Lo stile salentino

Da Tito Schipa al reggae.

Il “patois” che fa lo stile salentino

Ultimamente è calata l’attenzione sul dialetto salentino. Anche i nuovi rapper locali cominciano a propendere per l’inglese. Così proviamo a ripuntare i fari sulla questione facendo due chiacchiere con Federico Capone (foto in alto), il musicologo nato dall’hip hop che si occupa di rintracciare le parentele tra tutti i generi musicali che compongono lo stile salentino.
Un tempo gli studenti salentini che andavano a Bologna tornavano con marcate inflessioni nordiche. Negli ultimi vent’anni il fenomeno è andato affievolendosi, anzi si torna “più salentini di prima”. Che hanno combinato i Sud Sound Sy
stem?
Una piccola premessa: non ascolto i Sss da una vita, quindi quando parlo di loro, mi riferisco alla crew originale, quella di Fuecu, per intenderci.

Comunque torniamo alla domanda: a mio avviso, l’emigrante non tagliava completamente i ponti con le proprie radici anzi cercava, anche tramite la parlata e la cantata in dialetto, di sentirsi meno alieno in un mondo che non gli apparteneva. A questo, alla fine degli anni Ottanta, bisogna aggiungere la nascita del reggae salentino, in particolare quello del nucleo originario del Sss, capace di rendere visibile, in maniera decisamente innovativa, una cultura realmente popolare per provenienza e diffusione che prima, seppur c’era, non trovava, negli ambienti radical-chic e accademici, la giusta considerazione; per molti aspetti è ovvio che catalizzatore di questa cultura rinnovata dovesse essere il Sss, una posse che non nasceva dal nulla: i suoi componenti-fondatori, avevano avuto esperienze musicali precedenti, chi in altri gruppi, chi nelle radio, chi nei centri sociali. A distanza di vent’anni, mi fa sorridere il fatto che si scrivesse che per fare hip-hop o reggae bastassero un piatto un microfono e una cassa. A vedere le cose con gli occhi di oggi mi rendo conto che dietro quel “fenomeno delle posse” c’era una cultura ben più profonda di quanto si possa ancora oggi immaginare. Cultura e tradizione, insomma, sono state le armi vincenti per far prendere una nuova coscienza a tutti i salentini (se il discorso lo limitiamo alla Terra d’Otranto).
Il dialetto salentino è davvero una lingua così musicale o è solo per il prestigio che gli hanno dato reggae e taranta?
A mio avviso ogni linguaggio è musicale. Eppoi, la musicalità non sta nel mezzo, in chi o in che modo la si propone, quanto piuttosto in chi ne usufruisce. Mi spiego meglio: non è che ci sia una cosa musicale (o non musicale) in quanto tale, piuttosto è chi recepisce il suono che lo individua come musicale o, al contrario, rumoroso. Non so a te, ma i miei genitori, quando a casa ascoltavo jungle (a proposito, lo sapevi che il primo disco in Italia è stato di Dj War, con la produzione di Jodi Marcos?) dicevano “ma cosa ascolti?”. Eppure per me era musica allo stato puro.
Poi per quanto riguarda il dialetto nostrano non è che prima del reggae o della pizzica non ci fossero state altre esperienze: Tito Schipa, Cesare Monte, Bruno Petrachi, Ginone, Augusto Nuzzone, Gino Ingrosso… cantavano in dialetto e, generalmente, erano considerati molto “musicali”.

