L’uovo di Humboldt di Nicola Siciliani de Cumis

I Luoghi della parola/ spazio recensione

Cara e «ruzzolante» Università…

A proposito de L’uovo di Humboldt di Nicola Siciliani de Cumis

 di Luca Tenneriello

 

Ebbene, o Socrate, disse Critone, hai nessun ordine da dare a questi tuoi amici o a me per i tuoi figlioli o per altra persona o cosa? che cosa possiamo fare per te che ti sia particolarmente gradito? – Quello che dico sempre, o Critone, niente di nuovo: che se voi avrete cura di voi medesimi, farete cosa grata a me e ai miei e a voi stessi qualunque cosa facciate.

 

Platone, Fedone, LXIV, 115b-c

 

Una densa lettera quanto mai gravida di zelo accademico e di passione pedagogica. Un testamento intellettuale rivolto agli studenti della «penultima lezione», virgolettato nel sottotitolo, come a esorcizzare «la solenne eppur discutibile consuetudine accademica di un’“ultima lezione” da parte del professore universitario in prossimità della “messa a riposo”». Un dialogo tra gli allievi e un uomo che della scienza dialogica ha fatto la colonna portante della propria attività e della propria vita.

 

E già dalla Premessa, invito a rimaner desti sulle note della Turandot, si intuisce l’afflato ancora una volta dialogico dell’opera; un incipit diretto ai «Signori studentesse e studenti», raccontando una «storia che potrà forse dirvi subito qualcosa di voi, di noi, di quanti altri studenti e professori operiamo nell’Università dello Stato e dintorni». La storia di una corrispondenza tra due amici colleghi, innamorati della carta stampata, ma che da alcuni anni si sono «“piegati”, ma senza strafare, all’uso di internet»: l’autore stesso, protagonista e narratore della storia, e un suo ex-collega, trasferito da molti anni in Perù – terra che per certi versi evoca un ancestrale canto natio – che va scrivendo le sue «“memorie non più segrete”».

Siciliani tesse la sua trama con la saggezza di un accademico non più tanto giovane, che alla gioventù ha dedicato tutta la vita, sognando un’Università «libera e giusta». E tra le matasse della iniziale finzione letteraria, costruita per parlare alla realtà dialetticamente reale, spunta un’oscura figura, «un collega di filosofia, di dieci anni più vecchio […] [che] si faceva vanto di essere riuscito in tutta la sua carriera a non “dare” (da relatore), né ad “avere” (da correlatore) “nemmeno una tesi di laurea”». Vetusto cattedratico gonfio e traboccante di saccenteria, tanto da «desiderare “un’università senza studenti”». Imbarazzante e vergognoso per i due protagonisti “buoni”, il professore peruviano di adozione e Siciliani stesso, docente da una vita, “maestro” di due generazioni, continuamente mosso da una sempre nuova forza rinnovante.

Un libro multiforme L’uovo di Humboldt, che dall’inizio romanzesco passa poi alla forma di un diario di bordo, su cui annotare le prospettive didattiche di un semestre o le importanti iniziative culturali vissute con studenti e collaboratori. Un titolo poliedrico – rimando al famoso “pinguino di Humboldt” – che evoca i significati “anfibi” (dialettici?) propri dell’università, «luogo biforme della ricerca e della didattica»; e anche, ahinoi – noi studenti e professori innamorati dell’Akadémeia – significati meno confortanti, in riferimento al celebre aneddoto dell’“uovo di Colombo: «chi riuscirà a fare strare dritta e ferma la nostra ruzzolante università?»

Il diritto allo studio, l’articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana, il memorabile discorso di Piero Calamandrei del gennaio 1955, le intramontabili parole di uomini come Antonio Labriola, Anton Semënovyč Makarenko, Muhammad Yunus e altri “cavalli di battaglia” della didattica e della ricerca di Siciliani fanno da corona alla gran lotta che ogni intellettuale – e non solo – combatte con la propria penna.

