Antonio Gramsci e il sogno di un mondo migliore

Nato ad Ales il 22 gennaio 1891 fu filosofo, politico, giornalista, linguista e tra i fondatori del Partito Comunista.
Morì a Roma il 27 aprile 1937

Raffaele Polo

Sono seduto al bar, proprio davanti alle mura del carcere di Turi. E mi sembra incredibile che in questo posto, oggi animato e ricco di turisti, si siano succedute le traversie, i drammi di tante vite che, quasi sempre incolpevoli, hanno scontato pene dure, durissime, per sostenere le proprie idee… Ma è così, il destino dell’uomo è quello di essere ‘lupo per gli altri uomini’, e chi sceglie la via del Sapere e della Cultura si scontra presto, quasi subito, con un interrogativo che condizionerà tutta la sua vita successiva. E l’interrogativo è come quello di Ercole al bivio, che doveva scegliere tra una vita lunga e incolore oppure una intensa e avventurosa esistenza breve….

L’uomo che sa, che studia, che impara, deve decidere, da subito, se rimanere indifferente e schierarsi in quella folta schiera di pensatori che, dagli antichi Greci agli odierni psicanalisti, fanno dello scetticismo e della atarassia una vera e propria religione. Oppure, credere fermamente nelle proprie idee, elaborarle e renderle ancor più importanti con la continua azione diretta, senza guardare a opportunismo e profitto, ma pronti a rimetterci di tasca propria, fino al sacrificio più grande.
E, mentre assaporo la specialità dolciaria di questo paese in provincia di Bari, che è la ‘minna di monaca’ ovvero una semisfera dolcissima con una protuberanza in cima, osservo la grigia costruzione che, per decenni, è stata la prigione delle menti più libere e più attive della nostra storia. Si, certo: Pertini è stato qui. Ma, prima di lui, c’è stato Gramsci. E subito, a questo cognome, si evoca la figura seria, con gli occhialini, del grande intellettuale. Intellettuale, veramente, è dir poco: perchè Gramsci, più di ogni altro, si è occupato di tutto, partendo dalla difficile professione di giornalista politico, per arrivare a tutti i rami dello scibile letterario. Fu nell’esame di ‘Tradizioni popolari’ che lo incontrammo con piacere, e imparammo le sue distinzioni precise al limite della pedanteria, sul termine ‘popolare’. E poi lo abbiamo incontrato un po’ dappertutto, le sue frasi sono tante, tutte interessanti, forse solo Pascal può tenergli testa.
Gramsci visse in un periodo che definire ‘turbolento’ è dir poco. Allora, a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, l’esistenza era piena di ‘ismi’. E l’esperienza ci ha insegnato che una parola, quando termina in ‘ismo’, non porta nulla di buono: fascismo, nazismo, bolscevismo, comunismo… Certo, anche ‘comunismo’ che, in Italia, compie adesso cento anni e ha vissuto tutte le involuzioni possibili e immaginabili, proprio dal momento in cui il suo fondatore, ovvero Gramsci, ne proclamò la nascita. Tempi duri, durissimi, non come gli attuali dove la coesistenza tra estremi è talmente in voga, da riunire nello stesso governo i sovranisti (altro ‘ismo’…) con gli esponenti della borghesia più ricca e con gli epigoni di quel socialismo che, dopo averle trascorse tutte, pare abbia rinunciato alle battaglie, per adagiarsi nei nostalgici ricordi, sublimati dalle vicende finali della vita di Bettino Craxi…
Gramsci, era di un’altra pasta.
Viveva per le sue idee e ha lasciato l’opera preziosa dei suoi maggiori scritti in quei ‘Quaderni dal carcere’ che sono un po’ come lo ‘Zibaldone’ leopardiano. Ma fitti fitti di sollecitazioni e spunti, di consigli, considerazioni e supportati dalle innumerevoli ‘lettere dal carcere’ nelle quali il discorso si fa più intimo ma senza mai tralasciare l’ideologia di un uomo che vuole un mondo diverso, dove le disuguaglianze sociali e culturali vengono superate.
E si sforza di spiegare come bisogna fare, lui rinchiuso in celle e prigioni sempre più scomode, pensa a come dovrà essere il mondo, un mondo migliore, costruito dall’Uomo per l’Uomo…
Cento anni di ‘comunismo’ hanno pi dimostrato che quello di Gramsci è, purtroppo, rimasto un sogno. Ma questo nulla toglie alla figura del grande intellettuale, che viene tuttora studiato e interpretato nello spessore dei suoi innumerevoli scritti, per molti dei quali si discute ancora sulla paternità, visto che Gramsci spesso non firmava i suoi interventi sui giornali.
Eh, non c’era la Tv, allora. E neppure Internet, ci viene da pensare mentre paghiamo alla cassa del bar, c’è una graziosa ragazza che sta chattando con un costoso telefonino e che ci porge lo scontrino con lo sguardo assente.
‘Là, nelle carceri, fu rinchiuso Gramsci, vero?’ le chiediamo.
Quella ci guarda stupita, e scrolla le spalla. ‘Non so’ dice. ‘Non credo’.
Torniamo tristemente a casa, abbiamo l’amaro in bocca, nonostante la ‘minna di monaca’.

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