Ricordando Angelo Lippo

In vista della Giornata mondiale della Poesia indetta dall’Unesco, che ogni anno si celebra il 21 marzo, ci sembra doveroso rendere omaggio al poeta-vate tarantino Angelo Lippo, instancabile operatore culturale, che ha visto cambiare la sua amata città senza lasciarsi incantare dalle
promesse del benessere…

Angelo Lippo, la poesia, l’amore per la verità

di Antonietta Fulvio

Chi deciderà sulla sorte di Taranto? Sarà il referendum consultivo sulla chiusura parziale o totale dell’Ilva indetto per il prossimo 14 aprile? la corte costituzionale o le politiche del nuovo governo? Forse dopo quarant’anni quel coro di voci, ignorato e azzerato da logiche meramente economiche, sempre a braccetto con le ambizioni di potere, troverà la forza di diventare urlo assordante e salire al cielo più del fumo degli altiforni che hanno avvelenato una città. La sua popolazione. 

 

Tra quelle voci ce n’era una, zittita per sempre, come è accaduto ai tanti che la silenziosa diossina ha ucciso senza che un registro possa accertarne il numero.  Si chiamava Angelo Lippo ed era nato nel giorno di San Martino, sulle rive dello Ionio, nell’autunno del 1939. All’epoca il polo siderurgico non esisteva a Taranto, anche se il gruppo Ilva/Italsider, nato a Genova il 1° febbraio 1905, aveva già messo piede al Sud, nel 1908,  creando un grande impianto a ciclo integrato a Bagnoli in nome di una legge per il risorgimento economico di Napoli. Poi sarebbe stata la volta di Taranto con la posa della prima pietra il 9 luglio 1960. 

Con la costruzione del polo siderurgico tarantino nel 1961, l’Ilva prese il nome di Italsider e rappresentò una nuova occasione di sviluppo per il Mezzogiorno. La crisi dell’acciaio negli anni Ottanta ridimensionò il sogno industriale del Sud e portò allo smembramento delle industrie siderurgiche con la chiusura di Bagnoli e la privatizzazione degli impianti tra cui quello tarantino passato nel 1995 nelle mani del Gruppo Riva. Lo stesso gruppo che le recenti inchieste giudiziarie hanno condannato, con sentenza emessa dal tribunale del Riesame di Taranto, lo scorso 7 agosto: «Chi gestiva e gestisce l’Ilva, ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza»  si legge nella relazione del gip di Taranto, Patrizia Todisco, confermando  il provvedimento di sequestro degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, vincolato alla messa a norma dell’impianto. Una sentenza che Angelo Lippo non ha potuto ascoltare, nell’agosto 2011, il poeta saggista e scrittore tarantino ha concluso la sua esperienza umana ma la sua poesia, il suo canto d’amore e di ribellione, di passione e  contestazione continua ad essere voce autentica e, per certi versi, profetica.

A pochi giorni dalla Giornata mondiale della Poesia indetta dall’Unesco, che ogni anno si celebra il 21 marzo, ci sembra doveroso rendergli omaggio ricordando la sua mission di uomo e di poeta-vate, cantore delle tante anime del Sud.

Instancabile operatore culturale, Angelo Lippo ha visto cambiare la sua amata città senza lasciarsi incantare dalle promesse del benessere e dell’occupazione ma con lo sguardo del poeta veggente ha visto oltre e prima di tanti altri. Ha visto le condizioni di lavoro che venivano barattate con il diritto alla salute, ha visto calpestati diritti e dignità con il ricatto occupazionale e lo ha denunciato in tempi ancora non sospetti con la sola risorsa a sua disposizione: la parola. Il verso. La voce che scava il silenzio e riesce, forse, a svegliare coscienze sopite. Almeno ci ha provato fino alla fine dei suoi giorni consegnandoci il suo credo spirituale e letterario nel libro “Se non matura la spiga”, edizioni Il Raggio Verde.

Una raccolta di versi editi, pubblicati negli anni in diverse antologie, e raccolti nella sezione che aveva voluto intitolare “Sparse”.  Particolarmente intense sono le liriche d’amore per la propria famiglia, per quei ricordi legati alla sua infanzia, a quella memoria contadina che è essenza perché radici che non si possono e non vanno mai rinnegate.  Come non si dovrebbe mai smettere di sentire il respiro della natura, distogliere lo sguardo dai campi e dai cieli tersi che noi uomini siamo capaci di avvelenare.

Con i suoi versi cercava di instillare il rispetto e l’amore anche per le piccole cose, come l’impalpabile volo di una farfalla che svolazza intorno ad un’abat-jour, lasciata accesa per poterla vedere, per sentire come le vibrazioni della natura riescano a vincere la solitudine dell’uomo.  In questo suo ultimo libro dice bene Dante Maffia “E’ come se Lippo avesse chiesto ad Archita e a tutti i quarantotto pitagorici della sua città di dargli la mano per riprendere quelle atmosfere lievitate di un tempo in cui magia e verità, irrazionalità e realtà trovavano accoglienza per illuminare e tenere desta la palestra del dialogo”.

