A Lecce il mio Don Chisciotte

Nell’incontro con la stampa il regista ospite del festival del cinema europeo ha elogiato le bellezze della città

Festival galeotto. Giliam si innamora della luce e del barocco

di Antonietta Fulvio

 

Galeotto fu il Festival del Cinema Europeo che portò a Lecce Ferzan Özpetek, il quale innamoratosi del Salento lo scelse per il suo pluripremiato Mine vaganti e la storia potrebbe ripetersi. Con Terry Gilliam, il regista di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo, campione d’incassi in Italia,  con Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, chiamati a sostituire l’attore australiano Heath Ledger, prematuramente scomparso. La rivelazione stamattina, all’incontro con la stampa durante il quale Gilliam non ha escluso che potrebbe girare qui a Lecce un film, magari anche grazie al sostegno di Apulia Film Commission e del Festival. E perché no, forse,  il suo Don Chisciotte al quale lavora da anni: “scrivo e cambio la sceneggiatura, a seconda di quello che succede nella mia vita privata. Ormai odio il mio Don Chisciotte” ha confessato. Una sceneggiatura riscritta ben sei volte, forse così tante nella sua testa che quasi potrebbe anche non farlo mai.  Ma Lecce potrebbe essere la location ideale “per la sua architettura barocca, per la bellissima luce e gli antichi palazzi che ricordano moltissimo  certi scorci della Spagna”.

 

La conversazione ha toccato poi i temi più vari della cinematografia, dall’utilizzo degli effetti speciali –   da utilizzare solo in casi di effettiva utilità – alla rimasterizzazione di film in 3D, che può rivelarsi necessaria per il recupero di lavori più datati, come nel caso che si sta sperimentando con I banditi del tempo, un suo film del 1981. Ma cinema anche come pretesto. Pretesto per parlare del rapporto tra creatività e difficoltà finanziarie perché se è triste non riuscire a produrre un proprio progetto è anche vero che a volte il processo di frustazione dà ottimi risultati:  ho fatto pochi film – ha continuato  – ma se avessi avuto più soldi probabilmente avrei fatto film peggiori. E volendo citare Federico Fellini, secondo il quale il visionario è l’unico realista, Giliam ha espresso la sua visione sulla realtà, “un concetto abbastanza confuso dal momento che abbiamo la comunicazione istantanea e non comunichiamo, l’informazione che ci  inonda ma che nella nostra vita però non ha significato, infine abbiamo  i social network ma non abbiamo più la società. Sono come Fellini – ha aggiunto – cerco di interpretare la realtà, ma non voglio essere limitato dai fatti e la verità è sempre più interessante di quella che si vede in superficie”.

Ironico, critico e disponibile, Terry Gilliam ha raccontato divertenti aneddoti sulla realizzazione del cortometraggio The Whole Family, che lo ha visto incontrare e lavorare con molti registi , tra i quali Nico Cirasola, presente all’incontro, e che nel cortometraggio realizzato per la pasta Garofalo, interpreta il ruolo del dottore nell’Ospedale delle bambole. Perché tra i vicoli di Napoli, luogo di ambientazione della storia, ce n’è uno e continua ad essere un luogo quasi magico dove il giocattolo rotto può tornare a prendere vita mentre sullo sfondo di piazza del Gesù i bidoni traboccano di spazzatura e di ogni sorta di scarto. Tra queste due sequenze, emblematiche delle contraddizioni profonde di una città caotica ma bellissima, capace di grande sensibilità e anche di atroce indifferenza, rievocando narrativamente la duplicità tra la città emersa e quella sotterranea, Gilliam è riuscito a girare un corto intrigante, ironico, divertente, che coglie perfettamente l’anima di Napoli e della sua gente. Una sceneggiatura scritta in venti minuti, sollecitata dall’osservazione diretta dei luoghi, a cominciare dalla via dei presepi, San Gregorio Armeno, lì tra i pastori, corni scaramantici e statuine di Pulcinella gli è balenata l’idea di far nascere il bambino da un uovo gigantesco.  Non a caso premiato lo scorso dicembre a Berlino quale Miglior Cortometraggio europeo, The Wolly Family è un viaggio onirico tra realtà e immaginazione dove al centro della storia c’è un bambino, Jack, figlio di una coppia americana arrivata a Napoli in vacanza. Mentre  i genitori (Cristiana Capotondi e Douglas Dean) discutono su quale strada prendere, il bambino capriccioso resta incantato dalle figure delle immagini che, tra sacro e profano, affollano le bancarelle; in particolare la figura di un Pulcinella, maschera napoletana per eccellenza, attrae la sua attenzione e poco dopo scompare alla vista dei genitori… Il ritmo strepitoso della musica di Daniele Sepe accompagna lo spettatore attraverso i luoghi più segreti e simbolici della città partenopea, ma anche tra i sapori e i profumi di una tradizione antica e ricca di suggestioni.

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