Il ninfeo delle fate

L’incanto dell’ipogeo di Masseria Tagliatelle. A Lecce tra arte, bellezza e storia un luogo da riscoprire

Sara Foti Sciavaliere

LECCE. Il Ninfeo delle Fate è uno dei tre ninfei individuati a Lecce, insieme a quelli di Torre di Belloluogo e di Villa Fulgenzio della Monica (seppure si parli di ben altre due strutture analoghe presso Torre del Parco e un altro appartenente alla villa di Giovan Camillo della Monica), disposti intorno alla città e immersi in giardini e frutteti. Quello delle Fate è localizzato nell’area sotterranea della Masseria Tagliatella, presso le Cave di Marco Vito, tra la via vecchia San Pietro in Lama (oggi del Ninfeo) e via De’ Ferrari. Il toponimo ci viene spiegato dallo storico ed ecclesiastico del ‘600 Cesare Infantino: “Tagliatelle perché in questo luogo si taglia la pietra leccese per le fabbriche della città”. La masseria del XVIII secolo, oggetto di un recente restauro, in origine era una villa di epoca rinascimentale, probabilmente una casa palazziata, appartenuta al ricco e nobile Scipione De Summa, governatore di Terra d’Otranto dal 1532 al 1542 e uno dei protagonisti del fermento edilizio cittadino nella prima metà del 1500.

L’edificio presenta un prospetto con finestre ad arco, un portale d’ingresso semplice e decorazioni a rosette. Si accede al ninfeo, percorrendo una scala sulla cui parete superiore si individua una temperata di fine XVI secolo, raffigurante l’“Annunciazione”. Sull’architrave d’ingresso si notano i resti di un’epigrafe, ormai del tutto abrasa, che nel 1925 Francesco Tummarello, in visita al ninfeo, leggeva in maniera frammentaria: “Ninphis et Pomo”. Si tratta delle dedica alle ninfe e a Pomona, ninfa romana che vegliava sui frutti dei giardini. Nell’antichità i ninfei costituivano i santuari dedicate alle divinità dei boschi e delle acque. Le strutture, di forma rettangolare, circolare o ellittica, vedevano l’allestimento di vasche presso le quali era possibile sostare, imbandire banchetti e trascorrere momenti di otium nelle ore più calde del giorno; un ninfeo poteva avere spesso una o più esedre, dalle quali l’acqua si incanalava in vasche di varia foggia e le edicole potevano essere decorate con incrostazioni in spuma di lava e conchiglie (da esse si originano le rocaille che tanta diffusione avranno dapprima nei ninfei delle ville europee cinquecentesche, poi negli stucchi rococò di vari edifici). In età rinascimentale i ninfei integrati in grandi ville e situati in ampi parchi, venivano realizzati per rappresentare antri naturali, creando l’illusione di un regno delle acque, facendo uso di coralli, madreperle, conchiglie e numerose statue disposte lungo le pareti o in nicchie.

Intorno agli anni Trenta del XVI secolo, la nobiltà intellettuale leccese aderì al nuovo spirito culturale dando vita a circoli letterari, come l’Accademia dei Trasformati di Scipione Ammirato oppure l’Accademia lupiense di Antonio de Ferrariis, detto il Galateo. In questo contesto culturale, ricche dimore accolgono ninfei e giardini, luoghi di otium letterario, dove godendo della frescura delle acque, immaginiamo gli aristocratici partecipanti a leggere famosi testi filosofici.

Il Ninfeo delle Fate si articola due ambienti, collegati tra loro da gradini. Nel primo, rettangolare a soffitto piano, lungo le pareti mostra sei ninfe (tre per lato) ad altorilievo, inserite all’interno nicchie modanate e alternate a nicchie vuote, i cui catini sono ornati da conchiglie ed elementi floreali a grandi foglie che richiamano le analoghe presenti nel ninfeo di Fulgenzio. Le ninfe, purtroppo mutile delle braccia, sono raffigurate in posizione frontali oppure leggermente di scorcio e vestite con leggere tuniche strette in vita, appena rigonfie al busto e morbide e scampanate nella parte inferiore. I capelli sono, di volta in volta, sciolti, mossi o raccolti in un’alta acconciatura o impreziositi da una corona di fiori. Il secondo ambiente, di forma circolare, presenta una pseudo-cupola del tipo a campana, su sottile cornice dentata e foto centrale, avente funzione di ricambio d’aria e di luce. Al centro si individua una vasca con sedile continuo circolare e canalette di scarico delle acque.

A causa di interventi postumi, soprattutto riferiti al primo ambiente, è stato spezzato l’andamento di moto delle ninfe nelle nicchie e si perde così parte del dinamismo originario. Le condizioni di abbandono a cui è stato a lungo sottoposto il ninfeo ha inoltre alterato la colorazione originale che pare, dalle tracce di pigmentazione sopravvissuta, dovesse essere di un brillante blu lapislazzuli. E se entrare nel ninfeo oggi, non più agli splendori di un tempo ma recuperato dai lavori di restauro, lascia comunque a bocca aperta, è inevitabile provare a immaginare il fascino di questo luogo nei suoi tempi migliori.

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