Pippo Pollina. La musica ci salverà

Intervista al cantautore palermitano che torna nel Salento con una tappa del suo tour “Nell’attimo” il 24 marzo a Cutrofiano

Antonietta Fulvio

Il lunghissimo tour europeo per presentare il suo nuovo lavoro discografico “Nell’attimo” approderà anche nel Salento, a Cutrofiano il 24 marzo 2024. Stiamo parlando del cantautore Pippo Pollina (nella foto di Jonathan Labusch), palermitano di nascita, ma che da oltre 30 anni ha fatto della Mitteleuropa la sua seconda patria.


La sua carriera artistica inizia nel 1979 nella città natale dove frequenta contestualmente la facoltà di Giurisprudenza l’Accademia della musica con studi di chitarra classica e teoria musicale. L’esperienza della fondazione di Agricantus, gruppo di ricerca sulle tradizioni popolari dei Sud del mondo dall’America latina, alla Sicilia e al Meridione, dà il via a innumerevoli concerti in Italia e all’estero. La parentesi giornalistica all’interno del periodico “I Siciliani” diretto dallo scrittore Giuseppe Fava è un’esperienza formativa importante che si conclude nel 1984 quando per le sue coraggiose indagini su mafia e politica Fava viene assassinato. Pollina decide di lasciare la Sicilia e comincia il suo girovagare per il mondo spinto dalla curiosità di allargare i propri orizzonti, in compagnia della sua chitarra si esibisce come artista da strada in Ungheria, Inghilterra, Francia e Germania «Ovunque sia possibile raccontare delle storie e raccoglierne altre».
Notato per caso da Linard Bardill, celebre cantautore svizzero tedesco, durante una delle sue esibizioni di strada a Lucerna, Pollina viene invitato dallo stesso a partecipare ad un progetto discografico e concertistico nel 1987 in lingua ladina. È l’inizio di un successo sorprendente, segnato da importanti riconoscimenti in Svizzera, in Austria e soprattutto in Germania, con collaborazioni di spicco con i cantautori tedeschi Konstantin Wecker e Werner Schmidbauer e il sassofonista americano Charlie Mariano solo per citarne alcuni.
E, dopo il suo rientro artistico in Italia nel 1998, anche con Franco Battiato, Nada, Inti-Illimani, Giorgio Conte, tutti ospiti di sue canzoni che hanno lasciato il segno. Da non dimenticare nel repertorio di Pollina, che conta venticinque album di inediti, l’opera di teatro musicale “Ultimo volo – Orazione Civile per Ustica ”, presentata nel 2007 a Bologna per l’inaugurazione del Museo per la Memoria di Ustica, a commemorazione della strage e delle sue vittime, con protagonista principale il filosofo Manlio Sgalambro, stretto collaboratore e autore di testi per Franco Battiato. Un lavoro che è stato anche tradotto in francese e tedesco e rappresentato più volte in Francia, Svizzera e Germania. Attualmente in tour, è stato un piacere conversare con Pippo Pollina, cantautore raffinato che sa coniugare poesia e musica, sentimento e impegno civile.


“L’altro” (edito da Squilibri) è il titolo del suo romanzo d’esordio nella narrativa. Come nasce l’idea di questo libro e quanto la lunga esperienza cantautorale ha influito nella stesura del romanzo?
In realtà l’idea di scrivere un libro l’avevo già da tanto però non ero mai riuscito a trovare il tempo né il modo per scrivere questo romanzo e, a dire il vero, non credevo neanche di essere in grado di farlo. Poi l’occasione della pandemia è stata propizia per concentrarmi su questo progetto, non si potevano più fare concerti quindi durante questo anno e mezzo di inattività concertistica ho maturato l’idea in primo luogo di realizzarlo e poi mi sono messo all’opera.
Direi che ha influito la mia esperienza cantautorale probabilmente dal punto di vista drammaturgico, nel senso che avendo una lunga esperienza di autore di canzoni e ho elaborato anche in maniera chiara il fatto che anche la canzone stessa ha un suo andamento drammaturgico preciso con un’introduzione, una prima strofa, un ritornello momento forte eccetera ho capito che dovevo applicare lo stesso sistema appunto drammaturgico anche nella scrittura del romanzo ho cercato di farlo per lo meno e quindi in questo senso sì, la mia esperienza cantautorale mi ha aiutato nello scrivere il romanzo.


Per narrare le vicende dei due protagonisti, Leonardo e Frank, ha scelto un arco temporale ben preciso, dalla vigilia della caduta del muro di Berlino all’attentato alle Torri gemelle. Cosa lo ha spinto in questa direzione?
Mi ha spinto in questa direzione il fatto di aver vissuto in prima persona queste esperienze importanti della storia: la caduta del muro di Berlino alla fine anni 80 fino al 2001 sono anni che ho vissuto intensamente quindi potevo essere testimone diretto degli umori, delle tensioni anche geopolitiche che abbiamo sperimentato in quel periodo, quindi da questo punto di vista è stato congeniale per me inquadrare le vicende del romanzo in quel periodo storico.


La sua stessa vita è un romanzo fatto di pagine dense di amore per la musica e di impegno civile. Quanto c’è di autobiografico nel suo libro?
Ho letto spesso che uno scrittore in fin dei conti introduce elementi autobiografici nelle sue opere, il che non vuol dire che tutto quello che si scrive sia stato vissuto in prima persona o comunque abbia un riferimento direttamente autobiografico, magari c’è una assonanza, c’è un nome, un cognome, c’è una vicenda, un particolare, un aneddoto che si è vissuto o di cui si è sentito parlare che allora noi introduciamo; certamente l’autobiografia entra in questa vicenda del romanzo ma entro certi limiti, alcune cose sì, ma non in modo determinante, comunque.


