Il giornalismo? Passione e sacrificio

Intervista alla giornalista salentina autrice e conduttrice televisiva di format firmati Culturiachannel

Aspettando “Libriamoci”. Dentro le storie con Lucia Accoto

di Antonietta Fulvio

 Giornalista Tv, Direttore Responsabile di Up! il Magazine, Autrice e Conduttrice televisiva stai per inaugurare la terza stagione di “Libriamoci” che andrà in onda su Teleregione. Come nasce il format e quali sono le novità in cantiere per la nuova edizione?

 

Il programma Tv, “Libriamoci”, nasce dalla voglia di investire nella passione, quella di una vita: il giornalismo insieme alla scrittura. Nasce anche da una sfida. In un momento di crisi nera ho sentito forte, insieme alla mia squadra, di rimboccarmi le maniche creando un contenitore culturale di qualità. Libriamoci punta l’attenzione su un settore al collasso, quello dell’editoria, ma cerca di avvicinare alla lettura soprattutto coloro che si dimostrano distratti oppure lettori occasionali. Il format, di cui sono autrice e conduttrice, nasce soprattutto dalla voglia di crederci, sempre. Ho anche sentito forte l’esigenza, il desiderio, di raccontare storie che altri hanno scritto per noi. In ognuna di esse troviamo un pizzico di noi stessi. Ho cercato però di allargare prospettive ed obiettivi. Creare un programma indirizzato a tutti, elegante nei contenuti e nella forma, che spingesse, senza forzature, la gente verso i libri.   Diverse le novità per la terza stagione televisiva del format. Innanzitutto cambia la squadra di lavoro. Libriamoci, per la nuova edizione, è prodotto dal team di Culturiachannel. Inoltre, ad ogni romanzo recensito verrà affiancata la storia di un luogo.  Così come ogni libro è un balletto di voci che parlano di noi, anche i luoghi raccontano storie che seducono e che hanno bisogno di essere ricordate. Forse, la terza stagione del programma sarà itinerante. Questa, però, ancora una questione da definire con chiarezza.

 

 

Nel tuo programma riesci a trasmettere l’amore per la lettura e per l’oggetto libro che diventa spazio aperto verso il sogno, dimensione del pensiero libero, veicolo di cultura… Quale è il tuo rapporto con la lettura? Quale è stato il tuo libro del cuore? Cosa pensi del libro digitale?  Come scegli le storie che racconti?

 

Ho cominciato da bambina con “Piccole donne”. Non ho più smesso di leggere. Spesso rileggo dopo anni gli stessi libri. Hanno un profumo diverso. I libri mi piace segnarli, sottolinearli, guardarli, leggerli. E le storie scritte in pagine di grande respiro mi chiamano, mi sussurrano, mi fanno compagnia, mi sorridono. Mi fanno soprattutto capire e riflettere. Non ha importanza quanto si legge e come, ma cosa e perché. Di certo, sono sempre i libri a tirarmi per la manica. Non mi lascio influenzare dall’onda dei successi editoriali, non subisco condizionamenti perché lettrice libera. Il mio rapporto con la lettura è bulimico, viscerale, intimo. Se a casa non ho la scorta di libri nuovi sotto gli occhi mi sento persa, come se annaspassi in un mare senza inchiostro. Diversi i miei libri del cuore, forse tutti. Eppure, tre in particolare mi hanno regalato grandissime emozioni tant’è che spesso li porto con me per sentire ancora il richiamo delle storie: “Il cuore cucito” di Carole Martinez, “Il meridiano delle stelle” di Angelo Donno e “I mercanti dell’anima” di Annalisa Bari. Amo la carta, il suo odore. Toccare le pagine, girarle, tornare indietro seguendo il filo nero dell’inchiostro. Eppure, sono anche per il formato digitale. L’importante è leggere. Usare il Kobo è comodo, basta un click e si è aggiornati, il libro è subito tuo. La questione comodità oggi non si può sottovalutare soprattutto se si viaggia ed in questo modo si evita di portarsi dietro chili di libri. A casa, poi, è tutta un’altra storia e profumo d’inchiostro. Le storie che racconto nel programma Libriamoci le scelgo in base ai contenuti, alla loro sostanza, alla delicatezza anche con cui vengono scritte. Insomma, all’impatto emotivo che riescono a trasmettere. Le parole, non sempre, si fanno scrittura e non tutte quelle pubblicate esprimono qualcosa. Le storie raccontate nei libri, nei romanzi, dovrebbero entrarci nel sangue, sentirle nel ventre. Dietro ogni libro c’è il soffio dell’anima. 

 

Informazione e scrittura. Due parole chiave per una giornalista che passa con disinvoltura dal video alla carta stampata. Il riferimento è alla rivista Up il magazine di cui sei direttore responsabile. Quali sono i punti di forza e gli intenti del tuo progetto editoriale? Cosa consigli ai giovani che intendono diventare giornalisti? Una professione che vive di passione ma oggi all’insegna del precariato…

Per moltissimi anni mi sono occupata di cronaca nera per diverse redazioni giornalistiche televisive pugliesi. Usavo, come richiesto dai canoni giornalistici, un linguaggio tecnico, veloce e ritmato. Poi ho capito che quegli spazi non mi bastavano più. Avevo bisogno di scrivere a briglie sciolte informando. Con la rivista Up! Il Magazine ho avuto la possibilità di conciliare questa mia esigenza rispettando sempre le regole del giornalismo. Cammino sul filo dell’inchiostro per scivolare nelle storie che vanno raccontate, soprattutto quelle più scomode, impensabili, difficili. Ho il compito di raccontare la realtà, di informare senza alcun briciolo di esagerazione, di spettacolarità. Ognuno, poi, ha il suo stile. Il mio stile editoriale non l’ho cercato. È venuto fuori senza problemi perché chiare le idee d’informazione. I giovani dovrebbero seguire il proprio cuore e le proprie scelte. Sbagliare oggi non è più concesso. Il giornalismo è passione, ma anche sacrificio, tanto. È dedizione, impegno, non facile vetrina e lustrini. È anche alzarsi all’alba per cercare la notizia e notti in piedi. È lavorare tutto il giorno, tutti i giorni anche quando si è a riposo. È anche soddisfazione. Oggi purtroppo è soprattutto precariato. Ma a tutti coloro che sanno che il giornalismo è la vera passione, non facile infatuazione di penna o di video, dico di impegnarsi sempre, di studiare tanto e di crederci.

