In grazia di Dio. Sguardi sulla felicità

Una recensione sul film “In grazia di Dio” del regista Edoardo Winspeare

Se il sù-bi-to non fosse il su-bì-to

di Francesco Pasca

«Tu non conosci il Sud, le case di calce/da cui uscivamo al sole come numeri/dalla faccia d’un dado […] Una funesta mano con languore dai tetti/visita i forni spenti, le stalle in cui si desta/una lanterna o voce impolverata. /Come da un astro prossimo a morire/s’ode un canto dai campi di tabacco. /Sulle soglie, in ascolto, le antiche donne sedute […] di pochi fatti che/rileggiamo/più volte, nell’attesa che ci dia/tutte assieme la vita/le cose che crediamo di meritare.» (V. Bodini)

Tu che conosci il SUD … Sono le nuove “Foglie di tabacco” quelle “cose che crediamo di meritare”, che già erano del 1945? Tu che guardi, che conosci realmente il SUD, lo erano o sono:” le antiche donne sedute”? Tu che non vuoi nascondere il SUD, sebbene è, sia già da sé tanto nascosto, perché sono, erano: “tutte assieme la vita”, la nostra vita?
Oggi sono la probabilità di una ripresa, ma, può essere l’identica a quella sperata nel lancio di un dado? L’abbraccio di un dado?

 

Nell’affermato di un tempo veduto dall’alto, l’inizio di quel tempo è posto in un Paradiso d’incontro, nel loro inizio a due. L’Adamo è già il nuovo vecchio ed EVA è disposta alla costruzione dell’Eden. Nell’occhio della macchina da ripresa, in una finzione scenica, per quel tempo erano e sono ancora il forno spento che attende nuova legna per ardere e per donare o cancellare il tutto sperato, per la probabilità donata dalla cenere del post o neo episodio, per guerra, quella condotta per vittorie di altri e per sconfitte di altri ancora.
IL SUD è L’io cinepresa, l’ultima foglia di tabacco che diventa occhio e squarcia il buio dall’alto.
Nella sala di proiezione diventa occhio di cristallo veggente nello spettatore e dà luce alla luce per e “in grazia di Dio”, dell’IO ch’è. L’IO l’ascolta.
Il SUD è quel colore di realtà e silenzio, è il bianco accecante, il verde ombroso e cupo, come può esserlo il buio delle rughe terrazzate di una terra promessa destinata e contesa dal NORD fra cielo e mare e che sforna la sua incessante realtà in podere abbandonato, in campagna, in guerra per un compromesso, in un debito da lasciare al prossimo futuro, nel caparbiamente ostinato, nel chi sogna e in chi vuole essere l’interprete di recitazioni per altri palcoscenici, per chi partecipa e diventa attore, protagonista per amori possibili-impossibili o di amori necessari o di amori spudorati, inutili e violenti.
Edoardo Winspeare vuole, ama definircelo: “piccolo film sulla felicità”. D’accordo, è sulla felicità ma è in uno stile di vita rincorso tanto in un nuovo quanto in fondo dell’altrettanto vecchio, è a ridosso di un tempo che attende la stessa felicità e dura un attimo o attimi, è l’utopia che ripiomba nel accomodante-intollerante, nel comunque pensante.
I termini appena associati e separati dall’esile trattino esistono per essere nel pensato o avvicinati all’apparente dissimile; termini avvicinati per essere lontani da aree semantiche probabili o da far riassumere in un luogo o con un gesto. Accomodante è quel ch’è, il se-guì-to di un pensiero poi divenuto sé-gui-to; intollerante è invece il sé-gui-to che non può dar corso a quel che non dovrebbe essere il se-guì-to.
Nell’antinomia del reale-bizzarro, con quel tanto o poco di banale e di semplicistico proprio dei protagonisti, si ha la sensazione che, nella forzata caratterizzazione, abbiano tutti e contemporaneamente il luogo di una stessa azione, sia che essa sia accettata o respinta.
La bizzarria di siffatta rincorsa, di quest’appena pronunciato, è un pensiero e l’attesa, è quel che spesso dà il divenire tra l’accomodante o il collerico.
Quel tanto da essere reale, per altri, è l’intollerante scritto da vicende segnate o per il rincorrere di vocali e consonanti sulla didascalia da computer, per dare il suono e il senso, ch’è l’uguale del girare con una macchina da ripresa per accumulare memoria di pellicola e poi svolgerla in tempi millenari o fatti scolorare nel frenetico di una necessaria scrittura-lettura, in un rivolo di inchiostro e distenderla sul panno bianco di una sala cinematografica.
Le quattro donne, figure fondamentali e giustamente, appaiono sempre e volutamente e completamente differenti nel loro contrario, ma forse è anche evidenziato con l’eccessivo e diventa il numero che costringe il regista ad attraversarle dal male al bene e viceversa senza apportare Luogo al Tempo. Ci sono quattro donne nel film di Edoardo Winspeare, ci sono altrettanti uomini e questi non appaiono marginali, al contempo sono il filo del sarto, dell’azienda che va a rotoli.
Molte situazioni non si chiudono, lasciano sospeso il tempo e sono le virgole e sono l’accomodante e sono l’intollerante.  Questi personaggi a volte appaiono lontani, vicini e distanti nelle appartenenze e poi ricondotti con lo stesso filo per sarti che confeziona gli abiti per il NORD, per il NORD che indossa il SUD e al contempo costringe vuole, ma abbandona.
Fra quel ch’è accordo e disaccordo, dove il non tutto cinematografico fila liscio nella esigenza per una caratterizzazione di estremo SUD, a volte si penalizza lo stesso SUD, l’IO spettatore e occhio e macchina da ripresa soffre. La ricerca di una narrazione sfocia nei quadri per sola immagine dove i fatti sono i punti interrotti.
Forse l’immagine cinema è in grado di annullare il buono o il cattivo, il bene o il male.
Forse è la ricerca del regista, l’utile per rappresentare il reale, per dichiarare la complessità nella felicità.
Forse, quel ch’è In grazia di Dio è quel: “ E … Se il sù-bi-to non fosse il su-bì-to” oppure:… quale  sarà il risultato di una: “ faccia d’un dado”.
Grazie Edoardo e a voi “Buona visione”.

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