Maradona e Napoli, un mito nella città del mito

È morto a Buenos Aires il 25 novembre 2020 Diego Armando Maradona il pibe de oro. Napoli e il mondo lo piange

Antonietta Fulvio

NAPOLI. Un mito nella città del mito. Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, all’erba del San Paolo a Napoli…da Sud a Sud… e in mezzo il sogno e il riscatto di una città che ha amato, che ha scelto e non ha mai tradito. Dall’azzurro di Napoli all’azzurro del cielo. Ci ha lasciato il 25 novembre, lo stesso giorno di Fidel Castro, Diego Armando Maradona legando a doppio filo, anche con la sua morte, due capitali del Sud, la Buenos Aires delle origini e la Napoli della rinascita. Perché a Napoli Maradona rinacque re. Re dei lazzari felici di aver trovato in lui il nuovo Masaniello quello che ebbe il coraggio di schierarsi contro il sistema dalla parte dei più deboli. Lui, il calciatore dal talento irripetibile, lui il rivoluzionario capace di trasformare il calcio in opera d’arte disegnando traiettorie impossibili, sfidando leggi di gravità con quel suo sinistro capace di far gonfiare la rete.

Lui re degli scugnizzi, del popolo di una città da sempre messa all’angolo, dilaniata dal terremoto e dalle lunghe mani della camorra sempre pronta ad insanguinare le sue strade a sporcarla e a farla sbattere sempre in prima pagina come un mostro, una città perduta e irrecuperabile. E lo comprese immediatamente.


«Ci ricevettero con uno striscione che mi aiutò a capire di colpo che la battaglia del Napoli non era solo calcistica: “Benvenuti in Italia” diceva. Era il Nord contro il Sud, i razzisti contro i poveri». E si schierò in difesa della città. Sempre. E forse è per questo che i napoletani lo amarono subito, per la prima volta qualcuno che avrebbe potuto andare in qualsiasi club blasonato aveva scelto invece un’anonima città che calcisticamente non contava niente.
Una città che in tanti ancora oggi, purtroppo, e nonostante le campagne contro il razzismo e l’omofobia, si augurano che il Vesuvio la faccia esplodere e la ricopra di lava ardente… riversando odio su una città ferita che chiede da sempre solo amore e cura.

