La Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Tra sacro e profano, la chiesa cara alle “puttane emerite”

Sara Foti Sciavaliere

Chi conosce un po’ di agiografia sa bene che il filosofo Agostino d’Ippona, prima di essere convertito da Sant’Ambrogio ed entrare del novero dei Padri e dottori della Chiesa con espressioni ormai note come “Ama e fa’ ciò che vuoi” e autore delle “Confessioni”, non è stato proprio uno stinco di santo! Anzi tutt’altro… È stato la disperazione della madre, Santa Monica, donna invece di grande fede, che non ha perso mai la fiducia nella possibilità di una redenzione per quel figlio peccatore impenitente, solito “alla crapula e all’ubriachezza, alla lussuria e all’impurità”.

Questa premesse per dire che forse, in fondo, poi non è tanto singolare che la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, dedicata al santo sulla piazzetta omonima, prossima a via della Scrofa, sia per certi versi lo specchio di quella sua giovinezza all’insegna del peccato: di fatto la chiesa legata a santi, madonne, cortigiane e fuggiaschi, costituisce per antica tradizione un incontro tra sacro e profano.
A cominciare dal capolavoro di Caravaggio che è nella Cappella Cavalletti, sulla navata di sinistra, la “Madonna dei Pellegrini”. La leggenda vuole che l’artista, all’apice del suo successo, si rifugiò nella chiesa per sfuggire all’arresto, dopo aver ferito nella vicina piazza Navona il notaio Mariano Pasqualone, spasimante della bella Maddalena Antognetti, detta Lena. L’opera venne commissionata al Caravaggio, ai primi del Seicento, dal notaio bolognese Cavalletti per essere posizionata nella cappella di famiglia, ma quando il dipinto fu esposto al pubblico “ne fu fatto dai preti e da’ popolani estremo schiamazzo”. Secondo alcuni studiosi l’opera suscitò scalpore perché il Caravaggio utilizzò, come modella per la Madonna, proprio Lena, che varie fonti indicano come prostituta, altre come amante dello stesso Caravaggio. L’artista finì così per contravvenire alle direttive pontificie che vietavano la raffigurazione, in veste di santi e madonne, di donne ritenute spudorate peccatrici.
E da qui il passo è breve verso un’altra tradizione che vuole questa chiesa, unica in Roma, a essere frequentata dalla cortigiane. Nel XVI secolo la Roma papale è anche la città della prostituzione, con oltre 7000 donne dedite alla professione e provenienti da tutta Europa, il Pontefice tentò di arginare il fenomeno con scarso successo e, infine, per favorire almeno il ritorno alla vita onesta di questa, venivano obbligate ad assistere, specialmente nel periodo quaresimale, ad apposite prediche con l’obbligo di partecipazione. Troviamo così le “puttane emerite” o “cortigiane oneste” (prostitute d’alto bordo, che come le etère dell’antica Grecia, avevano una buona cultura e una certa educazione) sedute ai banchi delle prime file della Chiesa di Sant’Agostino a loro riservati, non perché si accostassero maggiormente al Signore ma per evitare che i fedeli, guardandole, si distraessero dalle sacre funzioni. Seppure, di certo non passavano inosservate: arrivavano accompagnate dai nobili “clienti” e da un corteo di paggi e servitori, indossando abiti appariscenti, a far bella mostra del loro fascino e sfoggio della loro ricchezza.
A raccontare le circostanze fuori dal comune è una famosa cortigiana di alto bordo, immortalata da Raffaello in varia dipinti, Beatrice Ferrara o Ferrarese, in una lettera a Lorenzo de’ Medici: «… così, mezzo contrita, mi confessai dal predicatore di Sant’Agostino; dico nostro, perché quante puttane siamo in Roma, tutte veniamo alla sua predica, ond’esso, vedendosi sì notabile audentia, ad altro non attende se non a volerne convertire tutte. Oh, dura impresa!».
E quelle stesse cortigiane hanno avuto sepoltura nella Basilica di Sant’Agostino, in terra consacrata, proprio per distinguersi dalle prostitute di basso ceto, che venivano sepolte in terra sconsacrata nella zona del Muro Torto, luogo dove erano sepolti i criminali e gli assassini. Vi furono sepolte qui Giulia Campana, Tullia d’Aragona e la sorella Penelope, nonché Fiammetta Michaelis, amante di Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI. Così è capitato che in mezzo a queste “puttane emerite” abbiano trovato sepoltura persone di alto rango, come i cardinali Lorenzo e Renato Imperiali e perfino Santa Monica, madre di Sant’Agostino, alla quale è dedicata la cappella della navata di sinistra, adiacente all’altare maggiore. Sembrerebbe che proprio, poco lontano dal sarcofago si dice vi sia il corpo della madre del vescovo di Tagaste (morta ad Ostia nel 387 e i cui resti furono portati in Roma nel 1430) che si trovano alcune tombe di queste celebri prostitute che, godendo di alte protezioni, potevano avere sepoltura ecclesiastica.
