Quando l’opera prega

Quando l’opera prega

di Antonietta Fulvio

 

Correva l’anno 1671 e, forse, non tutti sanno che vescovo di Lecce era monsignor Antonio Pignatelli, passato alla storia come Papa Innocenzo XII. A lui si deve il nome della Biblioteca Innocenziana,cuore dell’antico Seminario che con la Cattedrale, il Campanile e l’Episcopio, caratterizza una piazza tra le più belle d’Italia e icona indiscutibile della città del barocco.

Sembra superfluo dirlo: lo sguardo resta incantato tra la visione del portale di bronzo della Cattedrale, a firma di Armando Marrocco, e la facciata del Seminario, cesellata dall’architetto Cino: il presente e il passato che si susseguono in un continuum che è espressione di bellezza e fede, arte e cultura.

 

Ma quel che oggi è il nuovo Seminario, inaugurato e benedetto da Papa Giovanni Paolo II il 18 settembre 1994, è un vero scrigno di tesori e, paradossalmente, pare più frequentato dai turisti che dai salentini molti dei quali ignorano la ricchezza di un patrimonio inestimabile.

A cominciare dalla Biblioteca Innocenziana nata, probabilmente come ritiene il Mazzotta, intorno al 1730 dal fondo librario donato da un altro vescovo leccese Fabrizio Pignatelli. Un fondo destinato ad accrescersi con successive donazioni e, soprattutto, con l’arrivo dei volumi provenienti dagli istituti religiosi soppressi nel 1799. Ben 2500 titoli: dalle Sacre Scritture, all’agiografia, teologia, filosofia, oratoria e ascetica ma anche letteratura classica e scienze. Tra i volumi figurano preziosissime cinquecentine, gli Annales ecclesiastici di Cesare Baronio e tre edizioni dell’Opera omnia di Sant’Agostino. Pregevoli inoltre gli esemplari della Bibbia in latino e in greco, come quella edita a Parigi da Arnold Birkmann nel 1549 o i Commentari al Vecchio e al  Nuovo Testamento del vescovo di Alba Alfonso Tostato, stampati a Venezia nel 1596.

E ancora, il corpus di riviste de “La Civiltà Cattolica” uscita nel 1850, e venti anni di storia raccontati dalle colonne del quotidiano “L’Unità Cattolica” (1884-1904), un’eredità culturale a portata di mano e, presto anche di mouse. Ma la Biblioteca Innocenziana è solo uno dei tasselli che vanno a comporre il meraviglioso Palazzo del Seminario voluto dal vescovo Michele Pignatelli. Il progetto fu affidato all’architetto Giuseppe Cino il quale rifacendosi all’idea che lo Zimbalo aveva elaborato per Palazzo dei Celestini concepì una facciata imponente, composta da dieci enormi paraste bugnate che incorniciano un doppio ordine di finestre riccamente decorate in pietra leccese. Nella successione di lesene, finestre e balconi riuscì a costruire uno splendido gioco di luci e ombre che, tra rigore e armonia, seguendo i canoni del barocco leccese, trionfa nella decorazione del portale sormontato dallo stemma dei Pignatelli. Fortemente evocativo anche l’ingresso delimitato dagli otto busti, in pietra leccese, dei Padri della Chiesa: i Santi Atanasio, Tommaso d’Aquino, Girolamo, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Bonaventura, Agostino, Gregorio Magno che simbolicamente indicano la via della fede e della virtù.

Inaugurato dal vescovo Fabrizio Pignatelli nel 1709, il Seminario fu successivamente ampliato con la costruzione di un nuovo piano su disegno del Manieri per meglio rispondere alle accresciute esigenze, così come negli ultimi decenni sono state realizzate delle variazioni formali e volumetriche per adeguare con criteri moderni la struttura oggi sede del Museo Diocesano e relativo Archivio storico, della Galleria d’arte contemporanea, dell’Istituto di scienze religiose e degli uffici della Curia Vescovile.

Lasciati alle spalle gli otto busti, lo sguardo può spaziare nel quadrato magico del chiostro dominato dal pozzo centrale, detto della “Vera ovale”, con una elaborata decorazione seicentesca firmata dallo stesso Cino che volle adornare in un tripudio di fregi, festoni e frutta le colonnine del pozzo che terminano ad arco sul quale fu collocata la statua di Sant’Irene, prima protettrice della città.

Le sale del piano terra ospitano le opere del “Premio” legato alla Triennale di Arte sacra contemporanea, curata dal critico Toti Carpentieri e concepita sul filo del mecenatismo che ha intrecciato per secoli il legame arte e fede. Ogni edizione rende omaggio a grandi protagonisti dell’arte e con la sezione “Exempla” rileva lo sviluppo dell’arte sacra nel XX secolo collocandosi come punto di riferimento nel panorama dell’arte sacra moderna e contemporanea. Con il Premio Paolo VI, proponendo un significativo confronto artistico sul tema, ha visto nel tempo  accrescere le opere della GASC, la Galleria di arte sacra contemporanea che rappresenta il fiore all’occhiello del patrimonio del Museo Diocesano.