Maradona il suo primo ingresso allo Stadio San Paolo, 5 luglio 1984


Diego e Napoli, una lunga e infinita storia d’amore. E chest’è, avrebbe detto De Crescenzo. Anche in una delle sue ultime interviste, rilasciate in occasione del suo sessantesimo compleanno aveva detto: «E se è vero che non c’è due senza tre, vorrei che un altro scudetto lo vincesse presto pure il Napoli. Lo seguo. Mi piace. Caro Gattuso, vai avanti così: con la tua grinta e la tua capacità di fare calcio. Faccio il tifo per te e voglio dirti una cosa: c’è gente che si vanta di aver giocato nel Barcellona, nel Real Madrid, nella Juventus. Io mi vanto e sono orgoglioso di aver fatto parte del Napoli.»
Ecco perché oggi i napoletani piangono il suo campione, perché Maradona raccolse i cocci di questa città distrutta e le regalò più di un sogno. Risvegliò il sopito orgoglio partenopeo, in un tempo in cui stava germogliando quello che sarebbe diventato il Rinascimento napoletano con una vivacità artistica senza pari grazie ad artisti come i fratelli Edoardo ed Eugenio Bennato, Pino Daniele e Massimo Troisi che non a caso divennero suoi amici. Diego restituì ai napoletani il senso di appartenenza ad una città dalla cultura millennaria, che va amata e non disprezzata, un senso di appartenenza che passa inevitabilmente dal colore azzurro della maglia della sua squadra di calcio, più di uno sport uno status quo nella città che sa declinare sacro e profano mettendo sullo stesso piano il santo protettore e il calciatore. La sua maglia era la numero 10. E con quel numero ha fatto sognare intere generazioni, padri e figli e nipoti che si sono passati il testimone, gli aneddoti, i cimeli, l’amore per il campione che “era uno di noi“. Perché anche se era nato in Argentina, Diego da quel 5 luglio 1984, quando entrò acclamato dagli ottantamila assiepati allo stadio divenne napoletano verace, figlio di Partenope. E gli bastò una frase. «Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires». Ricordo ancora il boato che si sentiva dalla casa di mia madre, in quei giorni preparavo l’esame di maturità al liceo e le strade di Napoli si erano vestite a festa in quella calda estate piena di promesse. E Diego, le sue le ha mantenute. Due scudetti (1986-1987/1989/1990), una Coppa Italia (1986-87), una Supercoppa Italiana (1990), una coppa Uefa (1988-89) e la bellezza del calcio che ancora oggi è un piacere degli occhi rivedere, la lealtà verso i compagni e gli avversari perché Diego giocava in modo sublime e i falli li subiva perché non c’era altro modo per fermarlo in campo. A Barcellona lo avevano quasi massacrato. Ma poi scelse Napoli e qui nella più discussa città del Sud ha scritto le pagine di una storia calcistica irripetibile, segnando un’epoca che per molti di noi è coincisa con la nostra gioventù. è entrato in sintonia con il popolo napoletano, ne ha carpito l’essenza e lo ha amato con slanci di generosità fraterna, come testimoniano anche i tanti episodi volutamente tenuti nascosti perché come recita un detto napoletano “il bene si fa e non si dice». Perciò non meravigliatevi se al pari di Totò, Eduardo, Massimo, Pino, Luciano lo troverete nel tessuto urbano, parte integrante di una città che lo ha accolto e non lo ha lasciato più, neanche quando è dovuto andar via. Ogni quartiere a Napoli ha da qualche parte l’effige del calciatore che è diventato l’icona del calcio mondiale e al tempo stesso vessillo di Napoli e non solo del Napoli. Perché qui l’identificazione è totale. Curioso pensare a quei cinquecento e più bambini che nei magnifici sette anni con la squadra partenopea furono chiamati come lui, due addirittura anche con nome e cognome per esteso… esternazioni d’affetto che solo a Napoli possono succedere perché, in fondo sarà colpa del Vesuvio, questa nostra calorosa esuberanza… Da edicola votiva con lacrime napulitane in una installazione del 2007 al Bar Nilo nei pressi del Largo Corpo di Napoli, poi rimossa, ai tanti murales disseminati nei vicoli del cuore antico per non parlare delle foto nei locali e le statuine del presepe nate dall’estro dei maestri artigiani di San Gregorio Armeno. Immagini e persino segnaletiche per indicare i suoi luoghi.


Singolare è a tal proposito la storia del murales ai Quartieri spagnoli realizzato da Mario Filardi che nell’arco di due notti, sotto le luci accese dei fari delle auto degli amici del rione, disegnò il campione, che aveva regalato il secondo scudetto al Napoli, in versione fumettistica. Verso la fine degli anni Novanta l’apertura di una finestra abusiva e il deterioramento avevano scolorito il volto del pibe de oro e lo stesso Mario si propose di restaurarlo dipingendo sulla finestra. Ma non riuscì a realizzare quel sogno, scomparve improvvisamente nel 2010. Nel 2016 dell’opera restava ormai un alone scolorito ma grazie all’impegno dell’artista Salvatore Iodice, anche lui del Quartiere, il murales fu restaurato mantenendo la struttura compositiva dell’opera originale e riuscendo ad ottenere dal nuovo proprietario il permesso di dipingere la tapparella in modo da ricostruire il volto del campione rispettandone lo stile fumettistico. Nel 2017, infine, lo street artist argentino Francesco Bosoletti, impegnato nella realizzazione del murales della Pudicizia del Corradini (una delle statue della Cappella di San Severo), sempre in via De Deo nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbana, restaurò il murales lasciando intatto il resto del corpo ma dando ai lineamenti del viso di Diego una maggiore naturalezza. E tra le tante opere realizzate per rendere omaggio a Maradona il murales dei Quartieri Spagnoli è diventato una vera attrazione per appassionati e semplici curiosi.


