umore del colore

‘l ®umore del colore

Lo stridio prolungato sulla liscia superficie di ardesia è uno dei “rumori” più sgradevoli, ma non per questo ce ne dobbiamo privare o cancellare

novità per i bibliofili: è uscito il n.10, l’undicesimo numero di Diversalità Poetiche.

In questo Foglio

  • Le Opere di  Orodè Deoro e di Salvatore Toma
  • Paolo Vincenti Elementi
  • Antonio Errico la paura del poeta
  • Maurizio Nocera Totò Franz
  • Francesco Pasca ®umore del colore
  • Francesco Carrozzo poesie
  • Maria Pia Romano le poesie liquide
  • Antonio L. Verri diario ottobre 1983
  • Lorenzo Madaro le azioni pittoriche di Orodè


di Francesco Pasca

Vi sono tanti rumori tra noi che inquinano, altri che sono graditi per antica tradizione dalle nostre orecchie, altri che altrettanto graditi o sgraditi lo sono per nostri personali interessi, altri ancora che zittiscono, così come fece Quint (Robert Shaw), il cacciatore di squali. Zittì la sua classe rumorosa con un lungo graffio sulla lavagna, nel film Lo squalo o (Jaws) del 1975, diretto da Steven Spielberg.
Skriiiiiiiiiishhhcckkkriiikshh, Skriiiiiiiiiishhhcckkkriiikshh, Skriiiiiiiiiishhhcckkriiikhh, è l’onomatopeico rumore che stride e zittisce, lo scricchìììììo che accappona.
Da qui anche l’espressoimpressionescritta, cosa sarà mai?
È, l’audacia di un segno? O cosa?
Cos’è?, cos’è?, cos’è?, e poi ancora …  Skriiiiiiiiiishhhcckkkriiikshh … nel’infinità d(e)i ®umore del colore Ma se così non è, allora, cos’è il pensiero automatico?

