Libertà delle Donne nel XXI secolo oltre i fondamentalismi

di Ada Donno

ROMA. Possiamo dire, con grande soddisfazione, che è stato un convegno internazionale ricco e produttivo, anche oltre le aspettative, per quantità di presenze e qualità degli interventi, per lo spirito partecipativo che l’ha animato, per le emozioni che l’hanno attraversato. E’ stato il meritato approdo di un percorso costruttivo iniziato un anno e mezzo fa dalle organizzatrici che l’hanno convocato “arbitrariamente”, mosse dall’urgenza di ragionare fra donne, ma rivolgendosi al mondo, sulla prepotente ascesa, nell’epoca che viviamo, dei fondamentalismi di varia natura, ma soprattutto di quelli che mettono più a rischio la libertà delle donne.
Su questa proposta abbiamo chiamato al confronto altre donne sapienti , con conoscenze ed esperienze di pratiche diverse di resistenza. L’abbiamo chiamato “percorso collettivo di confronto ragionato e di azione” – perché volevamo che si nutrisse delle relazioni che costruivamo o consolidavamo strada facendo – dove l’accento veniva posto su due o tre condizioni necessarie: la dimensione collettiva, come ha sottolineato in apertura Nicoletta Pirotta di IFE; il ragionare di fondamentalismi al plurale, perché ce ne sono di tipi e forme differenti, ma si riconoscono per il comune carattere, l’atteggiamento totalizzante ed escludente verso l’altro o l’altra, come ha ricordato Alessandra Mecozzi di Cultura è libertà; volgere lo sguardo sull’altro o l’altra da sé non come “altra cosa da sé”, come l’alterità irrimediabile e immodificabile, ma come termine di una relazione positiva da costruire, come ha insistito Imma Barbarossa. Tenendo fermo che il punto d’arrivo di ogni discorso è il raggiungimento di un pensiero critico capace di trasformare lo stato di cose presente, come hanno ribadito Chiara Giunti, Anna Picciolini, Antonia Sani, e abbiamo ripetuto tutte nel corso delle tre giornate.
Il proposito di partenza era indagare i fondamentalismi nelle loro specificità e nei loro contesti diversi – con l’aiuto di altre donne che a tale ricerca hanno dedicato energie intelligenza e capacità – con l’intento di valorizzare le diverse esperienze e pratiche di contrasto messe in atto e di costruire relazioni potenzialmente capaci di generare azioni comuni trasformatrici dello stato di cose presente. Nelle tre giornate e nelle tre sessioni in cui è stata articolata la discussione, con le relatrici e con l’interlocuzione attiva del pubblico presente, sono stati focalizzati i fondamentalismi che si nutrono del dogma della propria onnipotenza a cui subordinano i corpi degli esseri viventi, in particolare delle donne.
Si può tentare una sintesi, raggruppando attorno a due assi le riflessioni venute fuori nelle sessioni di lavoro: quello dei contenuti e quello dei possibili modi in cui i movimenti delle donne costruiscono gi “antidoti” ai fondamentalismi, che non vuol dire solo fare opposizione ad essi, ma anche introdurre proposte concrete di cambiamento.
A Susan George abbiamo affidato il compito di contestualizzare le tematiche proposte alla discussione in questa fase di sviluppo del capitalismo globale e di collegarle ai fenomeni globali che possono avere un impatto maggiore sulla vita delle donne, investendo il presente e futuro dell’umanità: la globalizzazione, le disuguaglianze e la questione ambientale.