Voglio narrare la storia di una di loro, della quale si trovano altre tracce non lontano da questa chiesa e da Piazza Navona, percorrendo una traversa si incontra una piazzetta con un nome particolare: piazza Fiammetta, e sulla medesima piazzetta, dove incontra via dell’Acquasparta, affaccia un quattrocentesco palazzetto porticato che porta lo stesso nome. Non è comune la toponomastica riferita a figure femminili, quindi ci si può interrogare su chi fosse questa Fiammetta, addirittura ricordata nel centro di Roma: né una nobile né una benefattrice, ma appunto una prostituta. La ragazza era giunta tredicenne a Roma da Firenze e incomincia presto, insieme alla madre, l’attività meretricia, divenendo una delle cortigiane più famose. Fiammetta era colta e istruita, capace di sostenere conversazioni dotte con uomini di cultura, ai quali offriva quindi oltre al suo corpo anche la sua piacevole compagnia dialettica. Riuscì così in breve tempo a conquistare i favori di uomini facoltosi e porporati. Tale era la sua fama che prima divenne erede unica dei beni del cardinale Iacopo Ammannati Piccolomini, di cui era stata amante, almeno finché un intervento di papa Sisto IV fece sì che l’eredità le fosse affidata solo una parte del lascito, ossia una vigna con casino ubicata nei pressi del Vaticano e tre palazzi, di cui uno – appunto quello che porta il suo nome – possiamo si può ancora oggi nell’omonima piazzetta, a pochi decine di metri dal Tevere.La carriera di Fiammetta proseguì, divenendo l’amante preferita del cardinale e condottiero Cesare Borgia. Scandalizzò ancora la Roma cattolica perfino in occasione della sua morte, quando decise di essere seppellita all’interno della chiesa di Sant’Agostino, laddove era sepolto il suo vecchio protettore, il cardinale Ammannati Piccolomini.
La Basilica di Sant’Agostino, una delle prime chiese del Rinascimento romano, sorge nel luogo del campo Marzio detto Bustum, dove era stato bruciato il corpo di Augusto e in seguito i corpi di tutti gli altri imperatori. Fu fatta costruire, utilizzando il travertino sottratto dal Colosseo, nel 1483 dal cardinale Guglielmo d’Estonteville, ministro di Francia a Roma, ad opera dell’architetto Giacomo di Pietrasanta. Nel 1750 Luigi Vanvitelli rifece completamente l’interno dandogli la forma attuale e successivamente, nel 1855, i padri Agostiniani la fecero restaurare e decorare di nuove pitture. L’interno, costituito da tre navate sorrette da pilastri decorati da bronzi e dorature, ha un corredo artistico di notevole pregio, dall’altare maggiore costruito dal Bernini nel 1627, al dipinto del Guercino raffigurante Sant’Agostino, San Giovanni Evangelista e San Girolamo, fino all’opera ad affresco di Raffaello che rappresenta il Profeta Isaia dipinto dal pittore nel 1512. Nella navata centrale i pilastri sostengono arcate a tutto sesto, sopra le quali si snodano dodici storie della vita della Vergine Maria: in particolare, il terzo pilastro sinistro custodisce un gruppo marmoreo rappresentante “S.Anna che riunisce in un unico abbraccio la Vergine Maria ed il Bambino”, opera di Andrea Sansovino: nel giorno di Sant’Anna tutti i poeti di Roma venivano ad appendere intorno al simulacro i loro componimenti poetici, che si conservano ancora in un volume conservato nella chiesa.
Un’altra attrattiva di questa Chiesa è la veneratissima Madonna del Parto, che la tradizione popolare vuole fosse stata realizzata da Jacopo Sansovino con l’adattamento di un’antica statua raffigurante Agrippina con in braccio il figlio Nerone. L’elemento pagano di fondo, con il riferimento al sanguinario imperatore, accendeva la fantasia popolare, facendo emergere un altro elemento fuori dagli schemi all’interno di questa chiesa, che è ormai evidente singolare per molti aspetti. Si pensava che fosse un’immagine miracolosa, come testimoniano i preziosi ornamenti che la circondano e i numerosi ex voto, in un aspetto profano assunto dalla venerazione. A tal punto da apparire in Belli protagonista di una blasfemia pantomima: «Tra ddu’ spajjère de grazzie dipinte/se ne sta a ssede co Ggesù bbambino,/ co li su’ bbravi orloggi ar borzellino, /ccatene, e ssciocccajje, e anelli e ccinte,/Dde bbrillanti e dde perle, eh! ccià l’apparto: /tiè vvezzi, tiè smanjjj, ttiè ccollana:/ e dde diademi sce n’ha er terzo e ‘r quarto. /Inzomma, accusì riccaa e accusì ciana, / quella povera Vergine der Parto/ non è più ‘na Madonna: è ‘na puttana». Il culto per questa Madonna risale ai primi dell’Ottocento, legato al voto di un operaio, la cui moglie aspettava un bambino: nato il figlio, l’operaio mantenne accesa, a sue spese, , a testimonianza di eterna gratitudine, una lampada a olio davanti alla statua della Madonna. Da allora è considerata la protettrice delle partorienti.

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