Esiste realmente un’affinità tra il pato
is giamaicano e il nostro dialetto?
Non ti saprei dire. Certo, è stata una gran cosa reinventare e tradurre i termini stranieri in dialetto leccese. Non è una cosa facile però, pensa un po’: “hard core” in salentino diviene “ardi core” e mantiene quasi lo stesso significato, “come again” diventa “camina ntorna”… oppure i termini si reinventano, mi viene in mente “cuscì” che ha lo stesso significato di “brother”.
A certo punto, nei primi anni Novanta, si parlava di continuità genetica tra la pizzica e il rap salentino, tant’è che qualcuno parlò di tarantamuffin.
Cosa c’è di vero?
Io sono certo che l’uomo provenga dai primati, ciò non mi può portare a pensare che, di botto, dalla scimmia sia venuto fuori l’uomo contemporaneo. Alcuni atteggiamenti, alcuni gesti sono comuni, ma ci si può sviluppare attorno un discorso antropologico, sociologico. Se invece devo osservare il fatto da una prospettiva storica, mi accorgo che nel mezzo ci sono stati vari passaggi, tanti cambiamenti. Lo stesso è per la pizzica ed il reggae salentino. È ovvio, scontato direi, che ci sia una sorta di “continuità genetica”, tuttavia non credo nel “legame diretto”, come molti pseudoantropologi a corto di storia del Salento, ancora oggi si ostinano a sostenere.
Fra la pizzica e l’hip hop è passato un bel po’ di tempo e, quindi, un bel po’ di storia, quella storia che in pochi conoscevano e, per molti aspetti, ancora oggi ignorano
.
Cosa accomuna Tito Schipa, Uccio Aloisi, Bruno Petrachi e i Sud Sound System?
Anche se in maniera differente, il forte e orgoglioso legame con le proprie radici.
Hai scritto, fra le altre cose, Lecce che suona, curato una antologia sul poeta dialettale leccese Giuseppe De Dominicis aka Capitano Black e pubblicato un libro, di Antonio Contaldo, su Luigi Paoli aka Gigetto da Noha, come mai tanta attenzione a queste storie misconosciute?
Penso che la storia sia un mosaico composto da tanti tasselli, da tante storie “minori” alle quali è giusto dare l’attenzione che meritano. Il fatto che nel Salento si parli di musica “popolare” solo in funzione di megaeventi, crea dei processi irreversibili che rischiano di cancellare le “storie minori” e, di conseguenza, di indirizzare il pubblico verso una storia “creata a tavolino”, che non necessita di verifiche o approfondimenti; e questo fa comodo al potente di turno che cerca di imporre il proprio punto di vista, rafforzando nel contempo il proprio potere.
Mi lascia perplesso il fatto che ogni altra civiltà abbia una propria storia, fatta di poesia e musica (ma non solo), mentre il Salento è fatto passare come il territorio della sola pizzica… Leggi regionali, musei che tutelano la musica di tradizione orale… ben venga tutto ma mi dispiace che i soldi girino sempre attorno alle solite cose ed alle sole persone… niente di innovativo, sai quanta musica c’è che andrebbe tutelata oltre la pizzica? Tanta, e invece tutto ciò che non gira attorno alla commemorazione della morte della taranta viene escluso e oscurato in modo sistematica.
Ci spieghi sinteticamente la tua teoria dei “quattro generi, due fasi”?
Guarda, è semplicemente una mia personale divisione, peraltro molto abbozzata, di come sia cambiata, almeno nell’ultimo secolo, la canzone dialettale leccese. Per quanto estremamente sintetica, penso sia la prima in assoluto. Qualche info maggiore su www.sataterra.blogspot.com
Da qualche parte hai detto che tra i grandi “poeti” della musica salentina metteresti anche Militant P (fondatore dei Sud Sound System).
Confermi? Esiste secondo te un giovane poeta o cantante che potrà lasciare il segno come i grandi prima citati?
Confermo che quella di Militant P è una poetica rivoluzionaria e positiva e penso che sia entrato a far parte della storia dell’arte del Salento. Attualmente il panorama è poco confortante, la poesia sembra un esercizio fine a se stesso, è priva di messaggi e, il fatto più grave, è che questi mancano non per scelta del poeta quanto piuttosto per sua incapacità: se uno vuole fare poesia per capirla da solo, ben venga, ma dev’essere una scelta consapevole. Oggi in tanti credono di essere grandi poeti solo perché pubblicano qualche raccolta.
A mio avviso la novità è da ricercare nelle riviste underground che, nella Terra d’Otranto, propongono cose ottime, fra le riviste mi piace segnalare Diversatilità.

Ho notato che le nuove e nuovissime leve del dance hall style salentino stanno imparando il jamaican english… Fanno paura, anche perché sono un po’ gansta. Pensi che si esaurirà l’uso del nostro dialetto nel reggae? O, al contrario, come dicono ai convegni: quali scenari futuri?
Beh, fossi in te non mi spaventerei più di tanto per il fatto che fanno i gangsta, sono atteggiamenti che fino ad una certa età sono giustificabili e, in certi contesti sociali (che non credo ci siano nel Salento), giustificati. Per quanto riguarda l’uso dell’inglese e/o del dialetto non ci vedo nulla di male, è giusto che ognuno si esprima come vuole, purché mandi messaggi comprensibili (e possibilmente, passami il termine, anche se non mi piace, positivi). All’inizio si usava solo il dialetto perché l’inglese (in particolare lo slang) era diretto ad una ristretta cerchia, oggi la situazione è cambiata. Ma non penso sia questo il problema. Il fatto è che i ragazzini, molto spesso, sono legati solo a ciò che vedono su un palco o in tv o su youtube. Sono attratti dallo show business, dai buffoni che saltano su e giù da un palco, dal successo (che pensano sia) facile. E qui si ritorna al punto di partenza: non è vero che per fare musica basti uno strumento, serve anche un retroterra culturale solido, occorre studiare le proprie radici, non importa se a scuola o “sul campo”; se chiedi ad un b-boy americano (ma anche salentino) chi erano i Last poets, con ogni probabilità ti risponderà che sono stati tra i fondatori del’hip-hop. Se chiedi a un salentino chi era Pietro Refolo o Giuseppe De Dominicis, piuttosto che Antonio Verri o Salvatore Toma o, ancora, per quanto riguarda le arti visive De Candia o Leandro, non saprà risponderti. I Sss, parlo dei fondatori, lo sanno bene, invece, chi sono gli artisti succitati, e questo perché hanno studiato e hanno vissuto la cultura locale (ma non solo).
Poi è venuto lo show sul palco, ma quella è un’altra storia.

Parafrasando Shabba no roots, no culture…. niente radici, niente cultura.

 

FV

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