Nella prima sessione (Libertà, uguaglianza fraternità? Alternative all’ingiustizia globale) sono emersi alcuni aspetti relativi al quello che abbiamo chiamato il fondamentalismo del mercato: cosa vogliono dire oggi le parole libertà uguaglianza e fraternità al tempo del pensiero economico dominante, del neoliberismo come idea fondamentale del capitalismo, che poggia su presupposto che la vita si possa ridurre a merce e strumento per la produzione di denaro, sottraendoci la nostra umanità? Quali alternative sono possibili all’ingiustizia globale? Dalle relazioni di Monica Di Sisto, Heidi Ambrosch (Austria), Lorena Garron (Spagna) e dagli interventi è emersa con forza la consapevolezza del legame fra patriarcato e capitalismo (“un’alleanza contro le donne per il controllo dei loro corpi e della funzione riproduttiva” l’ha definita Tania Toffanin “che ha sviluppato nel tempo svalutazione e discriminazione in parallelo al disciplinamento della forza-lavoro, indispensabile per aumentare i profitti delle imprese”), cosa niente affatto scontata nella storia dei movimenti femministi. Se è vero che c’è ab origine un nesso stretto tra forme economiche e patriarcato, questo appare evidente come mai prima nella fase attuale di capitalismo finanziarizzato e globalizzato. Ma è emersa anche la consapevolezza delle donne come forza trainante nei processi di trasformazione (“non ci può essere rivoluzione – ha detto con forza Eleonora Forenza – senza l’apporto del femminismo”). E, a proposito di nessi, è venuto fuori anche (ma è un tema da riprendere e approfondire) quello esistente fra guerra, ritorni di nazionalismi, produzione di armi e condizione delle donne: l’impegno contro la militarizzazione è un elemento chiave per le donne di tutte le latitudini.
Ma come il movimento delle donne può costruire oggi un’agenda degli obiettivi riguardo alla questione del fondamentalismo del mercato? Una volta messo l’accento sul nesso mercato e perdita dei diritti e sulle disuguaglianze, come si può intervenire, anche agendo sugli strumenti istituzionali?
Spunti assai interessanti sono venuti su quella che è stata chiamata “l’economia al femminile”, cioè forme di compartecipazione e autogestione per così dire “orizzontali”, fondate sulla circolarità delle relazioni economiche, da opporre alla verticalizzazione dell’economia dominante finalizzata al consumismo e alla massimizzazione del profitto. Così come forme di solidarietà sono state proposte in alternativa agli effetti distruttivi della crisi economica attuale sul welfare e i servizi sociali, col conseguente crollo nelle condizioni di vita delle donne (“la Grecia è diventato il peggior posto in Europa dove le donne possano vivere”, ha detto a questo proposito Anna Maria Iatrou di Salonicco). è possibile pensare un altro modello di politica economica, porre la questione del reddito di autodeterminazione come uno degli elementi utili a costruire un altro modo di lavorare, vivere e concepire le relazioni sociali? è possibile costruire un’iniziativa europea su una proposta comune di salario minimo per le donne?
La seconda sessione (Crisi delle identità, critica delle appartenenze) è stata molto intensa e interessante, soprattutto per le presenze internazionali che ci hanno dato una visione abbastanza ad ampio raggio della realtà mediterranea, in riferimento al tema proposto. Riassumendo, è stato confermato quanto sia regressiva ed escludente, sotto il profilo dei diritti delle donne, qualsiasi politica fondata sulle identità (siano esse etniche, religiose, ideologiche o d’altro tipo) . Non perché l’identità non sia un fattore culturale importante, ma perché essa è sempre in movimento e non la si può intendere come fondante di una organizzazione politica e statale, chiusa ed escludente.
Molto significative le testimonianze dell’iraniana Maryam Namazie, la Palestinese Lema Nazeeh e la libanese Amany Sayyed sulla realtà delle donne in Medio Oriente. Come anche quella di Orna Akad, israeliana ebrea sposata con un arabo musulmano, che ci ha raccontato la quotidianità disastrosa del vivere in uno stato confessionale quale è Israele oggi, di ciò che comporta in termini di restrizioni e sofferenze per le donne e gli uomini di una parte e dell’altra del muro di cemento e filo spinato.
Ma non crediamo, noi europee, di essere al sicuro, ci ha detto Urszula Kuczynska raccontandoci la Polonia di oggi dominata da una chiesa e una destra cattolica fondamentaliste, dove le donne devono fare i conti con un tipo di oscurantismo impensabile fino a qualche anno fa, ma dove si è sviluppato anche un grande movimento per i diritti riproduttivi e contro le leggi regressive sulla maternità libera.
L’esperienza delle donne racconta di religioni, mono o politeiste, che si legano e sorreggono il patriarcato. E tuttavia c’è un’altra faccia della religiosità, quella che riguarda la sfera più personale e soggettiva, che non si può ignorare in nome di una idea assoluta di laicità. Questa esperienza ci parla di possibili riletture libertarie dei testi sacri, di una teologia della liberazione, che non è solo quella cristiana, che esiste anche una teologia della liberazione islamica su cui sappiamo poco o nulla e che invece bisogna imparare ad ascoltare. E ci suggerisce che laicità è un valore da difendere, ma non da intendere come indifferenza rispetto alle credenze: semmai, come pensiero critico aperto e trasversale rispetto a qualsiasi credenza (o non credenza) individuale o di gruppo. C’è un rischio di fondamentalismo “laicista” che può determinare atteggiamenti rigidi ed escludenti.
