Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio
Fino al 3 maggio 2026 ai Musei di Torino la mostra dedicata all’artista celebrato da re e regine, amico di Caravaggio e Van Dyck, capace di trasformare la luce in poesia
Antonietta Fulvio
TORINO. Correva l’anno 1621 quando Orazio Gentileschi, padre di Artemisia, arrivò a Genova su invito di Gio. Antonio Sauli, aristocratico committente per il quale durante la sua permanenza realizzò almeno tre dipinti, una “Maddalena penitente”, ora in collezione privata; una “Danae”, New York, Richard L. Feigen, e “Lot e le figlie”, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum. Ed è dai Musei di Genova che proviene un prezioso olio su rame che ritrae la Madonna con il bambino dormiente, una composizione che colpisce per l’esaltazione dei toni freddi del mantello azzurro e della veste color oro della Vergine che, seduta su un gradino, ha i piedi nudi e avvolge dolcemente tra le braccia il Bambin Divino. L’opera, tra le collezioni dei Musei di Strada Nuova – Palazzo Rosso, è tra quelle esposte nella mostra “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio” che si è aperta lo scorso 22 novembre nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino. Qui in dialogo per la prima volta l’“Annunciazione” capolavoro eseguito nel 1623 per Carlo Emanuele I di Savoia e quella proveniente dalla chiesa di San Siro a Genova. Un confronto che mette in luce la capacità di Orazio Gentileschi di elaborare modelli compositivi di straordinaria coerenza formale, che egli stesso replica in varianti autografe, sempre arricchite da nuovi elementi e soluzioni figurative. E per la prima volta in Italia, direttamente dal Museo del Prado, si potrà ammirare il “Mosè salvato dalle acque” un’opera che sintetizza eleganza compositiva, luce e poesia cromatica e rappresenta undo dei vertici della maturità artistica di Orazio.
“Il suo spirito è di ricercatore, il suo temperamento è di vagabondo” scriveva Roberto Longhi nel magistrale saggio pioneristico del 1916 dedicato ai Gentileschi padre e figlia. Ed il tema del viaggio il fil rouge scelto dalle due curatrici Annamaria Bava (Musei Reali di Torino) e Gelsomina Spione (Università di Torino) che accompagna il visitatore attraverso le tappe principali della vita e della carriera di Orazio – da Pisa a Roma, da Fabriano a Genova a Torino, fino alle grandi corti di Parigi e di Londra – rivelando la capacità dell’artista di adattarsi a contesti diversi, di dialogare con i più grandi pittori del suo tempo e di sviluppare un linguaggio personale, coerente e riconoscibile.
La rassegna, che conta quaranta opere, riunisce prestiti provenienti da edifici ecclesiastici, collezioni pubbliche e private italiane e internazionali – tra cui il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid, la Pinacoteca Vaticana, il Museo Civico d’Arte Antica – Palazzo Madama di Torino, Palazzo Spinola e i Musei di Strada Nuova a Genova, il Museo Civico di Novara, le Collezioni comunali d’arte di Bologna, la Galleria Spada e Palazzo Barberini a Roma, le Gallerie degli Uffizi, la Galleria Nazionale delle Marche a Urbino e la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia – attraverso i quali viene ripercorsa l’intera evoluzione stilistica di Gentileschi, che debuttò come pittore di tarda maniera, influenzato dall’eleganza formale del Cinquecento, per poi passare a un naturalismo caravaggesco di intensa verità luminosa, e approdare a una pittura di raffinata eleganza e vibrante cromia, sempre contraddistinta da una cifra personale. All’interno del percorso espositivo le opere dell’artista in dialogo con vari contesti figurativi, con gli artisti di volta in volta incontrati – da Giovanni Baglione a Guido Reni, Simon Vouet, Antoon van Dyck, il fratello Aurelio fino alla figlia Artemisia –, con le figure dei committenti e con le esigenze del mercato.
Orazio Gentileschi visse e lavorò in un momento straordinariamente fertile e si mosse con ambizione nei più rilevanti centri artistici italiani e tra le maggiori corti europee – da Carlo Emanuele I di Savoia alla regina di Francia Maria de’ Medici, da Carlo I d’Inghilterra a Filippo IV di Spagna – alla ricerca di protezione e prestigio.

