Il Grande Concerto d’erba di Renato Centonze
L’opera realizzata nel 1990, dal 13 giugno 2026 trova casa nel Palazzo del Municipio grazie alla generosità della moglie Floris Quarta che conserva il prezioso archivio dell’Artista. La cerimonia di donazione si terrà nell’ambito della manifestazione “Alle porte della città”
Antonietta Fulvio
LEQUILE (LE). Ci sono opere che restano nell’immaginario di chi le ha viste anche una sola volta. Il Grande Concerto d’erba di Renato Centonze (Cavallino 9 ottobre 1927 – Lequile 2010) è una di queste.
E dal 13 giugno 2026, grazie alla generosità della moglie Floris Quarta, potrà essere ammirata da tutti quelli che arrivati a Lequile, tra i paesi salentini della Valle della Cupa, potrà ammirarla in tutta la sua bellezza entrando nel Palazzo del Municipio e salendo i gradini che portano al piano nobile dell’edificio, cuore pulsante dell’amministrazione comunale guidata da Vincenzo Carlà: «Il ricordo di Renato è vivo nei lequilesi e in chi lo ha conosciuto, uomo mite, gentile quanto appassionato e sensibile. Siamo grati a Floris Quarta e onorati di questo dono, segno tangibile della sua arte».

Nato a Cavallino, in provincia di Lecce, il 9 ottobre 1947, all’età di due anni viene colpito da una forma di poliomielite e all’età di nove anni arriva a Torino, nel collegio della « Pro Juventute» dove continuerà la sua formazione scolastica. Ritornato a Cavallino, riceve l’incarico di bibliotecario e, contestualmente, frequenta l’Istituto d’Arte e subito dopo l’Accademia di Belle Arti di Lecce. Insegna Educazione artistica in più scuole della provincia leccese e a Cerignola (FG). Dal 1995 lavora presso il Provveditorato agli studi di Lecce nell’Urp.
Per più di 30 anni svolge la sua attività artistica a Lequile. Dopo una prima fase figurativa, negli anni Settanta comincia ad esporre in Italia e all’estero ottenendo consensi e riconoscimenti. Partecipa a rassegne di artisti democratici, come nel 1975 a Novoli e aderisce, nel 1984, all’appello di intellettuali e artisti salentini «… per la pace e la vita contro la guerra nucleare». Su questo tema, già nel ‘79, produce una cartella serigrafica intitolata “energie alternative”.
Negli anni ’70/’80, protagonista appassionato dei fermenti socio-politici del periodo, dà corpo al suo dissenso con opere come “Crocefissione bianca”, “Morte sociale” e, nell’89, “Omaggio a Chico Mendes”.
L’incessante ricerca artistica, non scevra dall’impegno sociale e politico, lo porta ad uno studio approfondito della grafica, della serigrafia e ad una complessa elaborazione dell’astratto.
Dalla bidimensionalità della tela passa alla creazione di “pitto-sculture-sonore” e “scrigni natura” riuscendo a trasformare elementi inerti (corde, chiodi, campanelli, carta, legno…) in flusso vitale. L’opera, multisensoriale, attraverso la forma e il colore riproduce le vibrazioni visive e sonore dell’universo diventando “strumento musicale”.
Come “Grande Concerto d’erba” che in occasione della Collettiva Èp-Art (Cavallino, 1991) fu “suonata” dal musicista Philip Corner e a Lecce in occasione della manifestazione Cortili aperti a far vibrare le sue corde fu il percussionista e batterista Ovidio Venturoso.
Impossibile resistere alla tentazione di toccare le sue corde. “Grande Concerto d’erba” è un’opera che rapisce lo sguardo. Ti cattura e ti entra nella testa per restarci dentro insieme alle suggestioni che suscita. Questa grande opera, ricorda la moglie Floris, fu realizzata dall’artista pensando alla foresta dell’Amazzonia, il grande polmone della terra minacciato dall’incuria e dalla stupida arroganza degli uomini che sono più bravi a distruggere che a costruire o preservare ciò che abbiamo ricevuto in dono. Dimensioni maestose due metri per due e una composizione articolata secondo la poetica di Renato Centonze che aveva trovato una cifra stilistica tutta sua per superare la bidimensionalità della tela.