 

Oltre a “Libriamoci”, firmi un altro format “Sequor”  alla sua seconda stagione televisiva e già seguitissimo, da quali esigenze nasce la struttura di Sequor? 

 

Dalla necessità di raccontare un fenomeno dilagante, preoccupante, grave e pericoloso, quello delle sette. Nel programma “Sequor” racconto casi che appaiono come lo specchio deformato, ma rivelatore, delle pulsioni che attraversano la realtà. Affronto un viaggio negli abissi di una società chiusa dove si tace tutto, sentimenti compresi, forse del tutto inesistenti o manipolati.

In Sequor racconto storie incredibili, al limite del comprensibile, che ruotano attorno al fenomeno delle sette. Cerco di smuovere le coscienze affrontando un tema scomodo di cui pochi parlano se non a bassa voce, senza spaventare nessuno, ma con l’unico scopo di informare.

 

“Sequor” è un’altra punta di diamante nella produzione di Culturiachannel, un sito web di approfondimenti, informazione e cultura che punta molto sulle produzioni video. Quanto è importante saper raccontare con le immagini in una società come la nostra sottoposta ad un bombardamento costante e spesso poco filtrato? Puoi svelarci qualche anticipazione sulle tematiche trattate nella seconda stagione?

Le produzioni per il sito web “Culturiachannel” sono il punto di forza, oserei dire il valore aggiunto. Culturiachannel produce i format di cui sono ideatrice e conduttrice, ma realizza, sulla base del giornalismo d’inchiesta, documentari che fanno parlare, discutere. Questo perché lo staff di Culturiachannel è composto da professionisti dell’informazione. Di tecnici, dal regista, agli operatori, ai fonici, che hanno sempre lavorato nelle redazioni giornalistiche televisive non solo di Puglia, ma anche nazionali. Come dire, sanno cos’è il giornalismo e l’informazione anche quella che passa dai video. L’esperienza, quindi, ha permesso di aprirsi una nuova e propria strada. Non c’è alcuna improvvisazione e sulla base delle proprie competenze professionali, Culturiachannel, ha qualcosa che molti siti web non possono permettersi: realizzare e produrre format. In un momento in cui dilagano i siti web ideati da coloro che si improvvisano editori, giornalisti, entrando a gamba tesa nel mondo della comunicazione in rete senza conoscerne il vero valore creando siti del copia ed incolla soprattutto di comunicati stampa, Culturiachannel fa quello che sa fare. Né più né meno. Per le anticipazioni della seconda stagione televisiva di Sequor, spazio alle testimonianze, anche piuttosto forti, di vittime cadute nella rete di leader spirituali, di santoni che si credono onnipotenti. Voce e spazio anche ad un esorcista per capire meglio chi è e capire il suo ministero.     

 

Curi sempre tutto nei minimi dettagli. Dai costumi, al trucco, alle location dove registri le puntate dei tuoi programmi. Quanto è importante l’apporto della tua squadra di collaboratori?

Fondamentale. La squadra ed il lavoro di squadra completano il periodo di studio, di ricerca, di studio, di scrittura, di conduzione. Senza la mia squadra non potrei fare nulla, resterebbe solo l’idea. Con lo staff di collaboratori quell’idea si trasforma in realtà e quindi in programmi da seguire.

 

Oggi (28 luglio 2013, ndr)l’ennesimo caso di violenza sulle donne. Quale deve essere il ruolo dell’informazione nel raccontare queste storie e nell’affrontare un fenomeno così dilagante? C’è qualcosa che si può e dobbiamo fare per  aiutare le donne in pericolo, per evitare che diventino vittime di un amore “criminale”?

Raccontare, ascoltare, ma anche avere il coraggio di scavare a fondo nelle storie, quelle brutte, orrende, affinchè siano una testimonianza per tutti, anche per chi pensa di essere immune da ciò che è terribile. È facile pensare che queste situazioni non accadano a noi perché è altrettanto facile pensare che gli altri siano deboli. Il primo aiuto noi donne dobbiamo darcelo da sole rifiutando chi ci alza le mani, chi ha comportamenti che con l’amore non c’entrano nulla. Abbiamo anche i mezzi per aiutarci, denunciare. A volte non basta però, purtroppo. Le donne non sono deboli, spesso sono lasciate sole, abbandonate a se stesse e sempre più spesso vogliono cavarsela da sole. L’isolamento, però, non porta da nessuna parte. Le donne quando hanno bisogno di aiuto devono chiederlo, imparare a farlo. Rivolgersi alle istituzioni, alla famiglia, agli amici. Se nessuno conosce i loro problemi e la loro vita più difficile risulterà poi capire, cercare ed aiutare. Le donne hanno anche coraggio per dire basta e noi, da giornalisti, dobbiamo anche saper ascoltare a fil di voce.

(intervista rilasciata il 29 luglio 2013)

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