EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE (ovvero, una nuova luce sul cinema del paradosso spazio/temporale)

Prima visione: le recensioni riflessioni di Massimiliano Manieri

Nell’oblò di una lavatrice può risiedere il caos?
Il caos è opportunità o solo terreno utile per confonderci?
La protagonista del film è proprietaria di una lavanderia come tante, in America, nel mondo.
Come tante deve risolvere centinaia di problemi, da una famiglia disastrata, una figlia lesbica che non confiderà mai al padre rigidissimo i suoi gusti sessuali, alle pile di bollette da pagare (ordinatissime, sulla sua scrivania).
In questo universo costei è soltanto una madre? Oppure al suo interno (ed in altre dimensioni universali) risiedono migliaia di ulteriori possibilità?


Il cinema da quando si è messo in testa di lottare con il multiverso, ha liberato decine di versioni della “visione” di un altrove possibile, oltre ciò che riteniamo visibile.
Tanti registi ed autori ci si sono cimentati, da Nolan (in una modalità matematico/creativa), agli studi Marvel che ci sguazzano da tempo, in chiave eroico/fantasy.
In Se mi lasci ti cancello (titolo italiano orribile che nasconde la meraviglia che fu Eternal sunshine of the spotless mind) il protagonista sembra contenere al suo interno più universi, più possibilità del vivere, ed incontra la tremendissima scelta del poter del tutto dimenticare il suo vissuto.
Uno dei primi lavori che si provò nell’attraversamento di queste tematiche fu il mitico Donnie Darko, passato quasi in silenzio nel 2001, ma poi, caso rarissimo, di rimbalzo divenuto cult nei cineforum degli amanti della settima arte, per il suo taglio oscuro e quasi bordeline.
Un tentativo similare era stato già azzardato in Sliding Doors, pellicola amorosa del 1998, ma qui la trama, nel suo concedere più possibilità ai protagonisti, di amarsi, oppure lasciarsi, era stata piuttosto sviluppata sotto la luce del:
“e se invece fosse accaduto che…?”
per non parlare dei vari Matrix etc etc.
Quindi potremmo dire, fino a questa precisa pellicola dei fratelli Daniels (che si presentano curiosamente come The Daniels), che il cinema ci aveva provato, con risultati alterni, godibili, spesso però scatologici!
E se le varie dimensioni fosse assai più semplice raccontarle? Con un melting pot variegato e giocoso insieme? Che parte come un puzzle dai tasselli impazziti, ma che mano a mano trova negli occhi dello spettatore una sua forma?
Ecco, questo è ciò che esattamente ho provato nel buio della sala.
Passando da una frase interiore tipo: “a che gioco stanno giocando i Daniels?”
Ad un’altra in cui mi sorprendevo della essenzialità simbolica con cui costoro continuavano a schizzar colori sullo schermo, facendomi sorridere e pensare, sorridere e pensare, ma sempre destabilizzandomi…
E sempre senza offrirmi subito una chiave di volta, e per una volta in più avrei dovuto soffermarmi di più sul titolo, che traducendolo, illustra meravigliosamente l’enigma da loro affrontato: “Tutto, Ovunque, Tutto in una volta”.
Alla protagonista, la cui vita sembra tracciata in modo normalissimo, viene offerta la possibilità di salvare il mondo, salvando sé stessa, attraverso l’utilizzo dei molti sé nel multiverso circolanti, avviando un tourbillon visivo che stordisce ed insieme affascina.
Con un linguaggio forse mai utilizzato, per questi argomenti, in modo così giocoso.
E quando stavo lì lì per perdermi, tornava quell’oblò di lavatrice sullo schermo, a girare, girare, girare, con gli occhi della protagonista, una splendida Michelle Yeoh, che ci si perde dentro.
Si attraversa tutto il film come una meravigliosa giostra, di cui i Daniels sono insieme motore ed anima, telaio e penna, e la protagonista attraversa decine di possibilità del suo sé, aprendo la trama a meccanismi narrativi fantasiosissimi, tra cui un universo in cui gli arti son morbidi ed imbranatissimi salsicciotti (con una Jamie Lee Curtis stupefacente nel suo ruolo), ma vi è una differenza essenziale che segna indelebilmente quest’opera: diversamente da altre pellicole, dove vi è un crescendo emotivo e spettacolare, qui l’effetto mano a mano decresce, il puzzle tutto, trovando la sua forma, si rivela sorprendentemente semplice, anche se geniale, ed essenzializzano, i Daniels, fino all’ultimo fotogramma.
Gli autori tolgono delicatamente i veli sovrapposti, e sul finire ci mettono davanti a due sassi, che in un ipotetico dialogo, discutono davanti ad un dirupo la loro esistenza (e la loro conseguente immobilità).
Poesia visiva allo stato puro, e non te l’aspetteresti, dopo esser stato sbattuto sulla giostra visiva, per due ore e passa!
Che poi il film finisce, e l’unica domanda che puoi farti è solo questa:
“avevo abbastanza spazio dentro io per contenerlo tutto?”
…e quella lavatrice ancora gira nella tua testa
Sarà un film di cui si parlerà in futuro, come spartiacque autoriale in queste tematiche.

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