Premio Terna 04

L’Arte del rincorrere

ovvero il colore pulito del bello

di Francesco Pasca

 

Anche quest’anno, ormai da giorni, è iniziata la nuova edizione del “Premio Terna 04″, e, come si evince dal bando, il soggetto promotore è Terna S.p.A., con sede in Roma,  viale Egidio Galbani, 70. Finalità è la promozione dell’arte contemporanea e la valorizzazione del legame tra arte e impresa.  Il  Premio  è stato così articolato: 3  categorie (MEGAWATT, GIGAWATT E TERAWATT) più una quarta categoria  dedicata alla sezione internazionale (CONNECTIVITY MOSCA) per gli italiani operativi a Mosca  e a Pietroburgo. Il Tema stabilito, per gli artisti chiamati ad esprimere la loro creatività, è:“Dentro e Fuori Luogo. Senza Rete. Il Territorio per l’Arte”. Un tema certamente intrigante dove viene definito l’oltre e, al concetto di Territorio e di Territorialità, s’aggiunge la relazione con gli stessi Luoghi-Luoghi Comuni e gli spazi meta-fisici e fisici, non solo della mente per una dimensione insita nel concetto stesso di appartenenza o di  esclusione, meglio di un’apertura ai confini con gli altri e soprattutto con l’Arte degli altri. Il Luogo virtuale è visitabile con http://www.premioterna.it e diventa ospitalità e circoscrizione operativa, la stessa di ciò che può indurre alla creatività. Andatevi a leggere il bando, partecipate, sarà certamente più esaustivo delle mie parole. Come mio solito ciò che intriga fa riflettere, questa è la mission dello scrivere oggi. D’altronde chi ha perseguito, da sempre, il metodo dell’In e dell’Out non ha potuto esimersi dal partecipare al “Premio Terna” e come per l’esperienza di un Dentro ed un Fuori si è anche chiesto, con l’ennesimo rovello:”È faticosa l’esperienza del capire”.

Continuare per esempio del servirsi di un fare ripetitivo o di un rincorrere il già “si è detto”, “si è fatto”, diviene il rischio di produrre sempre lo stesso conio, che, del pensiero, è l’andare a ricalcare le formule di chi le ha già codificate e che conducono all’inesorabile auspicio di un mondo creato per il solo apparire e unicamente determinato nella differenziazione fra peso e numero. Se Quantità non è coniugata con Qualità, l’Ornato, diventa come puro ordine e non dilatazione metaforica della perfezione, di ciò che è riconducibile all’armonia cosmica dell’infinitamente imprevedibile. Questo accade nella ricognizione ornamentale di ogni manufatto umano. Lo stesso termine di decorazione può o viene o non viene additato o, in casi piuttosto frequenti, anche confuso con appellativi fra arte e artigianato, arrecando sentore di dicotomia necessaria per i distinguo. L’occasione di partecipare a questo Premio, in una vetrina internazione, su di un tema così affascinante e con continua evoluzione nell’aggiungere, porta all’inesorabile confronto. Per affinare il concetto è sufficiente soffermarsi con animo non pigro ed unicamente nei meandri della geometria prodotta nelle nostre cattedrali medievali. Per me, noi, che viviamo a Lecce, è ravvisato, lo ravvisiamo nelle tante facciate o nei tanti altari che decorano le nostre chiese. È sufficiente tutto questo per non perdere il contatto con quell’infinitamente non ripetibile.