L’esposizione si apre con gli esordi di Orazio Gentileschi, avvenuti a Roma, una delle sue prime tele la “Madonna con il Bambino e Santi”, oggi conservata alla Fondazione Palazzo Blu di Pisa, rivela nel disegno elegante e nella calibrata disposizione delle figure, l’influenza dei modelli toscani e romani ma con un’attenzione al dato naturale e alla resa luminosa che lo avvicinò più tardi al Caravaggio. Nella seconda sezione infatti, Tra Maniera e Natura, si possono ammirare la “Madonna in gloria e la Santissima Trinità”, realizzata per la chiesa di Santa Maria al Monte dei Cappuccini a Torino e il ”Battesimo di Cristo” per la chiesa di Santa Maria della Pace a Roma, opere che evidenziano il cambio di registro verso un linguaggio più diretto e naturalistico, maturato nel confronto con Caravaggio e con l’ambiente dei suoi seguaci.
L’episodio del processo per diffamazione intentato nel 1603 dal pittore romano Giovanni Baglione contro Caravaggio, in cui furono coinvolti quali sostenitori del Merisi anche Orazio e altri pittori, è documentato nella terza sezione dove l’esposizione delle tre versioni di “San Francesco” (provenienti dal Museo del Prado, da Palazzo Barberini e da collezione privata) mostra l’avvicinamento al naturalismo caravaggesco.
L’itinerario espositivo non poteva non tener conto poi di un anno cruciale per Orazio: il 1612 quando intentò il processo nei confronti del collega Agostino Tassi, accusato di aver violentato la giovane figlia Artemisia. Di quel periodo è la realizzazione del “David con la testa di Golia” della Galleria Spada di Roma, che raffigura il giovane David nel momento immediatamente successivo all’uccisione di Golia. Una sezione a parte è l’omaggio dedicato proprio ad Artemisia di cui vengono esposte: la “Conversione di Santa Maria Maddalena” di Palazzo Pitti, “Ritratto di condottiero” dalle Collezioni comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio a Bologna e la “Santa Maddalena” di collezione privata. Opere che testimoniano, parallelamente al percorso del padre, l’evoluzione del linguaggio della pittrice negli anni Venti e Trenta del Seicento, quando si spostò tra Roma, Venezia e Napoli prima di raggiungere il padre Orazio a Londra.

Mosè salvato dalle acque, 1633 Olio su tela, 242×281 cm Madrid, Museo Nacional del Prado
La rassegna continua seguendo i viaggi di Orazio Gentileschi che, tra il 1613 e il 1625, soggiornò tra Roma, Fabriano e Genova. Del periodo marchigiano vengono presentate la “Visione di Santa Francesca Romana” della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino e la “Santa Cecilia” della Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Entrambe le opere precedono di poco il trasferimento di Orazio a Genova nel 1621, dove la sua pittura assunse caratteri di eleganza aristocratica lavorando per numerose famiglie del patriziato cittadino, ottenendo un grande successo che si riflette anche nella fortuna di soggetti molto richiesti, come dimostra “Giuditta e Abra con la testa di Oloferne” dei Musei Vaticani.
Nella primavera del 1625 Gentileschi arrivò in Francia, chiamato dalla regina madre Maria de’ Medici ed entrò in contatto con un ambiente di grande fermento culturale, unica opera certa è La Felicità Pubblica che trionfa sui pericoli, oggi conservata al Louvre, che evidenzia l’abilità dell’artista nel trattare temi allegorici con una luce morbida e una resa dettagliata dei tessuti. Da lì a un anno Orazio, invitato dal duca di Buckingham, George Villiers, potente favorito di Carlo I d’Inghilterra si stabilì a Londra dove incontrò Antoon van Dyck, nominato pittore di corte con privilegi eccezionali, del quale viene esposto il magnifico ritratto de “I tre figli maggiori di Carlo I d’Inghilterra” della Galleria Sabauda. Nella corte britannica la pittura di Orazio si fece più chiara e preziosa, attenta ai valori dell’eleganza e alla grazia compositiva. Ne è esempio il “Ritrovamento di Mosè” del Museo del Prado, inviato nel 1633 come dono al re cattolico Filippo IV di Spagna, nel tentativo di ottenere il suo favore per poter rientrare nel granducato di Toscana ma si spense a Londra il 7 febbraio 1639. «Il più meraviglioso sarto e tessitore che abbia mai lavorato tra i pittori”, così lo aveva definito Roberto Longhi. «Orazio – scrivono le curatrici – seppe tradurre nella pittura una raffinatissima sensibilità per le trame della luce e dei tessuti, facendo dell’eleganza misurata e della precisione sartoriale del suo pennello una cifra distintiva del proprio linguaggio artistico. La sua pittura, animata da una costante ricerca di luce, grazia e colore, rappresenta uno degli esiti più alti della sensibilità figurativa di primo Seicento».

