San Cataldo, la marina leccese

Il vecchio molo Adriano con le sue rovine all’ombra del Faro racconta ancora pagine di Storia

Raffaele Polo

LECCE. A volte i ‘luoghi misteriosi’ sono vicini, vicinissimi. Magari li frequentiamo giornalmente e non sappiamo che lì, proprio in quel posto, c’è ancora qualcosa che, se conosciuta, potrebbe solleticare la nostra curiosità e la voglia di trovare qualcosa di inconsueto, di strano, di poco conosciuto.
Del resto è proprio del genere umano, come ci dimostra il mito di Ulisse, la ricerca di sempre nuove realtà con le quali cimentarsi e alle quali offrire un temporaneo interesse… sempre pronti a ripartire, per ri-attraversare le colonne d’Ercole.


A proposito di questo, spostiamoci di poco dal capoluogo e approdiamo a San Cataldo: ci sarebbe piaciuto farlo con Sant’Oronzo che la tradizione vuole approdasse proprio là dove ci sono i resti del molo di Adriano, incredibilmente ancora saldamente protesi a proteggere la piccola insenatura della spiaggia dei leccesi. E già questo basterebbe a fare di questo luogo un interessante punto di studio e ricerca per capire come sia possibile che le costruzioni dei romani siano così bene sopravvissute, resistendo dove sabbie, paludi e marosi hanno invece fatto scomparire tutto, inghiottendo il possibile che,ogni tanto, fa affiorare qualche infinitesimale vestigia, proprio per confermarci che quello di san Cataldo non è solo un lido semideserto, frequentato solo l’estate, ma ha avuto una storia importante e ricca di testimonianze delle quali si è persa traccia.
San Cataldo era un importante approdo, lo testimoniano le strade che ancora segnano con i solchi profondi che avevano realizzato i rudimentali mezzi di trasporto, nell’andirivieni per caricare e scaricare ogni tipo di masserizie dalle agili imbarcazioni che si ricoveravano proprio al molo di Adriano. E dove adesso non c’è praticamente più nulla, se non il faro , unico testimone di un glorioso passato, c’era un po’ di tutto. Abitazioni, magazzini, casupole di pescatori, una chiesa… A proposito di ‘chiesa’: nel sottofondo marino, a poca distanza del litorale, c’è quella che è denominata ‘chiesa’. Ma non è, propriamente, un edificio religioso. E’, piuttosto, una costruzione con una entrata molto vasta, che fa pensare al frontale di una chiesa, appunto. E il fondo melmoso nasconde tante altre sperdute realtà, inghiottite dal tempo e dai marosi. A San Cataldo c’era la stazione di arrivo del tram che collegava il lido alla città. Costruita da una ditta italo tedesca, restano un po’ di fotografie e documenti che ci parlano di una realtà completamente scomparsa, così come i binari che partivano da Piazza sant’Oronzo e ad andatura molto blanda, consentivano il tragitto del mezzo elettrico che si ricoverava poi a San Cataldo, per le intuibili riparazioni e le lunghe soste. Testimonianze di chi tale mezzo aveva frequentato, dicono che verso la metà del tragitto, complici alcuni avallamenti e saliscendi, era una sorta di gioco quello di abbandonare il tram in corsa, rifornirsi di bacche e frutti selvatici che erano numerosi ai lati della strada e poi risalire velocemente sul mezzo che, nel frattempo, arrancava lentamente…
Tempi eroici, di cui non è rimasto nulla; anche adesso, se pure con l’aiuto di vecchie cartoline, si cerchi di localizzare dove era la stazione, la chiesa , non si riesce a comprendere come possa essere mutato il panorama pur in una morfologia che è sempre la stessa, dominata dal molo di Adriano, testimone da migliaia di anni delle imprese di chi voleva ampliarlo prima e magari distruggerlo ed eliminarlo poi…
Relitti di navi affondate, poi, non mancano se ci si spinge un poco al largo. E, anche qui, a voler indagare, nell’intreccio di ‘sentito dire’ e constatata la quasi assoluta mancanza di documentazione, la fantasia galoppa, a cercare di immaginare cosa potesse farci una nave da guerra vicino al lido di San Cataldo. Piuttosto, le triremi romane, quelle si che erano plausibili, non fosse altro che per aver consentito al Santo nostro protettore di sbarcare proprio qui, in tutta solitudine…
E siamo tornati alla tradizione più sentita che, non a caso, vuole le nostre coste teatro di guerre e sbarchi clamorosi. Se non è Sant’Oronzo, è certamente Enea, un po’ più a Sud. E chissà quanti altri personaggi hanno calcato il molo di Adriano, tra i pochissimi manufatti romani ancora presenti nell’Adriatico e certamente ricchi, ricchissimi di storia.
Ma una storia che abbiamo facilmente dimenticato quando, ad esempio, diciamo: “A San Cataldo? Ma non c’è nulla di interessante, là…”
Invece, è vero proprio il contrario.
Ma noi non lo sappiamo.

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