In Germania il libro (con il titolo «Der Andere» (Kein & Aber, 2022,) è già alla terza ristampa, si aspettava un simile successo?
No, non mi aspettavo devo essere sincero un successo così importante in Germania perché il libro è uscito in Germania, Austria, Svizzera (lo preciso perché i paesi di madre lingua tedesca sono tre). Non me l’aspettavo però me lo auguravo, naturalmente, per me è una bella sorpresa e questo mi incentiva molto.


Nel tour di presentazioni in Italia, è stato ospite anche a Lecce. La tappa salentina però si è arricchita di un particolare fuori programma al Teatro comunale di Nardò dove ha ricevuto dall’associazione culturale “Civilia – cultura, parole e musica, il 14° “Premio Civilia” per la musica d’autore che è sempre legata all’impegno sociale perché si sceglie sempre cosa raccontare con le parole e la musica…
Sì, sono stato insignito a Nardò del Premio Civilia di cui avevo già sentito parlare perché comunque ho amici salentini e quindi per me è stato doppiamente bello scendere in Puglia in Salento e presentare il libro e addirittura ricevere il premio dedicato alla musica d’autore. E non posso che essere felicissimo di ritornarvi molto presto per presentare appunto anche il disco “Nell’attimo” con il concerto in programma a Cutrofiano il prossimo 24 marzo.


In primavera tornerà nel Salento per promuovere il suo nuovo album “Nell’attimo”, uscito il 12 gennaio 2024, che arriva dopo “Canzoni segrete” che ha legato il tour ad una serie di convegni per ricordare le stragi di mafia a trent’anni di distanza. Quanto la musica può aiutare per destare le coscienze?
Ma la musica può aiutare a destare le coscienze senza dubbio, perché è un linguaggio così forte e un’arte così penetrante dal punto di vista emotivo che, soprattutto, per i giovani, particolarmente sensibili, essere toccati dalle canzoni che affrontano determinati argomenti può essere un toccasana per interessarsi ai medesimi, per approfondire e poi per diventare interpreti di una posizione magari fortemente civile rispetto a queste tematiche. Certamente le canzoni non cambiano il mondo ma aiutano a cambiare la vita di ciascuno di noi e ad indirizzarla verso, diciamo così, dei lidi più desiderabili. Nel mio caso è stato così, io sono stato sensibilizzato da alcune musiche da ragazzo che mi hanno aiutato a capire certe cose e a scoprire anche aspetti della mia personalità.


Nella sua lunga carriera c’è stata anche una parentesi giornalistica all’interno del periodico “I Siciliani” diretto dallo scrittore Giuseppe Fava. Un suo ricordo del giornalista e scrittore ucciso quarant’anni fa dalla mafia…
Il mio ricordo di Giuseppe Fava è legato a tre incontri che ho avuto con lui tutti a Sant’Agata Li Battiati il comune dove in un appartamento era situata la redazione de “I Siciliani”. Un ricordo bellissimo perché era un uomo molto entusiasta soprattutto molto vicino alle istanze dei giovani e quindi, inevitabilmente, anche i giornalisti che lui coinvolgeva nelle sue iniziative editoriali erano relativamente giovani, avevano tra i 28 e i 35 anni, poi c’eravamo noi praticamente ventenni. Evidentemente questo fa capire quanto lui nutrisse grossa fiducia nei confronti dei giovani. Il mio è ricordo di un uomo entusiasta, di uno che amava la sua terra, un uomo che sapeva di prendersi certi rischi ma che li riteneva parte del mestiere che aveva scelto, ed era consapevole dei pericoli cui andava incontro. Sono passati quarant’anni dalla sua scomparsa ma di lui ho un ricordo vivo.


Questo suo nuovo album, il venticinquesimo, contiene 12 tracce di cui due strumentali, e un sottotitolo “Dieci canzoni fatte a mano” può raccontarci qualcosa sulla genesi di questo lavoro?
Questo ultimo lavoro ha una genesi particolare, doveva essere un album “best of”, cantato e suonato quasi solo con chitarra e pianoforte, invece, dopo che ho scritto una prima canzone nuova, mi sono accorto di avere ancora tanto da dire, tante melodie, tanta armonia e tanti testi da scrivere… e, uno dopo l’altro, sono usciti fuori e questo poco prima dell’appuntamento in studio per cominciare la realizzazione del nuovo disco. Quindi alla fine mi sono detto che forse sarebbe stato il caso di fare un album di canzoni nuove, un disco molto semplice con una voce accompagnata da pianoforte, fisarmonica e violoncello per questo c’è il sottotitolo di dieci canzoni fatte a mano proprio per dare un’idea della dimensione artigianale o comunque acustica che il disco voleva avere.


Per Dostoevskij la bellezza salverà il mondo, per dirla con le parole di un suo brano “Ci sarà una musica anche domani, ci salverà, ancora lo farà”?
Sì, credo che la musica in quanto colonna sonora della nostra vita ci ha sempre fornito degli spunti e delle speranze e in questo senso secondo me chi non ha delle speranze non riuscirà mai veramente a cambiare in positivo né la propria vita né la vita comunitaria, quindi noi abbiamo il dovere di nutrire queste speranze. La musica ci aiuterà in questo e ci indicherà forse la strada giusta e per questo che ci sarà sempre una musica anche domani che ci accompagnerà e che, in un certo senso, in modo allegorico ci salverà la vita.