Della scrittura automatica s’è detto, s’è ribadito il concetto, mi ritorna sovente con lo stringere e muovere un pennello, una matita, un segno che mi scalfisca il dentro, che segni, disegni.
Per Diversalità® poetiche n.DIECI, l’attuale, è cimentarsi, tentare e tentarci.
Oggi si coniugano due generazioni e due luoghi. Taranto con Maglie,  si incontrano e possono passare, benissimo, anche da Lecce. Diversalità le unisce, le fa andare per il segno poetico e le scricchiola  con ®umore di senso e verso, ne fa il testimone di un’epoca, di epoche, di luoghi, di pensieri scrittoscolpiti dal colore e dalla parola.
Ecco allora che Diversalità diventa la fusione irreale del colore con la fusione poetica delle parole.
Oggi è la performance scrittoscolpita di Orodè generata dal ®umore e con l’ausilio di attori, dei musicisti (con gli attori-poeti Simone Franco, Simone Giorgino e le musiche dal vivo dell’Ensemble di Teatro Valle Occupato). È anche quella dei poeti, del poeta “Franz”, del Totò Toma dalle macchine umane parlanti. Diversalità oggi è tra uno spettacolo detto totale e un suono-segno che è parola e colore.
Può diventare, realmente, tutto questo?
Si può procedere per onomatopee parlate, graffiate, segnate con il ritmo di un rumore? Sì!
Lo Premetto.
Del tempo da me trascorso ho sempre voluto andare a ricordare, è necessità.
Lo faccio per raccontare agli altri, fors’anche a me stesso, qualcosa. Ci provo da sempre, anche oggi, ma dello Spazio Tempo e, di quel rammentare, di cui ho voglia d’intrattenermi, suppongo che scivoli repentino qualcosa.
Non sempre il percorso a ritroso aiuta a procedere sino al risultato, credo che, banalmente, sgattaioli a me così come dalle “mani” di chiunque, e, sebbene è di un trascorso sufficientemente breve nel ritroso, ma, altrettanto sufficientemente lungo nella sua permanenza di tempo,  è proprio per questo che ne voglio parlare. Scorrendo, m’accorgo che in quel luogo-contenitore ho poche cose raccolte. Probabilmente  non ho avuto modo e tempo di assemblare o saper fermare, in quel luogo, in quel tempo.
Quel che è certo, è che in un rincorrere molto più anteriore ci sono anche nato in quei luoghi, m’è stata data l’opportunità di frignare nel paesino, fondato intorno al X secolo d.C., quello della presenza dei Messapi e dei Bizantini, degli scampati dai Saraceni, degli eversori alla feudalità, Sanarica, posto ad un soffio di chilometri dalla signorile cittadina, Maglie, quella posta a terminale economico e culturale e in una vasta area d’uniforme bassopiano compreso tra i rialti terrazzati delle Serre salentine, che corrono a Sud.
Per caso, o meglio per le vicissitudini dell’insegnante ramingo, quello vagante da ramo in ramo, ci sono ritornato sul finire degli anni ’80, quelli del secolo scorso. Ho così insegnato a Maglie per circa un decennio e sono stato accolto dall’antico e prestigioso Liceo-Ginnasio “Francesca Capece”. Lì ho appreso della morte di Salvatore Toma, ma non mi chiedete come,  ho paura di non sapervi rispondere.
Non so. Comunque, neanche io allora me lo sono chiesto. Di fatto, è oggi che ne ricordo e ne scrivo.
Forse, ho creduto, credevo, che la rappresentazione del tempo, in poesia, passasse dal solo inizio e fine o dal trascorrere in un luogo,  che, la mia permanenza fosse solo passaggio obbligato o casuale. L’ho continuato a credere sino a quando ho “raccolto” un dire che m’ha interrotto e riportato indietro proprio a quel tempo.
Nelle prime ore di pomeriggio, quelle ormai di un giorno già scorso, sono stato in giro per le vie di Maglie,  l’ho fatto all’insegna di un caffè con amici, Lorenzo Capone, Maurizio Nocera, Gianni Carluccio, insieme per godere anche di una facciata particolare, di uno scorcio di vicolo, di un rilievo o di un ricordo frantumato da tenere a mente. È stata una sensazione strana. Era come osservare per la prima volta. L’amico Lorenzo, da attento Editore, s’è accorto, e, conoscendo del mio, come degli altri amici un trascorso a Maglie, ci ha apostrofato con queste parole: “Se non si sono conosciuti i luoghi, le persone, le storie di un luogo vorrà dire che lì, in quel tempo, non ci si è mai stati,” Ancor più drasticamente: “che quel luogo non è mai esistito”.
Sebbene l’invettiva non fosse indirizzata con malizia, a me è tornato alla mente Salvatore Toma. Di Toma ne avevo parlato con l’amico Maurizio nei giorni ancora precedenti.
Ne parlo perché il poeta dei boschi era ancora vivo all’epoca di quel mio arrivo, ho trascorso in quel luogo. E, mi sovviene l’insoluto perché: “Come ho potuto non incontrarlo, stringergli la mano, bere un sorso del suo vino?”
Ora che ne scrivo, il cruccio diventa il non averlo mai incontrato, né cercato, quindi, mai scambiato alcun tono di voce.
Il disagio è ora, era, e diventa per un allora e per un “cui” del quale non ne ho avuto né sentito minimamente il bisogno. L’incontro con il “Lupo” non c’è mai stato.
L’unico riferimento rimastomi è del ricordo collegato, di quel ripetuto e giornaliero incontrare suo fratello Antonio, del gironzolante attaccato alla radiolina FM gracchiante, dell’instancabile “peripatetico” e “presente” fra P.zza F. Capece e l’antico bar della Repubblica.  
Di Salvatore Toma riconosco e ricordo solo la sua scrittura e quanto amici a lui cari hanno lasciato tracce scritte, mi hanno raccontato.
Ecco che oggi sono alla ricerca della traccia lasciata e persa. Indugio sulla ricerca anche di altri, per me, brandelli di storia, di altri personaggi che, come lui non sono stati, entrati nel mio tempo, nella mia storia.
Rincorro Verri così come De Candia, inseguo personaggi ormai solo scritti. Cerco al contempo anche altri folletti che saltano come loro dai boschi, che sono l’espressione dello spiritello danzante, della creatura magica tradotta nel sincretismo linguistico posto tra il volgare e il folle. Forse proprio di una folata di vento che accarezza, è che ho bisogno. Cerco chi mi ”ammazzi” veloce e sfuggente come in un’imboscata ribelle, cerco l’agile che sa rendersi invisibilmente presente e diventare, appunto, folata di vento o misterioso burlone che m’intrecci parole e colori come fossero i capelli di una bionda fanciulla o la criniera di una cavalla.  
Cerco L’espressoimpressionescritta e la coniugo con una giovane presenza sul territorio che credo si esprima all’unisono con l’idea di vita e d’esperienza volta alla sua totalità. Così come dev’essere.
Toma Franz diventa per me Orodè Deoro e viceversa. Lo paleso per quella filosofia di visione, per la quale è Diversalità che si caratterizza.
Sono Anime diversissime per carattere e cultura, ma straordinariamente vicine al tessuto fantastico del poeta poetante, del messaggero parlante, dello stravagante burlone o l’erudito che t’addrizza lo spirito e ti fa pensare.
Cerco nell’opulenza del sogno dagli sfavillanti rumori di parole e colori, che sono il gesto del poeta primigenio.
Cerco la stessa “gratuità” dei colori che diventano “gratuità” scritte, che assolvono all’esperienza Live.
Cerco anime da adottare o scappate oppure scomparse, anime urlanti e dimenticate in Luoghi persi, dispersi fra altopiani e canaloni di pietraie unite dal sortilegio di un’effimera legge fisica della conservazione e dell’equilibrio.   
Per l’Oggi che è già ieri e che si ripeterà certamente nel domani, può esserlo quella del giovane tarantino adottato leccese. Un nome da re Mida che ama toccare il colore e trasformarlo. Per Ieri che è già oggi e che potrà ripetersi anche domani, sarà della condizione dolcemente reversibile dell’uomo che contemplava in se stesso la presenza ancestrale dell’animalità inespressa o da esprimere. Oggi trovo nell’unisono del mio immaginario, gli Ezechiele, i Verri, gli Edoardo, i Pasolini, i Vincent  di ogni Luogo e Tempo.
Domani, Altri, troveranno altri Luoghi e altri Tempi, altri narratori-poeti, altri colorati mondi da esplorare con l’anima dell’Argonauta, del Giasone “gratuito” e non ditemi che la soluzione sta nell’ovvio, scoprite cos’è l’ovvio e datevi soluzione. Nel Salento che è Talento, di giovani che crescono ve ne sono, certamente “nell’ovvio”, ma da scoprire.

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