L’attrazione fatale avviene il più delle volte per stupore. La magnificenza decorativa appaga l’insieme e spesso non si va ad indagare, ci si avvale della geometria che la sorregge sublimandola a livello mentale ed ancestrale, andando a risvegliare in noi i significati reconditi di bello che in quel momento non è rigida complessità architettonica. Trovarsi dinanzi alla svariata composizione di un manufatto è facile il non ritrovare il bandolo costruttivo che s’avvolge al nostro emozionale. È complesso, è altrettanto complicato andare alla ricerca della sola teoria dell’Homo Quadratus, del numero come principio da addizionare. Visitando e partecipando alla rassegna che si sta costruendo, pezzo dopo pezzo, con palazzi e piani, con Sali e scendi e svoltate di angoli, a parlane e dal come m’introduco, parrebbe solo un affastellare. Penso però al fare dei maestri comacensi o agli scalpellini nostrani. Personalmente faccio tutto questo e ancor più lo associo, per questa circostanza, all’imprevedibile e all’irrepetibile. La domanda del mio rovello, comunque, non è semplice in un labirinto mentale che si costruisce come la mostra in oggetto. Lì si parla di Arte e di Mediale, di Vero e di Falso, di Apparente e di Corrispondente Estetico, spesso, tutto questo è racchiuso in archetipi matematici o in un rapporto fra microcosmo e macrocosmo. Dov’è dunque la differenza? Chi fa differenza? Dove trovarla in una Babele auto-costruitasi? Come è possibile superare il pericolo dell’assuefazione al bello?

Tutto avviene nell’andare a comprendere la Storia, in questo caso la contemporanea, da noi, semplicisticamente suddivisa con tappe temporali i cui confini sono le trappole “mortali” del conoscere. Tutto quel capire è rischioso, è il ritrovarsi in un appagamento e, come tale, ci si abbandona esausti alla sua e sola contemplazione. Se poi, è anche di cose estetiche che andremo ad occuparci, nella comprensione, allora, ancor più vi si incorre e ricorre. Da qui l’esigenza. Dovremmo, vi invito a guardare meglio al Medioevo, lo dobbiamo per necessità e per ciò che noi, di contro, intendiamo per assurdo. Dobbiamo andare a riscoprire come, chi ci contrasta e come non si ha più la logica o la ferrea ragione di un istinto da Primate. Immaginate il critico, l’addetto ai lavori che si troverà ad intuire, questi non potrà indurci in una mera scelta d’indirizzo e portarci al di fuori dell’ordinario e dell’irragionevole paradossale, in una provvisorietà detta d’Arte. Da tempo, l’assurdo è molto simile al non alloggiare più in un virtuoso suonatore di qualsivoglia strumento. L’assurdo è l’identico a se se stesso, è l’errore, e, per il suonatore, è una stecca, un allontanamento da un suono gradevole, è una dissonanza, è l’estensione che s’allontana dall’armonia verso un’altra ragione resa ed arresasi alla non logica. Quell’assurdo proveniente dalle teorizzazioni musicali o dalle sempre più complesse estetiche di proporzione, è il “tropo”, è la versificazione di un alleluia melodico, è qualcosa che deve costringerci e attirarci nella nostra stessa attenzione:“ogni dissonanza è una possibilità di riflessione”(U.Eco).

Così è che si può vivere calati negli eventi assurdi della nostra esistenza di contemporaneità artistica, così si può esplorare ed  essere esplorarti sino in fondo, compresi. Da fruitori o da artisti, qualsiasi accordo di colore o di forma, deve indurci all’armonia pulita, al colore pulito del bello. Per chi maneggia il pennello, la spatola o la svariata opportunità dell’ottenere una superficie o chi si porta all’uso dello scalpello, della gradina, della bocciarda o al maneggio di qualunque altro mezzo utile e di variata grandezza e specificità per dare forma al suo spazio attivo-passivo, sa che vi è sempre in agguato la sottile perfidia del colore, che non è materia, sa dell’invisibile ambiguità della materia che non è luce ma struttura complessa. Alla fine di un qualunque rincorrere un fare, sa, quel rincorrere, dove approda, sa che è con la prima il tanto dalla seconda, sa che non sfugge. In una rassegna che avrà epilogo, il per ed il cosa dell’immaginazione ne paleserà il fatto e, l’uso corretto o scorretto resterà nell’evidente del non apparente ed il visibilmente sarà intrappolato nell’ovvio di quel fare. Nel migliore dei casi in quel che nel gergo si chiama maniera. Perché ho guardato nell’universo simbolico dell’Arte? Forse per ritrovare quello che lo ha caratterizzato e oggi ci caratterizza nei processi mentali che consideriamo assurdamente:”medievali”? Mostrare, indagare l’assurdo è sopravvivere anche all’uomo contemporaneo.

E, se fosse Singlossia?

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