Diego è ovunque come i grandi figli di questa città. è nel corpo di Napoli. E lo sarà sempre.
Perciò lo incontrerete nei Quartieri spagnoli, in via Emanuele De Deo e in Vico Lungo Gelso nel quartiere Montecalvario in vico Lungo e in via Portacarrese dove è raffigurato mentre solleva la Coppa UEFA, a San Giovanni a Teduccio dove l’artista Jorit Agoch lo ha immortalato sulla facciata cieca di una delle palazzine del popoloso comune nella provincia di Napoli est nel suo progetto “Esseri Umani”… fino ad arrivare alla gigantografia incastonata sulla facciata di Palazzo Reale, in piazza del Plebiscito, nella lunga notte di veglia in un abbraccio ideale con la gente di Buenos Aires e con il mondo intero che lo piange. Nelle ore che sono seguite alla notizia della sua scomparsa, striscioni, fiori, sciarpe, cartelli, disegni di bambini che non lo hanno mai conosciuto se non attraverso i racconti dei nonni, in una processione senza fine sono stati depositati al San Paolo che muterà il suo nome in Diego Armando Maradona. Si chiuderà così il cerchio di quel tributo iniziato nel 2017 quando il 5 luglio il sindaco Luigi De Magistris lo nominò cittadino onorario di Napoli. Ne gennaio di quello stesso anno, il 17, per festeggiare i trent’anni dal primo scudetto per lui si aprirono le porte del tempio del teatro napoletano, il San Carlo. Di quella notte straordinaria tra ricordi ed emozioni in cui il pibe de oro si raccontava e incontrava i compagni di gioco e il suo pubblico resta una vera perla lo scritto dell’attore Gigi Savoia che, a dispetto del nome d’evocazione sabauda, è un napoletano cresciuto alla corte del grande Eduardo. «Il terremoto aveva aperto crepe sui muri delle case e sui cuori disperati della gente poi qualche anno dopo il 5 luglio 1984 la terra tremò ancora… ma in quel caso l’unica crepa fu un sorriso, come un lampo di gioia che si fermò sulla faccia di tutta la città: un grido, un grido per troppo tempo soffocato nella gola del Vesuvio si libera, assordante, per dar corpo ad un botto di felicità. Giovedì 5 luglio 1984 arriva Diego, che riempie le banche e le bancarelle, sfama migliaia di bocche con l’industria della vita che si è attivata nel suo nome, una città tradita dalla storia che finalmente attraverso il calcio poteva prendersi la sua rivincita. Napoli come era in quegli anni in cui anche il grande Eduardo ci aveva lasciato? era piena di problemi, sicuramente aveva passà ‘a nuttata ma con Diego la nuttata sembrava essere passata. La gioia fu così sconfinata che parve essersi ipotecata il futuro». Un discorso che rivedere fa venire ancora di più i brividi. E la commozione sale e si scioglie in lacrime come quelle che seguirono tra lo stesso Gigi e Diego in un abbraccio che oggi ha il sapore di un addio.

Stadio Diego Armando Maradona (foto Andrea Matacena e Ambrogio Scarpato
@matacena_ph. @ambrogio_scarpato_asdrone)


E il tempo corre veloce, tiranno, e il futuro è già passato. E anche Diego se n’è andato ma come il Caravaggio, che a Napoli lasciò alcune tra le sue opere più belle, Diego ha lasciato in ogni cuore napoletano un grande dono: il seme della speranza, del sogno che si può sempre avverare, della possibilità che la vittoria nel campo come nella vita va inseguita e afferrata. E le parole più belle su Diego le ha scritte un altro napoletano, lo scrittore Erri De Luca, cogliendo il senso del rapporto tra l’idolo e la sua gente: «Napoli ha avuto Maradona non come re, ma come anello al dito, quello nuziale. I re spettano a città monarchiche, Roma, Torino. Napoli città anarchica ha avuto Maradona in dono dall’America del sud, a contropartita dei milioni di emigranti salpati dal molo Beverello per Rio De La Plata. Napoli ha avuto i carati preziosi dei suoi piedi a titolo di restituzione. Maradona le assomigliava.»

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