ANTONIO LUCERI. La figura il gesto il segno il colore

 

 

 

Raccontarsi per immagini

di Toti Carpentieri

Accade talvolta che il sovrapporsi degli eventi, ci spinga a rendere finalmente concreto e tangibile tutto un insieme di ipotesi troppo spesso diluite nel tempo, fino alla loro scomparsa per cause imprescindibili e casuali. Come nel caso di questo catalogo/percorso che nasce dalla programmazione di tre eventi espositivi, l’uno all’altro conseguente, che legano l’artista al critico, e l’uno e l’altro ai luoghi nei quali entrambi hanno avuto modo di vivere nell’esercizio e nel segno della pittura e dell’arte. Sollecitandoli a costruire una sorta di itinerario che affonda nella memoria, e che anno dopo anno, e quindi opera dopo opera, annota, evidenzia, precisa e puntualizza il racconto stesso della vita dell’artista, a far data da oltre quarant’anni a questa parte, poco più poco meno.

 

 

E nel gioco della citazione, quanto mai fondamentale nei procedimenti di analisi, eccoci a ricordare quanto scrivevamo nel millenovecentosettantanove facendo notare come Antonio Luceri avesse “mantenuto le sue fonti ispirative legate alla figuralità – umana e non –, attingendo anche a pregresse situazioni magiche … … … secondo una progressiva elaborazione, mai però ripetitiva”, non fosse altro perché l’attualità dell’odierna riflessione parte proprio da queste sue donne, al tempo medesimo prefiche riconoscibili (il suo essere profondamente legato alla cultura grika), emblemi di pace e figure materne, oltre che simboli di un’umanità varia, angosciante ed angosciata (il suo ritrovarsi piangente pierrot o il suo riconoscersi in un profilo dal chiaro riferimento favolistico, o ancora l’esplodere delle forme secondo strappi e brandelli) che nel senso e nel significato del vivere individuava il possibile superamento di ogni negatività. E non è casuale che queste donne, definite da contorni nerastri, illuminino d’improvviso la loro carne e la scena della pittura, colorandosi di gialli, di verdi e di rossi, dilatando al massimo la loro riconoscibilità, modificandosi in fasce cromatiche formative dell’immagine, e approdando ad una vera e propria astrazione, tra piani, scansioni e precise strutture impaginative.

Quelle stesse riscontrabili nelle opere successive, nelle quali, il colore/materia si frammenta, come in una sorta di puzzle divertente e allusivo, rivelando poi una sequenza di termini linguistici che, al tempo medesimo, ci appaiono come una sorta di didascalia di quanto rappresentato: talvolta nella maniera più completa ed esplicita, talaltra per semplici riferimenti allusivi che rimandano alle sensorialità che le opere trasudano. Come nel caso di quel cromatismo ancora una volta diagonale e complesso (ritmico, insomma) che occupa la superficie dell’opera e che i termini kruja e la pioggia rendono significante e totalmente leggibile. Dalla parte dell’occhio e dalla parte dell’orecchio.

Da questo momento, per Antonio Luceri, la vivacità della luce e l’eccitazione del colore rappresentano i moventi e le soluzioni della sua ricerca creativa, in un riandare alla radice di quella pittura espressionista (come non leggere un personale approfondimento anche teorico nei confronti di quanto propugnato da Vasilij Vasilevič Kandiskij!), che consente alla superficie del quadro di manifestarsi come immaginifico pentagramma, sul quale gli azzurri intensi e mediterranei, i rossi violenti, i gialli solari e i bianchi abbacinanti, dapprima si scompongono per macchie e per bande, poi si intersecano l’uno nell’altro (in un definito, personale e allusivo ricordo a quel muoversi nervoso – tra le dita – dei nove quadrati colorati di ogni singola faccia del cubo di Ernő Rubik), fino talvolta a sovrapporsi, lasciandosi poi travolgere da una sorta di movimento circolare e accelerato che sembra rimescolare le modalità del dipingere, conferendo alle cromìe una conferma del loro riconoscibile utilizzo in chiave espressionista e all’intera opera una inequivocabile appartenenza a quell’astrazione informale, così ben evidente nella storia stessa della contemporaneità postbellica dell’arte italiana ed europea. Tra campiture, frammenti, tracce, sbuffi, segni, macchie e immagini sfrangiate e vibranti.

Proseguendo e sviluppando tale direzione operativa, Antonio Luceri avverte la necessità di appropriarsi di nuovi medium e di nuove colorazioni, differenti per materia e texture (le carte, le stagnole, i giornali etc.), secondo un procedimento di ricerca, selezione

e scelta che lo farà approdare a queste ultimissime opere, altamente sintetiche – a nostro avviso – dell’intero suo percorso creativo. L’impaginazione, allora, diviene più rigorosa, come se il pittore avesse finalmente trovato una personalissima chiave capace di

mettere ordine in quella libera istintività espressiva che fino a quel momento lo aveva contraddistinto, secondo percorsi talvolta non lineari, ma quanto mai omogenei e funzionali ad esprimere il messaggio.