Un dialogo con se stesso, gli altri e il mondo.

E si riscopre la potenza espressiva del verso di Lippo, mai banale, mai scontato. Come non lo è l’amore per la propria terra, per il proprio paese la cui storia recente, in relazione al proprio vissuto, sintetizza nella struggente “Classe 1939”: “la mia è una generazione di traditi. /La storia ci ha delusi come uomini/ nutrendoci l’infanzia di paure e sgomenti/ che non sapevamo e potevamo spiegarci,/ né, dopo abbiamo compreso l’urlo disperato/ gioioso della liberazione. /Poi paghi di corse al sole,/ c’invase il raptus del benessere,/ e ancora una volta ci trovò impreparati/ e già vecchi il rumore del Sessantotto./ Non lasciarsi morire/ da utili idioti/ ora è l’ultima trincea possibile”.

E Angelo è rimasto in trincea. Aveva capito che si sarebbe trattato di una silenziosa guerra tra poveri, famiglie decimate dalla miseria o da malattie atroci che l’inquinamento inarrestabile alimenta perché i padroni continuano ad anteporre i propri profitti alla sicurezza collettiva. Già nel 1976 in una delle sue prime raccolte di versi, Tra questo e l’altro (Centro studi “Proposta”) scriveva:  “la mia città ha ancora un cuore tenero | anche se produce acciaio. Cercatela/ nelle vaste campagne di uliveti e vigneti/e sui rugosi volti dei pescatori/che si annidano nell’antico borgo”  rievocando le antiche origini magnogreche la sua cultura millenaria, votata alla terra e al mare. E in requiem bianco, pubblicato nella raccolta La carne stretta, denunciava le morti bianche dell’Italsider:

Coriandoli di barche inanellano la marina./

Giuoca in silenzio il pescatore/ e non pensa che domani getterà la rete./ Il sole ha bruciato il suo viso/

Gli altiforni hanno spento il tuo./ E la vita si ripete/soltanto/nel pianto delle donne./Condoglianze, signora/

Strette di mano e via.”

Una lotta senza esclusione di colpi.

Fino all’ultima poesia che chiude il libro, dove tra i Misteri del XXI secolo, parla della diossina “patrimonio di tutti/ e di nessuno perché è invisibile/ come un cavaliere errante/ che non sai come combattere” domandandosi “perché qui ha preso domicilio/ sulle sponde avite dello Ionio/

sotto un cielo di polveri grigie, /e una speranza che giorno/ dopo giorno si fa più dura.

 

Ma non ha mai voluto lasciare la sua Taranto, nonostante tutto. Ha continuato le sue battaglie culturali in nome dell’arte e della poesia nel Mezzogiorno. Coordinando alcune tra le più importanti rassegne sul territorio, dalla lontana “Proposta 70” fino alle più recenti “Identità del Contemporaneo” e “ArteinSalento”. Condirettore della rivista “Il policordo” poi fondatore e direttore dal 1985 di “portofranco”, un progetto letterario di ampio respiro inseguendo l’idea che la sua Puglia, “terra di frontiera ma territorio ad alta frequenza creativa” potrebbe smettere di essere la “Cenerentola” se solo imparasse a fare sistema.

Per questo si è battuto e ha scelto di restare.

Di restare in trincea per amore della verità.

Nient’altro che la verità, come il titolo di una delle sue ultime liriche:

Tre ponti, due mari, una città: Taranto

Una perfetta simbiosi che accompagna

Il mio certificato di nascita nel vicolo

Dal quale sorgevano nove dico nove

Facce di lune stupite. Complicità

Numeriche che dicono la materia

Di un mondo nella luce di un’infanzia

Vissuta tra preghiere e calci al pallone.

Ora qui è più difficile viverci tra 

fumi, gas, lingue di fuoco,

polmoni rotti dalla diossina

e nessuno a dire tutta la verità

nient’altro che la verità. Eppure

non vado in esilio, resto qui, in trincea.

(pubblicato su Affaritaliani.it Lunedì, 18 marzo 2013 – 13:12:00)


A sottolineare il suo amore per l’arte, l’inserimento di alcune opere, grazie ad Alfredo Paglione della galleria trentadue di Milano in copertina e a suddivisione delle sezioni:

In copertina: Josè Ortega, Uomo nel grano, 1966, olio su tavola, cm92x73

All’interno: Claudio Bonichi, Il Minotauro, 1991, olio su tela, cm 60×50

Aligi Sassu, Angelo, 1972, inchiostro, cm34x24

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