Via Vandelli antica strada nuovo cammino

Il percorso escursionistico nel cuore degli Appennini

Antonio Giannini

“Era dal tempo dei romani che un opera del genere non veniva progettata e realizzata”. Questa la frase contenuta nella bella guida curata da Giulio Ferrari (ed. Terre di Mezzo) che dà meglio l’idea ai più dell’importanza e della grandiosità di questa opera.


La strada che da Modena o Sassuolo potava a Massa fu fortemente voluta dal Duca Francesco III D’Este e progettata dallo scienziato cartografo Domenico Vandelli (inventore fra l’altro delle isoipse o curve di livello, che ancora oggi rimane il metodo più efficace per leggere le mappe) e racchiude in se arditezza e ingegno, dovendo arrampicarsi sul fianco degli Appennini, valicare passi ed essere dotata delle infrastrutture al servizio dei viaggiatori. L’idea della strada, concepita per collegare la capitale Modena al mar Tirreno, reca in se tutta la carica e la tensione di un mondo ormai incamminato da tempo, a partire dall’illuminismo, verso la modernità.

La Via attuale, come percorso escursionistico, segue il tracciato della strada antica e a volte ne percorre ampi tratti attraversando borghi straordinari valli e montagne ed io, che da tempo covavo il desiderio di percorrerla, sono partito nel mese di settembre in solitaria ma con la certezza di trovare altri compagni per strada.
E il debutto non poteva essere più spettacolare se, superato un arco stretto dal grande piazzale interno del palazzo ducale di Sassuolo ed oltrepassato una peschiera così sfarzosa da sembrare un teatro acquatico, alla vista non si aprisse lo spazio grandioso dell’enorme parco ducale. Attraversarlo è stata una ricompensa ed una promessa allo stesso tempo.
La strada, all’inizio pianeggiante e monotona, ha cominciato lentamente ed in maniera quasi impercettibile a prendere quota su per la collina, tra covoni e casolari, campi coltivati, boschi ed alcuni borghi.
Già dal primo tratto del un cammino, lungo la strada di crinale progettata da Domenico Vandelli, pensando a tutto quello che si frapponeva tra me e la meta, ho realizzato con maggiore consapevolezza la portata straordinaria di quella opera e dell’impresa che andavo compiendo.
Devo confessare che non ho rimpianto di essere in solitaria quando, già dai primi chilometri di strada, seppure questa via non sia ancora molto frequentata, ho conosciuto due viandanti del modenese con cui mi sono accompagnato attraversando tutto il Frignano ed alcuni luoghi simbolo come il castello di Montecuccolo ed il ponte del Diavolo, il paese di Monzone, immerso tra i boschi sulla collina modenese. L’allegria e lo stretto accento emiliano delle mie compagne di viaggio, le loro spiegazioni e i consigli in merito ad alcune specialità gastronomiche della zona, mi hanno calato completamente nello spirito dei luoghi che andavamo attraversando.
Il nostro viaggio insieme si è concluso Alla Santona, piccola frazione di Lama Mocogno, a circa mille metri di altitudine , ma il mio doveva continuare e il pensiero andava ai due passi di montagna ancora da superare, alle valli, ai paesi, ai villaggi da attraversare.
Ero unico avventore quel giorno dell’albergo che mi ha ospitato e devo confessare che sulle prime ho sentito un senso di vuoto lasciato dall’allegrezza delle mie compagne di viaggio, ma questa sensazione è subito svanita grazie all’accoglienza veramente familiare, che non ti fa sentire un cliente, e dalla squisita cucina emiliana della casa. Al punto che ho deciso di rimanervi un altro giorno. E decisione non fu più saggia perché quella piacevole sosta mi ha anche permesso di stringere amicizia con altri due avventori dell’albergo giunti la sera successiva, che come me, in solitaria, percorrevano la Via Vandelli.
Un veneto un toscano ed un pugliese, così diversi e così uguali allo stesso tempo, uniti dal medesimo desiderio del cammino, dal desiderio di sentirsi vivi nella natura, dal piacere di percorrere la strada e di sentire tutto quello che è intorno parte di se stessi, man mano che quel sentimento di solidarietà e di appartenenza che accumuna tutti i viandanti prende piede. Non è fantastico?
