato da 72 lumi a gas, unico esempio questo di tipo di illuminazione in tutta la provincia di Terra d’Otranto.
Ritornando al sacro non si può fare una passeggiata a Galatone senza visitare la Chiesa del SS.Crocifisso.
Galatone conserva molti segni della religione popolare e un esempio sono di certo le edicole votive dedicate al “Crocefisso della pietà”. Il culto del Cristo sofferente galateo affonda la sua origine nel ‘400 e costituisce elemento identificativo della comunità. La miracolosa immagine di Gesù dipinta nel secolo XV con le braccia incrociate davanti da uno scuro iconografo del vicino Monastero di San Nicola di Pergoleto è la fonte della grande religiosità di Galatone e la pagina più viva nella sua memoria storica.
Il 2 luglio 1621, alle ore 23.00, i Galatei furono presi da profondo turbamento. Circa dieci persone videro “il ritratto del Crocefisso” rimuovere il “taffità” che lo proteggeva e portare all’indietro le braccia che teneva incrociate prima davanti a sé. I credenti furono profondamente colpiti da questo miracolo. La fama dell’immagine del Crocefisso si diffuse rapidamente e richiamò a Galatone masse di pellegrini e visitatori curiosi di ogni condizione sociale. Essi offrivano bestiame, gioielli, immobili e si raggiunse la considerevole somma di duemila ducati. Con tale miracolo, l’immagine aveva raggiunto la stabilità iconografica odierna (braccia portate a tergo) e con i soldi raccolti, nel 1622, si diede inizio alla costruzione di una chiesa in onore del Crocefisso ad opera dei neretini Sansone e specialmente Pietrantonio Pugliese. Il tempio fu innalzato in solo nove mesi e aperto al culto nel maggio 1623. Crollato questo edificio il 2 febbraio 1683, la cui cupola minacciava di rovinare già dal 1668, i Galatei vennero immediatamente mobilitati per la ricostruzione e così edificarono l’attuale Chiesa del SS.Crocifisso. Le persone coinvolte capirono che la riedificazione del tempio costituiva l’opportunità di rivitalizzare il culto e creare un centro di spiritualità. Alla rivitalizzazione del culto in onore del Crocefisso contribuì pure l’allestimento del Carro di S.Elena, che era una rappresentazione storica del trionfo della Croce.
Alla costruzione della nuova chiesa partecipò l’architetto leccese Giuseppe Zimbalo, è sua di fatto la paternità artistica del Crocifisso di Galatone, nella quale si può cogliere una felice sintesi del gusto e del talento del maggiore architetto del ‘600 salentino. Il cantiere del Crocifisso durò dal 1683 al 1694 e consacrata dal vescovo Sanfelice solo nel 1711.
Testimonianza di architettura tardobarocca, presenta una facciata davvero monumentale, con molti decori di richiamo rococò e nicchie con statue dei santi. La facciata, realizzata in carparo e pietra leccese, è divisa in tre ordini: la zona centrale del primo ordine è occupata dal pregevole portale ligneo intagliato realizzato il 1696 da Aprile Petrachi da Melendugno sul quale troneggia la scultura lapidea di Gesù Crocifisso osannato da quattro cherubini; lateralmente e negli altri due ordini si susseguono le statue lapidee dei santi evangelisti, di S. Pietro apostolo e di S. Paolo, di S. Sebastiano e di S. Giovanni Battista, dell’Angelo Custode e di S. Michele Arcangelo.
Anche l’interno di questa chiesa è molto fastoso, con un bel soffitto ligneo a cassettoni formato da 60 tessere ottagonali dorate e scolpite e grandiose tele che narrano i miracoli operati dal Crocifisso della Pietà.
E torniamo sulla piazza e andiamo a chiudere il cerchio del nostro racconto a grandi linee su Galatone, ritornando al principio del discorso, al Galateo. Accanto al fianco del mastio, su un alto piedistallo si trova il busto di Antonio De Ferrariis, tra i più illustri umanisti dell’Italia meridionale della seconda metà del XV secolo. Fu amico di dotti e di potenti ed ebbe carattere di uomo schivo, libero, indipendente, eclettico esponente di un umanesimo controcorrente. E invitando a scoprire dalle sue parole del “De situ Iapygiae” il Salento che vide e in cui visse, vi lascio con il suo celebre motto: LIBER VIVO, LIBERIUS LOQUOR, ossia “vivo libero e più liberamente parlo”.

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