Infine, nella terza sessione (Scienza e tecnologia non sono neutre. Onnipotenza o coscienza del limite?) ci si è chieste quali sono i limiti e come costruire una coscienza critica in relazione a quello che è stato avvistato come pericolo di fondamentalismo scientifico e tecnologico. Ci sono aspetti cruciali che vanno esplorati, ha detto Flavia Zucco, come la pervasività delle tecnologie nella vita individuale e sociale, con impatto immediato su valori e cultura. C’è da affrontare il nodo della responsabilità sociale che riguarda sia il mondo della scienza e tecnologia, sia il movimento delle donne. Che significa per le donne riappropriarsi dei luoghi scientifici sottraendoli al monopolio dell’accademia? E’ un discorso complesso e al tempo stesso scivoloso – su cui hanno ragionato Caterina Botti ed Eleonora Cirant – perché riguarda i linguaggi, le possibilità di relazionarsi col mondo accademico, che è prevalentemente maschilista e sessista. Ragionando di responsabilità sociale e disuguaglianze, esiste una contraddizione evidente tra l’esaltazione del valore sociale della maternità – con le conseguenze sul piano normativo e culturale – e le difficoltà crescenti che le donne madri incontrano per la carenza di servizi adeguati. Ed esiste una contraddizione insita nel fenomeno nascente del cosiddetto turismo riproduttivo, nel quale si determina l’ingiustizia tra chi si può permettere di acquistare una maternità o paternità surrogate e chi si piega per necessità a venderle. A margine della questione serissima del rapporto oggi fra scienza e corpo delle donne, è stato sfiorato il problema – che andrà ripreso e sviluppato – dei media che riguardo a certe tematiche preferiscono fare gossip, invece di andare al fondo di una discussione approfondita capace di orientare fondatamente il pubblico.
Di ambiente e salute ha ragionato Licia Gallo, dei gravissimi rischi da inquinamento ambientale e delle ricadute di genere, su cui il nostro Paese registra un enorme ritardo. Un tema che dovrà diventare centrale anche nell’agenda politica e dei movimenti delle donne, sia in termini di ricadute socio-sanitarie, quanto all’apporto femminile alla costruzione di movimenti di resistenza e all’elaborazione di proposte di gestione sostenibile di territori e risorse. Peraltro quella sull’organizzazione delle donne e le forme possibili di resistenza e contrasto è stata una domanda che ha percorso trasversalmente tutte le sessioni: è un nodo da sciogliere, soprattutto in considerazione della regressione politica in atto in Europa. Come costruire buone relazioni tra i movimenti? Come le donne apportano novità dentro le organizzazioni esistenti e le istituzioni? Come affrontano il nodo del rapporto tra lotte dei movimenti e normative? Esiste un nesso chiaro, le leggi sono il risultato che si può ottenere con le lotte. Ma è altrettanto evidente che senza l’incalzamento e la capacità di tenuta dei movimenti sociali, anche le norme più progressive si svuotano e la realtà regredisce. Perché il movimento femminista oggi parla meno di conflitto col potere, rispetto ai decenni passati? In particolare, parla poco di conflitto di classe. Eppure è necessario riprendere questo discorso, se si vuole ripartire. Come dare alla consapevolezza delle donne il potere di cambiare? Di essere davvero quel “soggetto imprevisto”che irrompe nella storia e porta il nuovo, l’alterità, ma senza distruzione? Bellissime, in questo senso, sono state le esperienze portate al convegno dalla regista curda Layla Toprak col suo film su Kobane e Rojava, sulla lotta armata di resistenza condotta dalle donne in formazioni separate, ma anche relativa alla ricostruzione autogestita dalle donne curde con modalità che possono aprire spazi inediti per tutte.
Certo è difficile riportare la ricchezza di contenuti, suggestioni e anche emozioni che si possono vivere in tre giornate intense di confronto fra donne che hanno il futuro nella loro testa. Ma per chi avesse voglia di una rilettura, rimandiamo al report completo che si trova registrato in video e audio sul sito http://libertadonne21sec.altervista.org/ che continuerà ad essere attivo e produttivo.

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