quel che resta dell’arte

del Disvelamento

 

di Francesco Pasca

Mi sono ri-imbattuto, era un po’ di tempo che non vi accedevo come esperienza, nell’aggettivazione “baudrillardiano”. Non ne associavo né il luogo dove andare a riprendere quel ricordo né l’idea da offrire a quella parola, accade. Il tutto mi rimandava a Foucault, allo scambio simbolico e nient’altro. Il testo che leggevo trattava della possibilità di vedere in una direzione ben determinata, a quanto si può incontrare in un’immagine ed in un certo tipo di iconografia ed essere costretti a districarne i concetti chiave. Nella storia dell’arte o meglio nella storia delle immagini è facile incontrare la divagazione, la critica in questo è bravissima e spesso ne siamo sedotti ed indotti, io stesso ne sono sedotto. Per l’appunto, quando la sottile compiacenza ed il tema è di carattere religioso o di frammento della realtà, tanto più è facile cadere nell’approssimato simbolico o nel sicuramente evocato. Reale, Vero e Vero/Simile appaiono come i distinguo di quell’apparenza. Il termine che avevo dinanzi mi dava sì occasione di rimando alla sua cornice concettuale, ma non era esauriente né mi dava certezza di un’esatta riconducibilità di pensiero. In questi casi la cara e vecchia enciclopedia non era per me l’ordine sommativo, così come inizialmente pensavo.

Non lo era nemmeno la mia libreria perché non riuscivo a mettere mano, toccare quel ricordo e disgelarlo. Il ricorso doveva essere più immediato e ricondotto al tempo del villaggio globale. Il mio motore di ricerca era e diventava l’azione dell’immediato, del più predisposto alla scelta anche dei diversi pensieri che avrei potuto incontrare. Inconsapevolmente stavo compiendo il cosiddetto delitto perfetto e, paradossalmente, lo compievo in nome e per conto di quel termine che, altrettanto implicitamente andavo ad assemblare nel suo contestuale e che già lo prefigurava. Di lì a poco avrei compiuto, con la mia scoperta, quello che cercavo per conto di Jean Baudrillard (Reims 1929 – Parigi 2007) filosofo, sociologo, teorico e critico del postmoderno) e che Baudrillardiano era l’aver fatto ricorso all’uccisione della realtà e allo sterminio dell’illusione tramite l’informazione mediale e le nuove tecnologie. Come diceva, appunto, Baudrillard:«né i moventi né gli autori sono stati scoperti né il cadavere del Reale è mai stato trovato». Infatti, mi dibattevo nelle sue parole, nel: “Il deserto del reale stesso”. A quel punto ho abbandonato la lettura sulla potenza dell’immagine di Dio, e di quanto gli iconoclasti ebbero a reclamare. Decisi così. L’avrei fatto in seguito. Da ciò mi misi a cercare un altro testo, quello dell’illuminazione temporanea del pensiero, che consigliavo a me stesso. Diventava la mia seconda e primaria ricerca di: “Simulacri e impostura” di Jean Baudrillard con sottotitolo – Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti. Oggi è della Casa Editrice Pgreco edizione 2009 a cura di Matteo G. Brega. La prima edizione è del 1980 per Cappelli editore, Bologna. Il “libriccino” di formato tascabile con 126 pagine è ora fra i miei libri e ne ho ri-gustato la rilettura.

Già l’introduzione del Brega mi è apparsa accattivante: «Perché tutto sfugga al silenzio».

