La realtà del due

L’altro è forma di nutrimento, l’uomo senza l’uomo muore di fame spirituale. Le riflessioni dello psicologo psicoterapeuta

di Giovanni Bruno

Alejandro Jodorowsky nella poliedricità delle sue più diverse attività, con la citazione d’apertura tematizza quanto si vuole rappresentare in questo articolo.
Il “ duale “ in termini linguistici è presente in molte lingue indoeuropee, nel greco antico, nel sanscrito ma anche nelle lingue semitiche come l’arabo o l’egizio. Sta ad indicare il tema del doppio : due occhi, due mani, due gambe, soprattutto due persone, due individui.


La dualità dunque sembra la storia delle storie. Da sempre l’essere umano ha cercato di individuare un interlocutore con cui confrontarsi, un soggetto che gli desse un punto di vista diverso e nuovo, uno stimolo per scoprire mondi a lui sconosciuti. La stessa locuzione latina “alter ego”, un altro io, indica un sostituto di persona, un altro da sé, richiamando chiaramente il concetto di dualità. In letteratura il miglior amico del protagonista è individuato come l’alter ego dello stesso e può fare le veci di un’altra persona, ancora una volta dunque torna il tema dell’essere in due.
La dualità è sempre presente e segue la legge non scritta dell’istinto e delle emozioni, perché i contenuti dell’anima, dello spirito, del proprio Io si comprendono meglio se sono condivisi, se sono raccontati, se sono illuminati dalla luce dello sguardo dell’altro.
C’è dunque una essenzialità nell’essere in due, nello scoprire l’altro ed essere dall’altro scoperto. La nostra stessa identità si costituisce con l’interlocuzione, con una relazione che è il preciso collegamento tra entità diverse.
Ma nella dualità c’è molto di più. Con la scoperta dei neuroni specchio, neuroni mirror, i neuroscienziati, in primis l’italiano Vittorio Gallesi, hanno individuato il ruolo fondamentale che riveste l’altro soggetto nell’apprendimento in generale e nella costituzione della intersoggettività. Questa classe di neuroni definiscono un meccanismo preverbale che si attiva già solo guardando l’altro compiere determinate azioni.
Si tratta di una sorta di intercorporeità che esiste ancora prima del linguaggio. Un “tu “ innato fortemente condizionato dai neuroni mirror che hanno la funzione di far assumere comportamenti e condotte osservate nell’altro .
Un meccanismo se si vuole molto economico che serve a gettare un ponte con l’altro, permettendoci così di essere sociali e nel contempo di relazionarci con l’altro.
Con i neuroni specchio l’interconnessione è continua a molti livelli. Essi per esempio ci permettono di intuire le emozioni altrui, il dolore ma anche il piacere dell’altro, entrano in gioco nella acquisizione del linguaggio che nasce dalla osservazione della gestualità prima ancora che dall’ascolto. E inoltre proprio grazie ai neuroni specchio siamo in grado di sperimentare l’immedesimazione, il sentirsi nei “panni” dell’altro.
E tutto questo si realizza con una tecnica che potremmo definire di imitazione, di emulazione, ma anche di scimmiottatura, molto presente nell’età evolutiva.
Ognuno di noi dunque ha uno stampo originario che tuttavia è fortemente condizionato dall’impronta dell’altro. Poi c’è sicuramente una lenta emancipazione dal modello osservato ma l’incorporazione della alterità è avvenuta, anche inconsapevolmente, ed ha aperto la strada al “Noi” che è comunque una grande conquista.
L’uomo dunque ha una struttura biologica fortemente connotata e tuttavia l’ambiente e i suoi simili determinano delle modalità conoscitive dove la dimensione viva della vita si conforma e si modella
continuamente col posare lo sguardo sull’altro e comprenderne ciò che emana.