Due modi di scrivere in dialetto: Erminio G. Caputo e Livio De Carlo

Due poeti due indimenticabili voci del dialetto di Lecce e Vernole

Raffaele Polo

Eravamo nei meravigliosi anni Ottanta in una Lecce che, con qualche difficoltà ma sempre più coraggiosamente, costruiva il proprio ruolo di punto di riferimento della cultura salentina. E, in particolare, attorno al dialetto fiorivano polemiche e innamoramenti: i poeti e i letterati, i commediografi e i semplici estensori di versi sui periodici pubblicati in occasione delle feste religiose (Festa Noscia, La Corrozza ma anche altri: se ne contavano sei o sette…) erano in continuo fermento e pubblicavano, scrivevano, criticavano…


Tra i poeti, certamente il nome di Erminio Giulio Caputo fu molto conosciuto e apprezzato. Anche se la pignola ‘accademia’ leccese non gli perdonò di aver inserito, a piè di pagina della sua raccolta ‘La chesùra’, la traduzione in italiano, E anche sulla copertina del libro, edito da Capone, vi è la traduzione in lingua, tra parentesi, che recita: ‘il campo chiuso’. Sui significati della poesia di Caputo, si sofferma a lungo Nicola G.De Donno che compie, nella prefazione a ‘La Chesùra’, una vera e propria lezione sul dialetto salentino, pagine importanti ed esemplari che dovrebbero essere lette e meditate da tutti coloro che si dedicano a poetare nel nostro dialetto.
Caputo, con la sua poesia, in realtà compie una operazione semplice ed efficace: come egli stesso affermava “Scrivo in dialetto perchè è una lingua priva di retorica, essenziale, immediata e fortemente simbolica. Oggi sotto le rozze ondate dei mezzi di comunicazione la Koinè, cioè l’italiano popolare comune, sta diventando sempre più povero. Ci esprimiamo come i personaggi della pubblicità e i presentatori a mezzo busto del video che ripetono parole convenzionali e stereotipe. Le culture popolari regionali, le parlate regionali si vanno omologando e livellando in una italofonia uniforme che sta distruggendo i dialetti e le identità culturali regionali. Da qui la necessità del recupero del dialetto, di un linguaggio che parla al cuore col cuore, che esprime gli aneliti dei tempi che nella coscienza del popolo oscuramente maturano”.
Caputo parlava proprio così, il suo tono colto e spesso drammatico emerge dalla memoria e si conferma nella intervista rilasciata a ‘Il cittadino di Puglia’ a cura di Fernando De Dominicis nel lontano 1980.
Tra i commediografi, all’ombra di Raffaele Protopapa, spuntano e si affermano nomi importanti: William Fiorentino, Luigi Pascali, Vincenzo Abati, Raffaele Del Savio, Uccio Piro. Sulla loro scia (siamo adesso negli anni Novanta) c’è Livio De Carlo che scrive e impersonifica come attore principale una serie di commedie che hanno la caratteristica di ricordare, nel titolo, detti e proverbi cari alla più genuina tradizione salentina: da ‘Alli saputi li cadune li causi’ a ‘Finchè nc’è uejiu alla lampa’, senza trascurare i tipici modi di dire, gli intercalari dialettali come ‘Se turnaa la bonanima!’ oppure ‘…e passa lu tiempu!’ Livio è di Vernole, e i suoi lavori sono filtrati attraverso la realtà e il dialetto di questo lembo di Salento: si va dal modo di esprimersi e di parlare, fino alla creazione di una vera e propria ‘atmosfera’ originale ed inimitabile, che rende le sue commedie particolari e diverse dalle altre. Ecco perché le commedie di De Carlo hanno bisogno, più di altre, di interpreti del luogo, che abbiano connaturate nel proprio sangue i globuli della sapienza contadina e dell’arguzia popolare del vernolese. Possiamo affermare che l’interpretazione dei lavori di Livio era perfetta se affidata allo stesso autore ed al gruppo ‘Epidauro’, parte essenziale ed ispiratore inconscio dello stesso commediografo. Ed è lo stesso autore che così parla della sua scelta di ‘scrivere in dialetto’ (Introduzione a ‘Sipario, Commedie in dialetto salentino, Lupo 2006): “…il dialetto è la nostra lingua, è la mia lingua, è la nostra storia! E poi il dialetto mi piace tanto perchè quando sono nato mi hanno parlato in dialetto, i miei nonni parlavano in dialetto, io parlo in dialetto, i saggi anziani del mio paese parlavano e parlano in dialetto, perchè il dialetto è calore, è sentimento, è la culla e per questo spero tanto che i nipoti dei miei figli parlino ancora il dialetto…”
Due voci, due poeti che non ci sono più.
Ma resta la loro voce, il loro ricordo, la ferma testimonianza per l’amore verso il dialetto,
Che condividiamo appieno.
Con emozione.