“Close” del regista Lukas Dhont

Prima Visione le recensioni di Massimiliano Manieri

Stiamo forse assistendo alla nascita di un nuovo grande amanuense della regia cinematografica.
Già con il suo primo lungometraggio, Girl, il belga Lukas Dhont era riuscito nella magia di portare sullo schermo un racconto dai contorni delicatissimi.
Poteva essere solo un caso, quello, ma così non è, visto che la magia si è ripetuta in questo secondo lungometraggio.
CLOSE, appunto, una storia di rara delicatezza, narrata con toni che mai toccano retoriche di genere.
Riuscire a raccontare una perdita non è mai facile, ancor più se questa è ammantata da silenzi di circostanza, protezione dei soggetti sul campo, famiglie che han difficoltà a raccontare il non detto.


Per esser sinceri sino in fondo, su questo terreno sdrucciolevole, occorre probabilmente mixare dolcezza ed onestà, anche a costo di apparir brutali, in alcuni passaggi.
La dote umana del regista in questa odissea, sta nel non farne un filmetto cerca/lacrime, ma un atto assolutamente sobrio, in un paesaggio immerso fino al collo nella natura, dove vivono la loro intima amicizia due ragazzi adolescenti. Amicizia talmente osmotica, da risultare sospetta alla vista di molti loro coetanei, e forse insospettabile anche per loro stessi, perlomeno sino a quando i due non cominciano loro stessi a porsi domande sui contorni di quel rapporto, cercando risposte ulteriori, dall’intorno, dagli occhi dei genitori, da loro stessi.
È dunque solo amicizia, o forse altro?
In questa percezione si assistono ad i primi scricchioli, visto che uno dei due par ritrovarsi più a suo agio, anche nella possibilità di una nuova dimensione, mentre l’altro sembra non accettarla, non apparentemente almeno.
Intorno le pressioni psicologiche si fanno mana a mano più forti, le battute più taglienti, gli sguardi, più insinuanti.
Sopravvivrà a tutto questo quel rapporto?
Resisteranno i due adolescenti a queste pressioni?
Occorre tener conto che la vicenda si svolge in terre d’Olanda, cioè in una cultura europea in cui determinate dinamiche, lontane dalle aree mediterranee, vengono vissute senza clamori, ma all’opposto, possono invero soffrire, in taluni casi, di troppo silenzio circostante.
Nel mezzo stanno quasi sospesi gli sguardi dolcissimi di questi amici fraterni, il loro legame troppo, troppo visibile, e non giustificabile in termini di amicizia soltanto, per alcuni.
E mentre la vita va avanti, prima nel periodo estivo, nei caldi pomeriggi trascorsi nell’erba, con le biciclette buttate vicino alle loro teste, poi con l’apertura delle scuole, divenendo anche compagni di classe, i rapporti cominciano ad intersecarsi, si intravedono piccole gelosie, il terremoto emotivo li scuote nel profondo, da quel momento in poi, i due scopriranno quanto possa essere doloroso crescere e cambiare come persone.
Ed è qui che il regista esibisce le sue migliori carte narrative, poiché gli accadimenti si fanno tragici, e la piccola comunità un poco sembra raccogliersi intorno le famiglie, un poco sembra respingere le ragioni che possono aver causato quegli eventi.
Un interessante quesito che questa opera pone, sta nella lotta interiore che si scatena nei due adolescenti, tra il bisogno di farsi accettare dagli altri, e la naturalità dei sentimenti gradualmente scaturita tra i due.
Le coordinate utilizzate dal regista non ci fanno mai scontrare di petto con il muro della questione, quanto più con le sue ombre, in un gioco più di parole non dette, che di parole dette, in un modo di fare cinema dai tratti quasi bergmaniani, anche se riportati al mondo odierno, con umori dei protagonisti che dovremo più raccogliere dai loro sguardi, più che dal parlato.
… E l’ultimo sguardo di Léo, che si volta, e cerca tra i fiori il suo amico Rémi, taglia a fette l’anima di qualunque essere che abbia anche una sola volta constatato di avere un organo che gli batta, ora quieto, ora furioso, in mezzo al petto.
È a di poco un’impresa trovare sbavature recitative in questa pellicola, eccezionale la recitazione dei due adolescenti: Léo, interpretato da Eden Dambrine, e Rémi, interpretato da Gustav De Waele.
Presentato nel Concorso del Festival di Cannes, il film in questione ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria.