IMI. Internati Militari Italiani. La necessità di ricordare la Storia

Furono 650.000 i militari italiani che, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, si rifiutarono di aderire alle Forze Armate tedesche e alla nascente Repubblica di Salò e furono deportati nei campi di concentramento. Una mostra alla Bernardini li ricorda nella giornata nazionale a loro dedicata

Giuseppe Costantini*

LECCE. Sarà la Sala Teatro della Biblioteca Bernardini, negli spazi dell’ex Convitto Palmieri, ad accogliere l’inaugurazione della mostra dedicata agli Internati Militari Italiani (IMI), alla presenza delle autorità civili, militari e religiose della provincia di Lecce.
L’iniziativa, promossa dalla Delegazione Provinciale A.N.E.I. di Lecce, si inserisce nelle celebrazioni della Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, istituita con la legge 13 gennaio 2025, n. 6. La legge ha individuato nel 20 settembre di ogni anno la giornata nazionale dedicata alla memoria degli italiani – militari e civili – internati nei campi di concentramento tedeschi, riconoscendo il valore storico e morale di quanti furono deportati e destinati al lavoro coatto dopo l’8 settembre 1943 per il loro rifiuto di collaborare con il nazismo e con la Repubblica Sociale Italiana.


La scelta del 21 settembre per l’inaugurazione leccese non modifica dunque il significato della ricorrenza nazionale, ma si pone nel solco delle iniziative organizzate in occasione di questa importante giornata di memoria.
La mostra è concessa dal Museo Nazionale dell’Internamento di Padova, per il tramite della Federazione A.N.E.I. di Padova, della quale la Delegazione Provinciale di Lecce costituisce un’estensione territoriale.
Non una storia individuale, ma la storia di una generazione
Il primo elemento che caratterizza l’esposizione è la volontà di sottrarsi alla tentazione di raccontare gli IMI come una semplice somma di vicende individuali.
Questa mostra non rappresenta una semplice biografia individuale, ma narra una storia collettiva.
È la storia di oltre 650.000 militari italiani che, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, si trovarono improvvisamente senza ordini, senza riferimenti e spesso senza la possibilità di comprendere pienamente ciò che stava accadendo. I tedeschi procedettero al disarmo e alla cattura delle forze armate italiane. A quel punto, per centinaia di migliaia di uomini, si aprì una scelta drammatica: aderire alle forze armate tedesche o alla nascente Repubblica Sociale Italiana oppure rifiutare e affrontare la deportazione.
Scelsero il NO.
Un rifiuto che non fu pronunciato attraverso le armi, ma attraverso la propria coscienza. Un rifiuto che avrebbe significato fame, freddo, lavoro coatto, violenze, malattie, umiliazioni e, per migliaia di uomini, la morte.
La vicenda degli IMI rappresenta così una delle pagine più significative e, per troppo tempo, meno conosciute della storia italiana del Novecento. Le fonti storiche ricordano come circa 650.000 militari italiani furono coinvolti nell’internamento dopo l’8 settembre e come il particolare status di “internati militari” li espose a condizioni estremamente dure e al lavoro coatto nei territori controllati dal Terzo Reich.
Una storia che arriva anche nel Salento
Quella degli IMI non è però una storia lontana. È una storia che appartiene anche alle nostre famiglie.
Per chi scrive, porta il nome di Carmine Scalinci di Villa Baldassarri (Guagnano), mio bisnonno, matricola IT 53750, internato a Dachau e morto il 7 febbraio 1945.
La sua vicenda ricorda che dietro ogni numero c’era un uomo, una famiglia, una vita. Raccontarla significa restituire un volto a una delle tante storie che rischiano di rimanere nascoste negli archivi.
Nel gennaio 2027 sarà pubblicata una biografia dedicata a Carmine Scalinci, attraverso la quale la sua storia familiare diventerà anche una tessera della più grande storia degli Internati Militari Italiani.
Sei tappe per attraversare la storia
Il percorso storico della mostra è articolato in sei sezioni, costruite come altrettante tappe di un viaggio.
La prima è dedicata a “L’8 settembre e lo shock dell’Armistizio”: il disarmo improvviso, il crollo della catena di comando, il disorientamento dei reparti e l’avanzata delle truppe tedesche.
Segue la “Deportazione”, il viaggio verso i lager. Uomini ammassati nei carri bestiame, senza sapere quale sarebbe stata la loro destinazione, trasformano il viaggio in una prima esperienza di privazione della dignità.
La terza sezione, “L’arrivo al Lager e la targatura”, racconta il momento nel quale il soldato perde progressivamente la propria identità. Il nome viene sostituito da un numero di matricola; arrivano la schedatura, le impronte digitali, la spoliazione degli effetti personali e la trasformazione dell’uomo in un numero all’interno dell’universo concentrazionario.
Poi “La vita nel Lager e il NO”. È probabilmente il cuore morale dell’esposizione. La fame, le disinfestazioni, le baracche, il lavoro forzato e le condizioni disumane fanno da sfondo alla scelta fondamentale: non prestare giuramento alla Repubblica Sociale Italiana, non tornare a combattere accanto ai tedeschi, non collaborare con il nazismo.
Il NO diventa così una forma di resistenza.
Una resistenza senza armi, ma non per questo meno coraggiosa.
La quinta sezione è dedicata alla Liberazione, all’arrivo delle truppe alleate e sovietiche nella primavera del 1945 e alla fine dell’internamento.
Infine, “Il ritorno e la memoria” racconta il viaggio verso l’Italia, l’attesa delle famiglie, il ritorno a casa e il difficile reinserimento nella vita civile.
Per molti di quegli uomini, però, la guerra non sarebbe finita con la liberazione del lager. Sarebbe rimasta nella memoria, nei corpi, nei silenzi e nei ricordi.


Quando la memoria diventa arte
È proprio qui che la mostra compie un passaggio particolarmente suggestivo: alla sezione storica si affianca una sezione artistica composta da 17 riproduzioni degli acquerelli di Lodovico Lisi, geometra padovano, internato nello Stalag XVII A con la matricola 141895.
Il Museo Nazionale dell’Internamento di Padova conserva e documenta il lavoro di Lisi, autore degli Appunti di viaggio, un racconto per immagini dell’esperienza dell’internamento. Il catalogo della Biblioteca del Museo lo identifica proprio come IMI 141.895 dello Stalag XVII A e segnala il percorso attraverso gli acquerelli.
Le tavole di Lisi non sono semplicemente illustrazioni di una vicenda storica. Sono frammenti di memoria.
Attraverso il disegno, Lisi restituisce ciò che la fotografia spesso non può raccontare: il senso della perdita, la paura, l’attesa, la fatica, la fame, la solitudine, ma anche la dignità di uomini che, dentro la macchina concentrazionaria, cercarono di conservare un nucleo irriducibile della propria umanità.
Cinquant’anni dopo il ritorno alla vita, Lisi sentì il bisogno di dare forma a quelle immagini che erano rimaste nascoste dentro di lui. Le descrisse come “negativi” conservati negli archi del cervello, immagini rimaste per sempre lucide nella sua mente.
È una definizione di straordinaria potenza.
Perché la memoria, a volte, funziona proprio così: non scompare. Rimane impressa. Attende soltanto di essere sviluppata.
E gli acquerelli di Lisi sono, in questo senso, lo sviluppo di quei negativi.


La mostra come luogo di incontro tra storia e memoria
La scelta della Biblioteca Bernardini non è casuale. Un luogo dedicato alla conservazione e alla trasmissione della conoscenza diventa per alcuni giorni uno spazio nel quale la storia esce dai libri e assume la forma concreta di documenti, immagini, testimonianze e volti.
L’obiettivo non è soltanto ricordare ciò che accadde tra il 1943 e il 1945.
È interrogarsi su ciò che quella storia può ancora dire al presente.
Gli IMI furono uomini posti davanti a una scelta. Una scelta compiuta in condizioni estreme, senza sapere quale sarebbe stato il prezzo da pagare. La loro vicenda dimostra che la resistenza non assume necessariamente la forma della battaglia. Può essere anche la capacità di conservare la propria libertà interiore quando tutto intorno cerca di cancellarla.
Il loro NO al nazismo e alla Repubblica Sociale Italiana fu, prima di tutto, un’affermazione di dignità.
Ed è forse proprio questa la ragione per cui raccontare oggi la storia degli IMI significa parlare non soltanto del passato, ma anche del valore della libertà, della responsabilità individuale e della capacità di scegliere.
Dal lager alla memoria civile
La mostra leccese assume inoltre un significato particolare perché arriva in una provincia nella quale numerose famiglie conservano ancora fotografie, lettere, documenti e ricordi di uomini partiti per la guerra e tornati dal lungo viaggio dell’internamento.
Il lavoro della Delegazione Provinciale A.N.E.I. di Lecce nasce proprio dalla volontà di recuperare queste memorie, riportarle alla luce e restituirle alla comunità.
Non una memoria celebrativa, dunque, ma una memoria civile, capace di mettere in relazione generazioni diverse.
Perché la memoria non consiste soltanto nel ricordare i morti.
Consiste anche nel comprendere le scelte dei vivi.
E alla fine resta una voce
Il percorso della mostra potrebbe concludersi con il ritorno a casa. Ma la memoria degli uomini che dissero NO non può fermarsi al maggio del 1945.
Per questo, idealmente, il viaggio degli IMI incontra quello di un altro ufficiale italiano che, pochi mesi prima della liberazione, scelse anch’egli di non piegarsi.
È la storia del Capitano Franco Balbis, capitano d’Artiglieria, nato a Torino nel 1911 e fucilato al Poligono del Martinetto il 5 aprile 1944, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Dopo l’armistizio aderì alla Resistenza e mise le proprie competenze a disposizione del Comando militare regionale piemontese del CLN. Fu arrestato insieme al generale Giuseppe Perotti e ad altri membri del Comando durante una riunione clandestina nel Duomo di Torino. Ai fascisti che gli offrirono di passare nell’esercito repubblichino rispose con parole destinate a rimanere nella storia: «Preferisco il muro».
Prima di morire, Balbis affidò alla scrittura il senso ultimo della propria scelta:
«Iddio mi permette oggi di dare l’olocausto supremo di tutto me stesso all’Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice!
Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero.»
Le parole di Balbis e il NO degli Internati Militari Italiani appartengono a vicende diverse, ma parlano una lingua comune: quella della responsabilità e della dignità di fronte alla sopraffazione.
È questo, in fondo, il significato più profondo della mostra che arriva a Lecce.
Ricordare gli IMI significa dare un volto a quel NO.
Significa ascoltare ancora la voce di uomini che, privati delle armi, non rinunciarono alla propria libertà.
Significa trasformare la memoria in responsabilità.
E significa, soprattutto, fare in modo che quei “negativi” rimasti per decenni negli archi della memoria possano finalmente essere sviluppati, guardati e consegnati alle nuove generazioni.
Perché ciò che viene ricordato può diventare storia.
E ciò che la storia insegna può ancora diventare coscienza.

*Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana Dottore in Ingegneria Gestionale Delegato Provinciale A.N.E.I. – Lecce

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