Abbiamo insieme continuato il nostro viaggio in quota sulla via boscosa camminando proprio sulla lastricata Via Vandelli per parecchi chilometri senza mai scorgere paesi, se non resti di antiche osterie prima di raggiungere, dopo uno strappo impegnativo, a circa 1600 metri di quota, il passo del Lagadello e subito dopo San Pellegrino in Alpe da dove, sul crinale tosco – emiliano, alla vista si è aperto lo spettacolo delle Alpi Apuane.
Sarebbe bello poter descrivere nei particolari San Pellegrino in Alpe e le sensazioni provate nel vecchio ma sobrio e pulito alberghetto che ci a ospitati, la sensazione di libertà ritrovata per la mancanza di collegamenti web e telefonici ( almeno per quanto mi riguarda), ma questa è un’altra storia ed il racconto deve andare avanti; e avanti, il giorno dopo, c’è la lunga discesa nella valle della Garfagnana verso il fiume Serchio in toscana il cui percorso ci fa attraversare i paesi più suggestivi come Pieve Fosciana, Castelnuovo, paese fortificato e capitale estense di quel territorio, Pontecosi sul lago e prima di giungere a Villetta, dove abbiamo pernottato, lo spettacolare attraversamento del ponte ferroviario.
La pioggia che ci ha sorpresi sul finire del giorno, non ci ha abbandonati fino al pomeriggio del giorno successivo, impedendoci sul più bello di poter vedere sbucare il mare dietro la montagna dopo l’ultima lunghissima salita che, tra le alpi Apuane, ci ha portato al passo della Tambura, alla terrazza della finestra Vandelli e quindi al rifugio.
Ma come in un gioco di finzioni teatrali fatto a posta per stupirti al massimo grado, nel tardo pomeriggio, cessato di piovere, abbiamo potuto assistere dal rifugio Nello Conte allo spettacolo esclusivo, solo per noi tre, del cielo che si apriva lentamente , del graduale emergere delle vette dal fondo lattiginoso delle nuvole , del successivo delinearsi e prendere corpo della montagna ai bordi della scena in un gioco prospettico lungo tutta la vallata fino al mare azzurro e scintillante.
Ma lo spettacolo non era finito e di li a poco, dopo cena, difronte alla volta stellata di un cielo non contaminato da luci artificiali che ti sembrava poter toccare con la mano, non ho potuto fare a meno di sentire tutta la gratitudine verso qualcuno, si chiami come si vuole non ha importanza, per avermi fatto dono di questo giorno; e mi sono sentito un privilegiato.
Il giorno successivo ci attendeva l’ultima discesa verso il mare lungo tratti spettacolari della Via Vandelli, che per chilometri corre aggrappata sui fianchi delle Alpi Apuane, con i suoi terrazzamenti in pietra su cui scorrono i tornanti ancora oggi perfettamente lastricati. Piccole greggi di capre dal manto screziato l’attraversavano soffermandosi un po’ a fissarci incuriosite e perplesse.
Il peso della lunghissima discesa si faceva sentire sulle ginocchia e le piccole soste ci hanno consentito di guardarci intorno e fissare nella mente la grandiosità e portata tecnica dell’opera perfettamente incastonata sui fianchi della montagna.
All’arrivo a piazza degli Aranci a Massa, in una Città silenziosa per l’ora meridiana e gli alterni scrosci di pioggia, sotto un portico del centro abbiamo insieme consumato l’ultima colazione che aveva il sapore amaro della solennità degli addii ma anche quello dolce di sentirci appagati ed arricchiti dell’avventura appena terminata e dalla nostra nascente amicizia.
La Vandelli mi ha fatto vedere il mare sotto un’altra angolazione come mai l’avevo visto. Per me che vivo in una regione, La Puglia, circondata da 900 chilometri di costa, dove tutta la sua storia è un susseguirsi di conquiste subite da una moltitudine di popoli approdati su di essa e da dove si è sempre salpato per andare altrove, il mare è come un prolungamento della terraferma.
Raggiungerlo dopo un cammino di 150 chilometri iniziato dalla pianura emiliana e durata sette giorni è stato come ritrovare una vecchia conoscenza di cui cominciavo a sentire la mancanza e, a vederlo li davanti, splendente come sempre, è sembrato che sornione mi dicesse della sua magia e
irrinunciabilità. Della sua centralità nella storia degli uomini e dei mille porti dove si approda e dove si salpa “per diventar del mondo esperti”.
(Ringrazio i miei compagni di viaggio in particolare Monica, Angela, Davide, Roberto, le persone squisite che mi hanno accolto nelle loro strutture ricettive e presso i rifugi e non ultimo Giulio Ferrari che ha reso possibile e promosso questo cammino, unico nel suo genere, attraverso la sua ottima guida).

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