 

Io so i nomi dei responsabili della sparizione della Democrazia. […] Io so i nomi dei politici, degli affaristi, degli scienziati, degli insegnanti, dei giornalisti, degli artisti, degli uomini colti e importanti, delle persone qualsiasi che stanno dietro all’uccisione della scuola e dell’università. Dietro il genocidio dell’intelligenza delle masse. Io so tutti i nomi e tutti i fatti. Li so, ma non ho tutte le prove. Io lo so, perché sono un insegnante che vive sulla propria pelle le cause e le conseguenze di tutte le sparizioni. Di tutte le morti per asfissia del senso critico.

 

Il tutto senza rinunciare ai sogni in dialetto, a un’idilliaca passeggiata con Kant sulle rive dello Jonio, alle «storielline» tra Mosca e Sellia Marina, alle attese e alle speranze mai sopite di un “prof” alla sua «penultima lezione». Con la magia culturale della notte di San Lorenzo, «notte calabro-pascoliana sui generis», col pensiero a Makarenko e con gli occhi al cielo per catturarne una stella ed esprimere un desiderio: un’Università “guarita”, in cui studenti, ricercatori e professori possano lavorare insieme per il progresso della comune coscienza critica.

Colpisce, inserita nel testo, un’audace missiva indirizzata a «Sua Santità Papa Francesco Jorge Bergoglio»; un amichevole testo confidenziale sul «misterioso JAC/Joan Antonio Cumis», gesuita confratello dell’attuale Papa. Uomo di frontiera, catanzarese “d.o.c.” trapiantato nella periferia delle periferie del mondo, le “Indie”, per portare un po’ di speranza laddove conquistadores e molti preti cattolici avevano portato il sangue. Perché le Indie? Perché abbandonare nel 1588 la natia Calabria per avventurarsi in mondi appena scoperti? Forse per percorrere, JAC prima di moltissimi altri, le sempre nuove strade dell’intercultura.

A questa prospettiva, a questa “syn-sophίa”, sapienza-in-comune, Siciliani, nel corso dei molti anni dedicati all’insegnamento, non si è mai stancato di consacrare il suo lavoro. Con quest’opera, raccolta polimorfa di pensieri, programmi, sogni e prospettive didattiche, Siciliani consegna il meglio, quotidiano e straordinario, di un anno accademico, il 2013/2014, con lo sguardo lucido e critico sulla situazione generale dell’università italiana, malata e «ruzzolante»; compendiato tutto nella finale e appassionata lettera aperta al Ministro Stefania Giannini.

Lo sguardo di un uomo, docente da molti anni, che non si è mai arreso al “tanto tutti fanno così”, alla «banalità del male» che è sempre dietro l’angolo e che consiste nell’indifferentismo. Ma, in fin dei conti, le cose dipendono da noi, da quel noi sincretistico in cui assieme al grano si nasconde anche l’erba cattiva: sta a quel noi la scelta buona per una coscienza critica.

 

Io lo so, perché nel mio mestiere, il più bello e importante che io conosca, ci si deve servire dell’immaginazione e della memoria. Perché, per quanti sforzi io faccia di vedere del tutto attuati gli articoli 1, 2, 3, 4, 9, 10, 11, 21, 33, 34, 35, 38, 45, 117 della Costituzione italiana (direttamente o indirettamente riguardanti la scuola, l’università, la cultura alta di massa), non mi riesce di vederli applicati. Li vedo invece traditi, uccisi. Ogni giorno sempre di più. Io lo so, lo so perché gli scolari, gli insegnanti sono essi stessi il buon Dio che, insieme al Diavolo cattivo, stanno nel dettaglio. Non resta che augurarci che, tra Dio e il Diavolo, con tutta la nostra forza d’animo, con tutta l’autoironia di cui siamo capaci, scegliamo la cosa giusta: la lotta per la crescita della capacità critica del maggior numero di persone. La Democrazia ritrovata. Cominciando da qui, in periferia. Auguri a noi tutti!

 

 

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