Si può dare un’immagine al silenzio? E al suono? Allo stupore? È possibile entrare in sintonia con il mondo osservando un’opera d’arte? Il “Grande Concerto d’erba“ realizzato dall’artista nel 1990, per la grande foresta dell’Amazzonia, sembra rispondere a questi quesiti e a ricordarci la bellezza e la potenza del fruscio del vento tra le tenere foglie di un prato che può diventare sibilo urlante se si scatena la tempesta… In un gioco di rimandi cromatici e di forme, il “Grande Concerto d’erba“ rappresenta uno degli esiti più alti della sua ricerca artistica che da soluzioni pittoriche passa, usando materiali diversi, alle pitto-sculture-sonore in cui, come lui stesso asseriva, «luci e suoni colorati diano dimensione allo stupore». Lo stupore che nasce osservando lo spettacolo della Natura che l’opera poeticamente suggerisce insieme al tema della sua tutela.
L’uso del colore verde in tutte le sue variazioni è ottenuto non solo attraverso campiture cromatiche ma anche con inserti di tela e contrappesi di pelle di tamburo lavorata quasi a stratificare forme, volumi e segni fino alle sottili corde che producono suoni, echi di memoria. L’opera diventa multisensoriale per raccontare il «fluire della vita» che attraverso l’arte e nell’arte è l’essenza della poetica di Renato Centonze. Nel “Grande Concerto d’erba“ per l’Amazzonia la valenza estetica incontra la dimensione magico-rituale divenendo un tramite tra la Natura e l’uomo, forse è questa la funzione dell’arte: lasciare fluire le percezioni visive e sonore generate dall’artista per farle arrivare agli occhi di chi sa guardare, percepire l’energia e ascoltare il suono interiore, il respiro della Terra che l’opera custodisce.
Il sito dell’artista realizzato in memoria del figlio Marco, scomparso prematuramente in Messico, presenta una selezione della vasta produzione artistica di Renato Centonze. Le sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche come la “Collezione d’arte contemporanea” del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università de Salento e dal 13 giugno anche nella sua amata Lequile. Per tutta la sua vita lo studio a pochi passi dal Convento di San Francesco, dove più volte espose, era non solo il suo rifugio, dove leggere, ascoltare musica, studiare, pianificare le sue intuizioni, ma un luogo d’incontro per ricevere artisti, critici d’ arte, amici e compagni di strada; con tutti amava confrontarsi con umiltà e spirito dialogante e inclusivo.
L’arte aiuta l’arte asseriva e il confronto con gli altri era per lui determinante e irrinunciabile.
Ho avuto il privilegio di conoscere Renato, molti anni fa, in occasione di molti eventi e mostre realizzate con l’allora associazione Raggio Verde insieme all’amica Giusy Petracca. Quante volte ci siamo recate nel suo atelier e vedere in anteprima ciò a cui stava lavorando, meticolosamente.
Dialogare con lui era un piacere e fonte di arricchimento. Renato era un uomo estremamente colto ma non faceva sfoggio della sua preparazione, cercava sempre di mettere a proprio agio le persone con cui interloquiva e con lui i discorsi potevano spaziare in ogni dove. Sentiva profondamente come una via di salvezza il tema della difesa di una «ritrovata felicità nel rapporto con la natura», la pace sociale, e la sacralità dell’arte che non si svende al miglior offerente ma resta libera. Renato Centonze rifuggiva dall’omologazione, dalla frenetica velocità delle mode, dalla logica dell’apparire: era sempre alla ricerca dell’essenza delle cose, difensore ed esempio coerente della libertà intellettuale e dello spirito critico. L’impegno civile e politico contro ogni forma di discriminazione e di ingiustizia attraversa tutta la sua vita di cittadino e di artista. Appassionato e sensibile, forse troppo per accettare un mondo che vedeva andare sempre più alla deriva…
La mattina del 24 maggio 2010 decise di interrompere… «il fluire della (sua) vita» ma le sue opere continuano a parlare di lui e per lui.
Per sempre.

