L’attore e la maschera

L’omaggio tra segni e parole all’indimenticabile
Maestro Gigi Proietti

Giancarlo Montelli

Quando a Petrolini gli si chiedeva se discendesse dalla Commedia dell’Arte, lui rispondeva “io discendo dalle scale di casa mia”. E la stessa risposta avrebbe data Gigi Proietti.
Normalmente l’attore per recitare deve indossare una maschera, diventare ciò che non è. Grande sforzo fisico e mentale. Per animare una maschera e fargli prendere vita l’attore deve plasmare il proprio corpo e la propria voce rendendoli duttili, malleabili, capaci di compiere la metamorfosi.

Nell’antichità questo processo di metamorfosi non era necessario perché gli attori, per diventare personaggi della tragedia o della commedia, indossavano una vera maschera, cioè un finto volto.


Bene ci sono degli attori che, come Gigi Proietti, non hanno bisogno di entrare nel personaggio ma hanno il dono di interpretare in modo straordinario se stessi. Pochissimi in verità. Gigi Proietti l’ho visto per la prima volta nel recital “A me gli occhi” nel lontano 1977. Sono rimasto folgorato dalla sua capacità di entrarti subito dentro, di giocare come un prestigiatore con le parole, la musica, l’impressionante mutevolezza del volto e la enorme simpatia che trasmetteva. Già dal 1973 si cercava un nuovo modo di creare un rapporto più ravvicinato tra la cultura e i cittadini. Tra l’altro si pensò a un decentramento teatrale e l’idea di un tendone da circo che si spostasse nelle periferie delle città sembrò una delle possibili idee da realizzare. Col sostegno e la sceneggiatura dello straordinario Roberto Lerici, sotto un tendone rosso e blu al Flaminio a Roma, biglietti a duemila lire, senza prenotazioni né posti numerati, mentre l’Italia era alle prese con la lotta armata degli anni di piombo, Proietti debutta, per la prima volta anche come regista, in un recital, in cui ripropone una serie di testi di Petrolini, famose canzoni romane, prende in giro i classici come Amleto, fa la parodia ai relatori delle conferenze e ai luoghi comuni, come la famosa telefonata, agli snob e ai coatti. Vestendo non costumi di scena ma una semplice camicia bianca che gli permette di essere uno qualsiasi e servendosi di un semplice baule da cui trae di volta in volta, come dal cilindro del prestigiatore, personaggi e canzoni, abbatte la parete che separa l’attore dallo spettatore.
Questa è sempre stata la sua grandezza. Vederlo in qualsiasi contesto è vedere un grande amico e, grande Maschera vivente, non ha mai avuto bisogno del palcoscenico per essere, al solo vederlo, immediatamente in scena. E sempre con un sorriso ironico sulle labbra. Come per dire alla vita: “ma che me stai a cojonà?”. Una di quelle persone che quando le perdiamo perdiamo un pezzo di noi stessi. E della sua mancanza, con il passare del tempo, ce ne rendiamo conto tutti. Anche se continuiamo a sentirlo tra noi.

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