Sancta Sanctorum. Scrigno di fede e arte

di Sara Foti Sciavaliere

ROMA. Sulla Piazza di San Giovanni in Laterano, quasi di fronte all’Arcibasilica patriarcale, sorge un edificio, non particolarmente appariscente, che nel suo aspetto attuale lo si deve all’opera di Domenico Fontana. Eseguito tra il 1585 e il 1590, nasce su una parte del “Patriarchìo”, l’originaria residenza papale, e nello specifico nell’area dell’antica Cappella dei Papi, il cosiddetto Sancta Sanctorum. All’epoca si assiste alle demolizione quasi integrale dell’allora Palazzo Laterano per volontà di Papa Sisto V, tuttavia lo stesso Pontefice volle che due delle parti più importanti e venerate dell’antico “Patriarchìo” venissero preservate dalla distruzione e custodite nel nuovo edificio affidato al Fontana. Le parti in questioni erano la Scala Santa e, appunto, il Sancta Sanctorum.
Riguardo alla prima, la pia tradizione la identifica con quella del Pretorio di Pilato a Gerusalemme, nota quindi anche come Scala Pilati, la stessa che Gesù percorse più volte durante la Passione. Sarebbe giunta a Roma grazie all’imperatrice Sant’Elena, madre di Costantino, che nonostante la sua ormai veneranda età, sfiorando gli ottant’anni, nel 355, volle recarsi a Gerusalemme per ricercare i ricordi della Passio Christi, e tra questi soprattutto la Croce del sacrificio. Lo zelo della santa imperatrice fu ripagato dal successo dell’impresa, riuscendo a riportare con sé parte della Croce del Redentore e di quella di uno dei suoi compagni di condanna, insieme ad altre rilevanti reliquie della Passione. Fra di esse, la tradizione tramanda che fosse, appunto, la Scala Santa, nel corso dei secoli, oggetto di una viva devozione, tutt’oggi non sopita nei fedeli.
La Scala presenta ventotto gradini di marmo, ricoperti di legno per evitarne il logorio del passaggio dei numerosi devoti che ancora oggi risalgono la scala in ginocchio, mentre piccole lastre di cristallo ricoprono alcune macchie, che si ritiene siano le tracce del Sangue di Cristo. Sia la Scala Santa che le quattro scale laterali, costeggiate e sormontate da affreschi, conducono in cima dinanzi a uno dei monumenti medievali di maggiore venerazione, il Sancta Sanctorum, nota in origine anche come Cappella di San Lorenzo, che si conserva così come è stato trasformato sotto Papa Niccolò III negli ultimi anni del XIII secolo. Un fantastico scrigno di arte gotica e fulcro di una devozione che non accenna a estinguersi. All’interno si possono ammirare importanti tracce dell’arte cosmatesca, in particolare gli splendidi mosaici pavimentali, e affreschi della scuola di Cimabue e di Pietro Cavallini. Proprio per la presenza di queste pregiate e preziose opere d’arte, questa Cappella è definita “la Sistina del Medio Evo”.
Lo sguardo del visitatore e l’attenzione commossa del fedele vengono però catturati dalla famosa “tavola del Salvatore” raffigurante il Cristo in trono, una preziosa icona che gli studiosi datano al VI secolo, detta Acheropita, ossia “non eseguita da mano umana”. La leggenda narra che Maria chiese a Luca un ritratto di Cristo, tuttavia il futuro evangelista non fece in tempo a iniziare il dipinto che lo trovò già ultimato per mano degli angeli. Sicuramente un simile racconto pone un alone di suggestione e mistero intorno a quest’opera, ma la datazione dell’icona smentirebbe tale leggenda, seppure affascinante.
La cappella è comunque uno scrigno di reliquie (anzi, da considerarsi una reliquia il luogo stesso, come sottolinea con un sorriso la guida all’interno, per la testimonianza di santità e sacralità che il sacello ha contenuto con estrema abbondanza), tra le quali alcune di notevole pregio come i reliquiari contenenti le teste di Pietro e Paolo, ora collocati nel ciborio di San Giovanni in Laterano, mentre molte altre reliquie furono trasferite in Vaticano.
A Roma l’icona Acheropita della Scala Santa è tra le più venerate insieme a quella della Vergine di Santa Maria Maggiore, la cosiddetta Salus Popoli Romani. Questo genere di immagine sacra si diffuse parecchio in Italia in seguito alla crisi iconoclasta d’Oriente, che costrinse intere comunità religiose e artisti a fuggire dalla Siria e dalla Palestina, trovando rifugio a Roma. L’icona Acheropita è eseguita su tavola. Al XIII secolo appartiene la copertura argentea che tuttora riveste l’immagine ed i cui sportelli sono datati al XV secolo, per proteggere l’opera dall’eccessiva venerazione. Nel 1907 tale copertura è stata sollevata per procedere a un’indagine scientifica della reliquia: lo strato pittorico risultò, di fatto, del tutto perduto o quasi, mentre il volto ben conservato del Salvatore è in verità un frammento di seta giustapposto sulla tavola in età medievale.
L’evento di religiosità popolare tra i più toccanti aveva come protagonisti proprio l’icona del Laterano e quella di Santa Maria Maggiore, fatte incontrare la notte che precede la festività dell’Assunta, quando l’Acheropita del Laterano, alla luce delle fiaccole, lasciava il Sancta Sanctorum. La processione durava l’intera notte e si snodava lungo il Foro Romano in direzione Oppio ed Esquilino, alternando momenti di preghiera a unzioni rituali. L’antica tradizione di questa processione fu però interrotta, forse per ragioni di ordine pubblico, nella seconda metà del XVI secolo. Ma continua ad attirare tutt’oggi penitenti, curiosi e visitatori che, dietro le griglie in cima alla Scala Santa o superando il medievale portone in bronzo per guadagnare l’ingresso al Sancta Sanctorum, cercano di cogliere il segreto di questa sacra immagine.

 

 

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