Giuseppe Lisi. Il profumo del tempo

Una mostra nell’Accademia di Belle Arti di Lecce e una monografia per raccontare il percorso artistico tra il 1979 e il 2021 con svariate tecniche espressive: dalla pittura alla grafica, alla cartapesta, alla fotografia, all’installazione

Antonietta Fulvio

All’inizio c’era il segno. Potrebbe essere questo ‘incipit della storia artistica di Giuseppe Lisi raccontata, in estrema sintesi, nella mostra Il profumo del tempo a cura di Lucia Ghionna. L’evento espositivo, in programma dal 29 giugno al 6 luglio, che farà ritornare l’artista tra gli spazi dell’Accademia di Belle Arti di Lecce dove prima studente – allievo dei maetri Raffaele Spizzico, Mimmo Conenna e Rocco Coronese- poi docente ha insegnato per oltre quarant’anni da titolare della cattedra di Decorazione. Già la Decorazione che, nella definizione dell’artista, « è lo spazio di un foglio bianco, è poesia, è il segno danzante ospitato, è l’estensione dell’anima che divien luce in questa contemporaneità galattica». Con queste sue parole Giuseppe Lisi inquadra il suo agire artistico che contamina e si contamina di poesia, lasciando dialogare pittura, grafica, scultura e fotografia, divertendosi a utilizzare mezzi espressivi diversi e versatili.


Nelle grafiche, il segno dell’artista si fa albero, corolla, vento. Evoca luoghi cari del suo Salento, Nardò, Porto Badisco, perdendosi tra le chiome degli ulivi e le onde del mare ingrossate dal vento. O ancora traccia i contorni di figure animali, di frutti selvatici o di oggetti come le anfore che rimandano ad un tempo antico come suggeriscono talvolta le frasi, spesso titoli delle opere, che entrano nella composizione pittorica. Tele, delicati acquerelli o incisioni, l’artista riesce con disinvoltura ad affrontare su piccole o grandi superfici un tema che rimanda al rapporto uomo Natura. È sempre il creato con tutte le specie viventi, il paesaggio che diventa anche memoria e identità culturale il soggetto della sua narrazione che affascina il fruitore ponendolo davanti ad una produzione artistica inscindibile dal suo contenuto etico.
E se le grafiche, le incisioni profumano di arcaico, con la fotografia, altro mezzo a lui congeniale, utilizzata per creare in tempi non sospetti la dia installazione, l’immagine “virtuale” riporta il tempo nella contemporaneità e, in un clic, fa coincidere lo spazio dell’opera con quella del fruitore. Immagini rubate alla natura rivivono nei rossi e nei blu di corpi che si trasformano e allora può succedere che le flessuose canne diventino le onde sinuose del mare. Come le immagini del progetto “Dall’Amazzonia a Porto Selvaggio – exursus fotografico che cattura percezioni di un microcosmo invisibile, segni di poetiche visioni che suggeriscono pensieri altrettanto suggestivi.
La creatività del segno-disegno che si fa immagine, forma e colore è assoluta. E può capitare che quelle immagini finiscano per essere proiettate sulle littorine dismesse non più veicoli ma icone del passato come accadde in occasione della rassegna “Kontemporanea” (organizzata dall’associazione Raggio Verde) in quel luogo destinato a divenire Museo Ferroviario di Lecce all’alba del 2000.
Il legame di Giuseppe Lisi con la propria terra è profondamente radicato ed incide anche sulla scelta dei materiali scelti per le sue creazioni. La cartapesta, espressione di un’antica tradizione e della memoria del territorio diventa materia che si dilata e si frantuma. Le mani dell’artista la plasmano e, sul fondo bianco, vi incide i suoi segni. Acrilici neri che richiamano grovigli, rami e corolle di fiori e che evidenziano le spigolosità, simbolo di una terra difficile. Ciò che ancora persiste e resiste di quel meraviglioso paesaggio che la Natura ci ha offerto e continua ad offrire con generosità. Doni preziosi vanificati dall’egoismo umano. Nel bianco e nero, istantaneo il richiamo alla fotografia, è rappresentato il dualismo della natura: quell’eterno gioco di contrasti che è notte e giorno, luce ed ombra, vita e morte, eterna lotta tra Bene e Male.


Realizzate nel ’97 queste sculture i totem di Profumo della Macchia mediterranea sono state esposte al Museo della Permanente di Milano e poi nella Pinacoteca di Bari nell’ambito della mostra “Arte più critica” a cura di Carlo Presicci e Mimmo Conenna. E poi nella libreria Feltrinelli e nella sede dell’ex Convento agli Olivetani di Lecce per “Poesia della terra” la rassegna curata di Giuseppe Rizzo.
Nella Galleria dell’Accademia sarà presente in una teca un totem inedito, emblematico il titolo “La cellina di Nardò oro del pane nel tempo alla natura ultima del Salento”. Il richiamo alla desolazione di certi paesaggi dilaniati dalla xylella è inevitabile. Così come la considerazione sull’agire dannoso dell’uomo capace di sconvolgere equilibri naturali che andrebbero strenuamente difesi. La scultura modellata, sempre in cartapesta, è bianca in segno di speranza ci rivela lo stesso Lisi. Perché si possa e si deve invertire la rotta. E meditare su quella distanza di cui parla Antonio Preite che «la nostra civiltà ha messo tra le sue affannose fantasmagorie e la vita della natura, il suo ritmo, i suoi silenzi, le sue voci.». Una distanza che va azzerata, colmata di senso, prima che sia troppo tardi.
Accompagna la mostra, l’omonimo catalogo edito da Il Raggio Verde e curato da Gianluca Russo che scrive «Lisi affronta il suo lavoro con la consapevolezza che il silenzio della terra possa, un giorno, raccontarci delle emozioni da vivere nel presente. Risulta evidente come l’intento sia proprio quello di congelare il profumo del tempo per preservarne il ricordo.»

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