Afterhours. Live al Gondar

Gli Afterhours al Gondar per la tappa di “Hai paura del buio?”
L’album del ’97 rivive per la gioia dei fans

di Marcella Barone

L’ottava edizione del Sud Est Indipendente, festival musicale targato CoolClub, ha ospitato venerdì 1 agosto, presso la nota location del Parco Gondar a Gallipoli, un live senza precedenti.

Gli Afterhours, band culto del rock italiano da più di 20 anni a questa parte, hanno già suonato al Gondar in passato, eppure la tappa di ieri resterà nei ricordi di fans ed estimatori del gruppo milanese che, dopo il tour primaverile, ha portato il Reloaded and Remastered di “Hai Paura del Buio” ancora una volta in giro per lo Stivale.

Per chi se lo era perso in primavera, è stata una sorpresa doppia veder rivivere il celebre album del 1997, ripubblicato in un’edizione speciale a diciassette anni dalla sua pubblicazione in seguito alla nomina come “miglior album indipendente degli ultimi 20 anni”, riconoscimento conferito da una giuria di giornalisti al Meeting delle etichette indipendenti, e da un sondaggio di preferenze tra il pubblico del sito musicale Rockit.it che lo ha scelto tra gli album italiani degli ultimi 15 anni.

L’album, che è stato ripubblicato in una versione rimasterizzata e in una che contiene tutti i brani reinterpretati (e in alcuni casi stravolti) da grandi artisti della musica nazionale e internazionale, da Nic Cester a Piero Pelù, da Mark Lanegan a Eugenio Finardi, è stato riprodotto seguendo fedelmente la scaletta proprio come nel tour che seguì l’uscita del disco nel ’97.

Le tre band salentine che hanno preceduto l’atteso live, vale a dire La Gente, i Misteri del Sonno e i Muffx, sono state capaci di far crescere la tensione musicale fino all’esplosione, fin quando il sound degli After ha cominciato ad eccheggiare nell’aria proprio a partire da questa domanda: “Hai paura del buio?”

La band veste i panni dell’epoca nel vero senso della parola (con i vestiti di quel tour e la maschera vintage di Pippo in un brano) e, se non in un arricchimento musicale e culturale dovuto sicuramente alle molteplici esperienze vissute e messe in atto da loro stessi come musicisti, non si avverte alcun logorìo dettato dal tempo trascorso dalla prima alla seconda incisione di questo album che è impossibile non definire storico.

Con questo lavoro discografico, seguito a “Germi”, primo album in lingua italiana degli Afterhours, la band ha dato alla musica italiana qualcosa che non si era mai verificato prima: le aspettative dell’ascoltatore medio erano state annientate e i germi innestati nel primo album si sono fatti strada con ancor più prepotenza, insistenza, voracità. L’idea comune del fare musica in un certo modo, ma anche quella di registrarla seguendo un certo schema, è stata spazzata via dall’originalità degli Afterhours. Il disco non è “pulito”, ma sporcato da rumori di fondo che si odono poco chiari, ma riconoscibili, in contrasto alla chiarezza del cantato che, senza scomporsi, bestemmia in “1.9.9.6” ed esprime l’impotenza nella mancanza di riferimenti in “Punto G”, fino a quella che è stata, non a torto, definita la “Smells Like Teen Spirit” italiana, “Male di miele”, cantata a squarciagola dalla folla in delirio sotto il palco.

Dopo aver regalato i 19 storici brani che li hanno consacrati come la più grande band indie rock italiana, gli Afterhours escono. Pochi secondi e tornano sul palco per un “nuovo” concerto. Questa volta si passa da “Padania” a “Strategie”, ripercorrendo tutta la loro recente storia musicale, con particolare attenzione per le canzoni dell’ultimo album.

A concerto terminato, l’adrenalina è ancora in circolo e si ha la netta impressione, ma chiamiamola certezza, di aver assistito ad un concerto come ce ne sono pochi.

 

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