Geografie di Superficie. Al Mams di Sassoferrato

di Giuseppe Salerno

 

Vi sono mostre nelle quali sono le opere in sé a reclamare da subito attenzione tanto sul piano formale che concettuale. Ve ne sono altre per le quali, fermo restando una loro valenza formale e concettuale, si rende necessario rivolgere in primis l’interesse alla fase processuale, trattandosi di lavori chiamati a rispondere a caratteri concordati o frutto di percorsi esecutivi predeterminati.

A questa seconda categoria appartiene “Geografie di superficie”, mostra progettuale nata dal sodalizio di Lughia e Caterina Prato, artiste che hanno precedentemente vissuto un’esperienza comune realizzando un’opera in quattro tavole rifacentesi al meccanismo della “dissolvenza incrociata”, mutuato dal mondo del cinema. Due tavole prodotte dall’una e altrettante dall’altra. Poi lo scambio delle due centrali sulle quali tornare ad intervenire con i rispettivi caratteri. Un’opera che nella sequenza delle quattro tavole vede i connotati delle due artiste incontrarsi e dissolversi gli uni in quelli dell’altra. Un’esperienza illuminante e ricca di implicazioni che ha aperto prospettive e suscitato interrogativi.

Ed è per dare soluzione ad uno di tali interrogativi che nasce la nuova esposizione. A chi appartiene l’opera che, pena la sua perdita di senso, non si presta ad essere smembrata? Le due artiste decidono pertanto di ripetere l’esperienza realizzando un nuovo lavoro nel medesimo formato cosicché ciascuna resti poi proprietaria di un’opera nella sua interezza. Ad arricchire l’operazione concordano inoltre di produrre ciascuna cinque nuovi lavori nel formato 70×70, di scambiarseli e intervenirvi sopra sino a renderli opere proprie. Un processo che rifacendosi a “Sopraffactions”, esperienza vissuta da Lughia nel 2009, conferisce alla mostra nella sua interezza un’articolazione che ci costringe a soffermarci massimamente sul valore del confronto e del conseguente reciproco arricchimento. Questi gli aspetti procedurali concordati senza la cui conoscenza l’osservazione pura e semplice delle opere risulterebbe insufficiente per apprezzarne a pieno il valore.

Esplicitati tali meccanismi, con “Geografie di Superficie” ci si trova di fronte ad opere che nell’immediato ci inducono ad un’ennesima riflessione sull’arte.  L’opera, da quanto ci è dato osservare, risulta non consistere in una “creazione” emersa dal nulla, ma piuttosto nel valore aggiunto conferito ad elementi divenuti oggetto di appropriazione. Con tale assunto autore dell’opera è colui che impossessandosi di ciò che lo circonda, si tratti di appropriazione fisica o meramente sensoriale, dimostri capacità di riorganizzare linguisticamente il tutto in forme permeate di quel sentire “unico” che contraddistingue ciascun artista.

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Resettate così le nostre capacità percettive entriamo finalmente in rapporto con gli aspetti contenutistici di lavori che ci offrono visioni assolutamente lucide della complessità che governa l’universo nel suo inarrestabile divenire e, con essa, i destini di un’umanità che, in una condizione nomade e globalizzata, esprime il suo “disperato” bisogno di ancoraggio.

Con una sintonia a dir poco straordinaria Lughia e Caterina Prato indagano in autonomia le geografie dei territori e delle menti offrendoci, frammiste a brandelli di vissuto personale, visioni spiazzanti, risultanti di ribaltamenti, sedimentazioni e slittamenti, di indeterminazioni, di aspirazioni confuse, di memorie millenarie in dissolvimento.

Benché opere ascrivibili all’una o all’altra, la speciale architettura d’insieme rende marginale, se non addirittura sminuente la preziosità del lavoro condiviso, una lettura separata dei caratteri delle singole artiste. Dall’intreccio delle due sensibilità emergono infatti quelle verità di fondo che, manifestate in forme e modalità diverse, e per certi versi complementari, ci appaiono ora chiare nella loro complessità.

In una visione generale non possiamo non sottolineare il coerente crescendo di coinvolgimento emotivo e razionale quando dalle geografie della prima dissolvenza le artiste migrano a quelle della seconda.

 

Risulta evidente come le morbide, concrete colline della Val d’Orcia offuscate dal contingente ricordo del terremoto (evocato da una chiesa ripartita in frammenti) cedano il posto, nella seconda condivisione, all’ampio bacino del Mediterraneo dove si dà questa volta spazio, in una dimensione atemporale, alla coesistenza d’ogni cosa in un turbinio che vede le culture in dissolvimento e le terre in lento, inarrestabile movimento al pari di un’umanità destabilizzata, nomade e votata alla perdita dell’identità.

Senza riferimenti certi ogni parametro, prodotto dell’umana sapienza, perde di senso. Nord, sud, sopra, sotto, prima e dopo risuonano parole vuote in un universo nel quale a nessuno più interessano nel mentre che la presunzione umana rivela tutta la sua miseria. Rappresentazione fantastica questa della solitudine e dello smarrimento che accompagna il nostro tempo.

A Lughia e Caterina Prato il merito di essersi rese interpreti, in rapporto ad un universo senza inizio e senza fine, di piccole geografie umane che ci appaiono adesso insignificanti, di superficie e destinate all’oblio.

 

10 novembre – 2 dicembre

“Geografie di Superficie”, a cura di Giuseppe Salerno

Opere di Lughia e Caterina Prato

MAM’S Palazzo degli Scalzi, Sassoferrato

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