E ritornano le parole, quelle già viste e lette su certe opere precedenti. In questo caso non più didascaliche ed esplicative, ma finalizzate a rivendicare una loro precisa autonomia (parole scritte e parole stampate, ma anche semplici vocali e consonanti

che rivendicano tutta la loro singolare solitudine), talvolta solo simboli, componenti di un messaggio plurisensoriale; non fosse altro perché l’opera, nel momento in cui diviene soggetto di una logica stimolazione visiva, risulta essere percepita – nel riproporsi di

quanto già accaduto – come due eventi distinti e conviventi: vedere e toccare nello stesso tempo. Fenomeno non cognitivo quindi, ma percettivo.

Ancora una volta in piena adesione al linguaggio e al fascino del colore, e nel proseguimento di quell’itinerario espressivo altamente personale che fa dire al pittore: “dipingere vuol dire essere liberi nei nostri gesti e nelle nostre emozioni”. Ma anche nella

conferma della permanenza e della mutazione dei mezzi e degli strumenti del creare e del comunicare, come giustamente alla fine dovrebbe accadere nel compiere un percorso di decenni e decenni, e nella convinzione di aver cercato sempre, e al tempo medesimo, di esprimere se stesso, la propria epoca e l’arte.

Il che non è poco.

 

 

 

ANTONIO LUCERI. LA FIGURA IL GESTO IL SEGNO IL COLORE.Raccontarsi per immagini

Personale di pittura a cura di Toti Carpentieri

MARTANO  sala comunale “K. Wojtyla” 7-13 dicembre 2010

Martano  Abbazia dei Cistercensi 16 – 30 diecmbre 2010-12

Lecce ex Covento ai Teatini 5 aprile-5 maggio 2011

 

 

 

ANTONIO LUCERI

BIOGRAFIA

Antonio Luceri nasce a Martano nel 1939, e sin da giovanissimo mostra grande interesse all’arte. All’età di tredici anni si trasferisce con la famiglia a Roma, dove frequenta l’Accademia di San Giacomo, conseguendovi il diploma nel millenovecentocinquantotto.

Nello stesso anno tiene la sua prima personale nella Galleria “Il Buco” ubicata nella vivacissima via Margutta, e successivamente disegna cartoons per “La Settimana Incom”. Assolto il servizio militare presso il Comando Militare di Piacenza, a ventidue anni si diploma topografo e due anni dopo sposa Claudia Forconi.

E’ di quell’anno la sua personale a Palazzo Dentice di Accadia di Roma, iniziando così una sorta di tour espositivo che nei due quadrienni successivi lo avrebbe portato a Milano, Piacenza, Reggio Calabria, Palermo, riscuotendo ovunque consensi di pubblico e di critica, e ottenendo premi e riconoscimenti. Di quel periodo sono molti incontri con i protagonisti della cultura e dell’arte, da Giorgio De Chirico a Juliette Greco, a Eugenio Carmi, a Carla Accardi.

Nel millenovecentosettantuno ritorna con la famiglia nel Salento, stabilendosi a Lecce. Di quell’anno sono le mostre nella Galleria “Settanta” di Lecce e  nelle Gallerie “La Barcaccia”  di Lecce e di Roma.

Due anni dopo, all’apertura dell’Hotel President di Lecce, luogo caratterizzato da importanti presenze artistiche internazionali, al tempo stesso esempio di attenzione verso la contemporaneità dell’arte e di collezionismo intelligente,  lo troviamo nel ruolo di I° Barman, attività questa che gli consentirà negli anni successivi e fino al millenovecentottantatre altri incontri fondamentali, quali quelli con Claudia Cardinale, Giorgio Faletti, Luigi Vannucchi, e così via.

Sempre nel millenovecentosettantatre ottiene il primo premio nella V^ Rassegna Nazionale d’Arte Contemporanea di Roma, mentre nell’anno successivo espone nella Galleria “Il Verrocchio” di Pescara, e appena l’anno dopo nella Galleria “Visual’arte” di Monte Erice in quel di Trapani.

E’ proprio del millenovecentosettantacinque il suo divorzio da Claudia Forconi.

Nello stesso anno la Panepinto Editore lo inserisce nel suo “Maestri contemporanei”, e subito dopo l’Antonio Lalli Editore pubblica la monografia “Antonio Luceri”.

Nel millenovecentosettantotto espone presso la “Galleria del Babuino” a Roma, ricevendo il plauso di Renato Guttuso prodigo di consigli e suggerimenti.

Dal millenovecentottanta a millenovecentottantaquattro le pareti della Galleria dell’Hotel President di Lecce, dove continua a svolgere la sua attività di I° Barman, lo vedono protagonista di periodici incontri finalizzati a  quella che egli stesso ama definire “la giusta e necessaria verifica del proprio lavoro”.

Nel millenovecentottantacinque e nel millenovecentottantasette tiene due personali nella Galleria “Il Vesuvio” di Amsterdam, e nel millenovecentonovanta espone per la prima volta a Martano, sua città natale, per ritornarvi  solo dopo diciotto anni con una personale nel Palazzo Ducale.

E’ del millenovecentonovantasei la sua personale alla Galleria “Contemporarte” di Rende in quel di Cosenza, mentre nel duemila espone nella Galleria “Modern” di Zurigo. Una nuova mostra nell’Hotel  President di Lecce nel duemilaotto e quella nel Pomerio “Antica Dimora” di Martano negli ultimi mesi del duemilanove, sono i suoi più recenti momenti espositivi.

 

Notizie e approfondimenti sul sito di riferimento dell’artista a cura de Il Raggio Verde edizioni

www.antonioluceri.it

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