Testamento sulla letteratura

I luoghi della Parola/ spazio recensione

Le “Lezioni americane” di Calvino

 

di Luca Tenneriello

 

 

E il 6 giugno 1984 arriva l’invito.

L’Università di Harvard vuole che sia un italiano, per la prima volta, a tenere il prestigioso ciclo di conferenze che annualmente dal 1926 viene affidato a intellettuali e letterati di fama mondiale. Le lezioni sono le Charles Eliot Norton Poetry Lectures; l’italiano è Italo Calvino.

Dovrà tenere le sue sei conferenze durante l’anno accademico 1985-1986; molti mesi a disposizione per prepararle, ma la libertà data nella scelta del tema – che può pescare nell’ampio bacino della cultura letteraria, musicale o artistica – mette Calvino in difficoltà. Tuttavia il nodo è presto sciolto: «Siamo nel 1985: quindici anni appena ci separano dall’inizio del nuovo millennio. […] La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore, cercando di situarle nella prospettiva del nuovo millennio»[1].

 

 

Valori letterari maturati nel corso di secoli che possano essere una stabile ancora per l’avvenire culturale della nostra piccola umanità, perché in fondo «ci sono cose che solo la letteratura può dare»: questo è l’intento dei manoscritti che avrebbe letto durante le sue lezioni americane. Lezioni che, purtroppo, Calvino non è mai riuscito a tenere: nel settembre ’85, poco prima della partenza per gli Stati Uniti, viene colto da ictus e muore a Siena nella notte fra il 18 e il 19 dello stesso mese.

Nel maggio 1988 i manoscritti – mancanti di quella che avrebbe dovuto essere la sesta lezione, che Calvino non è riuscito a completare, causa morte improvvisa – vengono pubblicati postumi in prima edizione per Garzanti, curati dalla moglie Esther Calvino che decide di attribuirvi il titolo di Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio,cercando una resa quanto più fedele possibile del titolo inglese dato dal marito (Six memos for the next millennium).

Dei «memos», quasi dei promemoria imprescindibili da tenere a mente, appuntati sulla bacheca della letteratura per coloro che in futuro vorranno contribuire al progresso della ragione, dell’etica e della bellezza attraverso la scrittura.

Arte complessa e potente, la scrittura; e questo saggio ne traccia le pennellate strutturali. Più che una serie fredda di regole di scrittura creativa, Calvino consegna ai posteri quelle intrinseche qualità vitali (e vivificanti) di un testo poetico o narrativo che egli stesso si è sforzato di ricercare per sé, «dominato da una passione retorica esclusiva, una passione cui si dedicò con una tacita, ostinata, schiva devozione: la chiarezza»[2].

In effetti, è la prima lezione che, facendo quasi da proemio all’intero ciclo, evidenzia un tratto fondamentale della narrativa calviniana: la Leggerezza.

«Sottrazione di peso; […] togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio. […] È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, se non facendone l’oggetto irraggiungibile d’una quête senza fine»[3]. Una quête senza fine. Una soavità armoniosa di parole che infonda, per così dire, un senso di sospensione e di assenza di peso, con un linguaggio capace di creare nel lettore un’immagine. Quell’immenso potere delle lettere di elevarsi oltre la coltre schiacciante del mondo «rumoroso, aggressivo, scalpitante e rombante», creduto da molti la vita, ma che, dice Calvino, è il regno della morte; c’è un mondo, dunque, che si innalza oltre la rumorosa quotidianità. Nulla di metafisico in tutto ciò, non c’è spazio per mondi ultraterreni rivelati e garanti di una eterna felicità. È un mondo del tutto immanente, perché del tutto umano: il mondo delle lettere e delle arti. Dalle pagine di Calvino si intuisce l’amore per questo mondo e per i suoi abitanti, nella speranza che esso possa portare un po’ di soavità, un po’ di leggerezza, anche al mondo ordinario dei problemi sociali. Così Calvino:

«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite»[4].

Agli scrittori, ai poeti, agli artisti l’arduo compito di instillare negli uomini l’amore per la saggezza e per la bellezza.

Le pagine successive, che si leggono tutte d’un fiato, continuano con Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità. Manca, come si è detto, la sesta, vuoto colmato (nella recente edizione) da un’appendice intitolata Cominciare e finire, che raccoglie altri appunti preparatori alle Norton Lectures. In questa sede è bastato ripercorrere in generale solo Leggerezza, poiché quanto mai gravida, credo, di preziose indicazioni.

Le Lezioni americane Calvino le avrebbe lette davanti a una platea di studenti e professori di Harvard; non fece in tempo. Così a noi oggi rimane l’opera ultima di uno dei massimi letterati del novecento italiano, testamento inconsapevole che parla di futuro, di valori culturali e di speranze; affidando alla letteratura un compito fondamentale: «la ricerca della leggerezza come reazione al peso del vivere»[5].

E in tal modo, forse, anche un naufragio sarà dolce in questo mare.



[1] I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano 2002, p. 5

[2] G. Manganelli, Postfazione a I. Calvino, op. cit., p. 145.

[3] I. Calvino, op. cit., pp. 7; 11.

[4] Ivi, pp. 15-16.

[5] Ivi, p. 30.

 

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