Sempre al piano terra è d’obbligo fermarsi alla cappella privata del Seminario, dedicata a San Gregorio di neocesarea ed eretta nel 1696, probabilmente anch’essa su disegno di Cino. Un tripudio di decorazioni plastiche che vanno ad incorniciare sull’altare maggiore la tela di Paolo de Matteis, raffigurante San Gregorio taumaturgo patrono del seminario. Lateralmente, a destra l’altare dedicato a Santa Domenica vergine e a sinistra quello dedicato a San Vincenzo diacono raffigurato nella tela opera del pittore napoletano Giovanni Battista Lama, mentre all’entrata di notevole impatto sono le sei sculture “nel segno del credo” donate dallo scultore Marcello Gennari.

Salendo lo scalone si accede al cuore del palazzo il Museo diocesano, ricavato dagli spazi che un tempo furono camerate e che raccoglie opere provenienti dalle chiese della città e della diocesi, come la straordinaria tempera su tavola icona della Vergine del Carmine, di ambito veneziano, che apre il percorso museale. Due le sale più il soppalco con gli argenti della cattedrale. La prima è dedicata alla scuola napoletana poiché molti vescovi, venendo dalla capitale del regno, erano committenti di autori napoletani esponenti di una scuola straordinaria che ebbe artisti di spicco tra i quali Luca Giordano, di cui si può ammirare la splendida Crocifissione di San Pietro. Le opere sono capolavori dell’iconografia religiosa come l’Assunta di Gian Domenico Catalano, tela che adornava la cattedrale per volere del vescovo Scipione Scipa come mostra lo stemma in basso, la Vergine col bambino e angeli musicanti di Ippolito Borghese, probabilmente tagliata come spiega la decentralizzazione del gruppo principale, e il Riposo nella fuga in Egitto di Paolo De Matteis a chiusura del primo percorso.

Nel bel mezzo della sala, invece, trovano una perfetta collocazione il Salvator Mundi e i ritratti degli apostoli, i santi Andrea, Giacomo maggiore, Giovanni, Giacomo minore, Bartolomeo, Matteo; Simone, solo sette perché gli altri cinque furono trafugati dalla chiesa di santa Teresa. Opere di un copista del Ribera o come si è propensi a sostenere osservando la diversa qualità pittorica che possano essere copie del Ribera o della sua bottega. Mentre di ambito italiano è la tela “Pasces oves meas” di Nicolas Poussin che incuriosisce per i colori sgargianti e l’eleganza delle figure che evocano lo stile di Raffaello da cui sembra ispirarsi il tema biblico raffigurato una versione speculare di uno dei cartoni realizzati come modello di un arazzo per la Cappella Sistina, cartone custodito nell’Albert Museum di Londra. Di Paolo Finoglio è possibile ammirare due bellissimi dipinti la Sacra Famiglia del cucito e il Martirio di Sant’Orsola e delle compagne, posto quest’ultimo per le sue notevoli dimensioni a conclusione del percorso nella seconda sala. Sala dedicata alle opere del ‘700 leccese, in particolare una significativa collezione di Oronzo Tiso e Serafino Elmo.  E se degni di nota sono i tondi Il signore appare in sogno a Salomone in Gabaon e Agar  e Ismaele, gran curiosità suscita la tela Sant’Oronzo riceve da Cristo il mandato di proteggere la città di Lecce dalla peste dove Elmo spiega l’origine del culto del patrono Oronzo che, dopo essere stato convertito da Giusto, insieme al nipote Fortunato cominciò la sua opera di evangelizzazione nel Salento ed eletto, secondo la tradizione popolare, a protettore della città quando salvò Lecce dalla peste del 1656. Ben sette sono le tele di Oronzo Tiso, attraverso le quali è possibile seguire l’evoluzione dell’artista. Formatosi alla bottega del napoletano Francesco Solimena come si deduce dal bozzetto Il trasporto dell’Arca Santa, la cui tela finale è all’interno della Chiesa di Sant’Irene. Molte sue opere finirono per adornare le chiese di Lecce e del Salento, come le storie mariane per la Chiesa dell’Immacolata a Casarano, due bozzetti delle quali Presentazione di Gesù al tempio e Presentazione della Vergine al tempio si possono ammirare nel Museo. Riccamente simbolica e dai caldi cromatismi, la pittura di Tiso illustra alcune tra le più intense pagine della Bibbia, che ben conosceva data la sua formazione presso i Gesuiti. In Abramo e i tre Angeli rielabora l’episodio biblico alla luce della simbologia cristiana; nella Vergine Addolorata sintetizza il dramma della passione di Cristo mentre un chiaro omaggio ai domenicani leccesi sembra essere la tela della Madonna del Rosario. La Natività della Vergine è eseguita nel pieno rispetto dei canoni del Biblia pauperum, stabiliti dal concilio di Trento, secondo cui le opere artistiche dovevano essere di facile comprensione perché strumento principale della catechizzazione del popolo. Sorprende non poco disteso sul pavimento il grandissimo tappeto, dono di Gioacchino Murat alla cattedrale di Lecce, esempio dell’arte tessile di fattura francese, mentre chiudono il percorso museale la collezione statuaria. Espressione della più genuina devozione che vanta dall’eccellenza della produzione lignea con l’Assunta e il San Cesario di Nicola Fumo e il busto di Ecce homo, alla cartapesta sempre di fattura napoletana con la statua della Madonna Immacolata dalle raffinate vesti decorate, alla manifattura tipica dell’artigianato leccese: la cartapesta modellata e dipinta con la scultura di Giuditta con la testa di Oloferne del maestro Raffaele Caretta.

 

(pubblicato su Paese Nuovo, 3 aprile 2011

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