Il Castello di Copertino: una macchina da guerra che non ha mai sparato un colpo

di Paolo Raho

Percorrendo le vie del centro storico di Copertino, al confine del borgo medievale, ci imbattiamo nel Castello Angioino Aragonese di Copertino, imponente testimonianza del suo passato secolare reso eterno e indimenticabile.

La dimensione della struttura, lo spessore delle mura, le numerose feritoie (99) suggeriscono lo scopo prettamente difensivo del castello, che può essere considerato una vera e propria roccaforte. Esso, infatti, fu edificato nel XVI secolo, quando la presenza ottomana nel Mezzogiorno era consistente e già aleggiavano i fumi della guerra tra le truppe cristiane e quelle turche. Il conflitto sarebbe poi culminato nella celeberrima Battaglia di Lepanto, nel 1571, a seguito della quale la presenza dell’esercito di Allah nel Mediterraneo sarebbe stata sempre più debole, fino poi a scomparire.

Il Castello, progettato da un architetto orgoglio della città di Copertino, Evangelista Menga, e commissionato dal marchese Alfonso Castriota, fu terminato, dopo un decennio di lavoro, nel 1540, come viene riportato nella lunga iscrizione latina incisa nella pietra leccese, che percorre il perimetro est della fortezza.

In realtà, il maniero sarebbe ancora più antico, e, come suggerisce la particolare struttura della torre, alta e dalla forma quadrangolare, è possibile farla risalire al XIII-XIV secolo. In età medievale, infatti, il primo nucleo del Castello fu proprietà del re di Napoli Ladislao d’Angiò Durazzo (meglio noto come Ladislao I), la cui moglie, Maria D’Enghien, lo diede in dote alla figlia di primo letto, Caterina Orsini, nel 1419. Lo stesso accadde con la nipote di Caterina, Isabella, la quale portò il Castello in dote al marito Federico D’Aragona, che lo donò con la città ai Castriota Scandenberg, una dinastia di origini albanesi.

 

Svanito, a seguito della battaglia di Lepanto, lo spettro dell’invasione turca, la funzione difensiva di questa “macchina da guerra”, venne meno ed essa si trasformò in una saltuaria residenza aristocratica; le effigi dei suoi proprietari sono a testimonianza scavate nella roccia, incastonate nello splendido portale d’ingresso. Quest’ultimo meriterebbe una sezione a parte, per la sua bellezza e il suo valore storico, si tratta di un “libro aperto”, come suole definirlo il professor Lucio Maiorano, autore di svariati libri sulla secolare storia della città di Copertino. Il portale, decorato di bassorilievi, ha infatti una funzione narrativa, alla maniera dei greci e dei romani. La sua struttura richiama poi quella degli archi di trionfo, ad esaltare la ricchezza del feudatario e la maestosità del Castello. Incorniciato da due colonne laterali che sorreggono un coronamento a duplice cornice, sul quale sono inserite le decorazioni.

Varcata la soglia d’ingresso e superando un androne voltato, si potrà accedere sulla destra alla cappella di San Marco, dove sono conservati i sarcofagi dei marchesi succeduti ai Castriota e realizzati nel 1568; mentre gli affreschi osservabili sulle pareti furono realizzati su commissione degli Squarciafico, detentori del castello dal 1557 e affidati alle cure del pittore copertinese Gianserio Strafella.

La roccaforte si carica d’aura poetica se si pensa che in tutta la sua esistenza “non ha mai sparato un colpo” dalle feritoie: la sua forza ed imponenza sono state la sua unica vera difesa, come un gigante buono verso il quale nessuno mai provò a muovere un passo; la macchina da guerra, che la guerra non l’ha mai vista.

Il Castello di Copertino divenne proprietà dello Stato già nel lontano 1886, fu sottoposto alle norme di tutela nel 1955, ed è oggi riconosciuto come patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Il monumento, sfortunatamente, è visitabile solo la mattina, dalle 8:30 alle 13:30, per carenza di personale. Ci auguriamo che in futuro tali problemi possano essere superati, in modo da non privare nessuno della possibilità di ammirare la sua imponente bellezza.

 

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Paolo Raho
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