Tratta di un Baudrillard come dello smascheratore delle apparenze(quelle vere), parla dell’attualità dislocata, del senso storico e dell’istantaneità, della quale, personalmente, sono stato portato per mano all’intuizione dell’istantaneo globale, dell’esperienza digitale, della Singlossia. Il Brega magistralmente, nell’introdurre l’opera, impegna l’attenzione sulla capacità di Baudrillard nel far dialogare l’iperrealtà dell’opera d’arte con la capacità d’irradiarsi ovunque. Ad esempio, l’Opera Vinciana che si espande dal museo ad un livello più planetario, che rimbalza in Giappone, che passa per la California e ritorna a Milano. Cinque i capitoli. La storia – L’effetto Beaubourg – L’orizzonte sacro delle apparenze – La precessione dei simulacri – Territorio e Metamorfosi. Baudrillard segue le sorti del significato di Opera d’arte, quella che per certi versi definirebbe simulazione di massa, e ne descrive la Storia riportandola in uno scenario Rètro (da pag.21 a pag.28). Poi fa, lo deduco io, l’assonanza con l’effetto bumerang che è l’effetto Beaubourg dell’implosione e della dissuasione di pag.29. Il Centro Pompidou che è Luogo dei Luoghi tra i più visitati di Parigi è, e diventa, la struttura multimediale più frequentata del mondo, il suo motore è locazione di ricerca dell’Arte che s’aggroviglia e macina il Fare immagine planetario, diventa il Progetto nel Progetto ed il Progettato di Renzo Piano e Richard Rogers. L’inaugurato del 1977 assume lo spazio dei vari piani dell’edificio come la forma in cui ha sede La carcassa dei Fluidi e dei segni, così l’immagino dalla descrizione e a rivivo per l’ennesima volta. Questo Luogo conduce al territorio delimitato dalla sicurezza assoluta, dalla circolazione del suo flusso che diventa l’emulsione adattata alla struttura di uno spazio “moderno”, “Post e Rètro”. Il Beaubourg è l’aspetto anacronistico, è l’ultima velleità da tradurre. Darle o dargli un nome è trovare quel risultato, l’immagine compressa dai macinini di Cèsar, e che è la struttura meccanica. (per la mia infanzia è stata il Meccano, l’assemblato destrutturato, chi lo ricorda?)

Cèsar o Cesare Baldaccini è il rilievo da porre come Nouveau Réalisme. È lo Scultore dei frammenti della realtà, dell’oggetto non assemblato, ma di trasformazione. Cèsar è in grado di assecondare il camuffamento con un’operazione che non è né brutale, né  violenta ma scientificamente critica. Calza perfettamente con le parole di Baudrillard e queste sono le esperienze spalmate di Pablo Picasso, le meraviglie di Jean Cocteau nella poesia La Lampe d’Aladin del 1909, sono gli oggetti descritti con l’evidente gratuità delle cose da Jean Paul Sartre. Lo scovato “reale” nelle discariche del proprio e nostro “reale” diventano le sculture di metallo riciclato dalle nostre coscienze. Frantumare e comprimere diventa il simulacro che irrompe nella nostra vita per goderne. Al pari della Torre Eiffel diventa l’Istituzione. Qui l’aspetto museale è imbalsamato e consegnato alla storia. Scrive Braudillard: «Che cosa bisognerebbe mettere, allora, a Beaubourg? Niente. Il vuoto, che significherebbe la scomparsa di ogni cultura del senso e del sentimento estetico. Ma questo è ancora troppo romantico, questo vuoto assumerebbe ancora il valore di un capolavoro di anticultura. Forse un turbinio di luci strobo e giroscopiche, striature di uno spazio a cui la folla fornirebbe l’elemento mobile di base?». In tutto questo Baudrillard non è blasfemo, non irride alla storia anzi la esalta ed al contempo l’avvia e ci avvia verso “l’orizzonte sacro delle apparenze” tra seduzione ed impostura. A Pag. 47 è fatta chiarezza sulla seduzione e la si definisce. Diventa “l’opposto della distinzione psicanalitica tra discorso manifesto e discorso latente”. Qui il discorso diventa il convincimento, qui il discorso si fa complice e si dibatte nel segreto dell’inconscio e fa affiorare l’abisso superficiale dell’apparenza.  Baudrillard tira in ballo Freud con la rivincita di una rimozione originaria. Tira in ballo “Les Anagramme s”, la forma di linguaggio che è rituale e che “decostruisce” con l’uso del senso e del valore e che diventa la linguistica. Da pag.53 a 58 è una bella disamina sulla psicanalisi, sulle forme seduttrici di interrogazione. Il “libriccino” è intrigante. La negatività operazionale può essere veicolo di fantasmi e di assassinii simulati, di un volere e di un godere assurdo legato dalla seduzione. Concludo con le parole di quell’illusione, di quel “libriccino” che è “monumentale”:«… L’impossibilità di mettere in scena l’illusione è dello stesso ordine dell’impossibilità di ritrovare un livello assoluto del reale […] Non sogniamo, forse, l’implosione, piuttosto che l’esplosione, la metamorfosi piuttosto che l’energia, l’obbligo e la sfida rituale, piuttosto che la libertà, il ciclo territoriale, piuttosto che …  Ma le bestie non pongono domande. Tacciono.»(pagg. 83-126).

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