Serena Spedicato la voce oltre il cuore
A tu per tu con la cantante jazz, docente e saggista, autrice del progetto Io che amo solo te. Le voci di Genova uno spettacolo di successo
che ha superato le cento replicheAntonietta Fulvio
Ci sono interviste che nascono da lontano, da un incontro in auto condividendo chilometri e passioni comuni. Questa intervista alla cantante, docente e saggista Serena Spedicata nasce in una calda estate di qualche anno fa e finalmente, tra un impegno e i tanti progetti, si concretizza nel mese del suo compleanno. Nata il 17 luglio sotto il segno del cancro, Serena Spedicato è tra le voci più belle del panorama musicale italiano e il successo del suo ultimo progetto discografico, Io che amo solo te. Le voci di Genova, edito da dodicilune è un’ulteriore dimostrazione , se mai ce ne fosse bisogno, del suo innato talento e della solida preparazione e la ringrazio per questa lunga intervista che racconta la sua essenza di donna e di artista.
Quando ha capito che avevi un dono – la voce – e il canto jazz sarebbe stata la sua vocazione? C’è un brano che ti ha cambiato la vita? ( o forse più di uno…)
Credo che il dono della voce fosse già presente in me fin da bambina, anche se allora non ne comprendevo ancora il significato. Avevo una memoria musicale molto forte, bastava ascoltare una canzone poche volte perché riuscissi a impararla e ripeterla con naturalezza. Cantare era un gioco che mi veniva spontaneo, un modo per divertirmi e dare voce alle emozioni. Ricordo ancora con affetto che conoscevo tutte e quattro le sigle realizzate per il cartone L’Ape Maia. Oggi quel ricordo mi fa sorridere, ma penso rappresenti bene quanto la musica fosse già radicata nella mia quotidianità. Era qualcosa che facevo senza pensarci, semplicemente perché faceva parte del mio modo di esprimermi.
La prima persona ad accorgersi di qualcosa di speciale fu mio padre: il primo a dirmi che avevo un modo particolare di cantare, una sensibilità nella voce che andava oltre il semplice canticchiare. Quelle sue parole sono rimaste un ricordo prezioso e forse son state il primo seme di questa lunga storia.
L’incontro con il jazz, invece, è arrivato nel 1997 grazie a una musicassetta che mi regalò il Maestro Luigi Bubbico, e che considero il mio padre musicale. Già allora alla guida del Dipartimento di Musica Jazz del Conservatorio di Lecce, rappresentò un faro fondamentale nel mio percorso di scoperta e crescita artistica. Dentro c’era Fly Home, standard jazz scritto da Benny Goodman e Lionel Hampton, nella straordinaria interpretazione di Ella Fitzgerald. In quell’incisione, Ella eseguì uno scat incredibile, con una voce capace di trasformarsi in strumento, ritmo, fantasia e libertà. Fu una vera folgorazione.
Mi innamorai del jazz in quell’istante. Colpita dalla sua capacità di improvvisare, di giocare con la musica e di raccontare emozioni sempre nuove. Sentì che quella libertà espressiva apparteneva al mio modo di sentire la musica. Da allora il jazz è diventato il mio linguaggio, il luogo in cui la mia voce riesce a trovare la sua forma più autentica.
Ha collaborato con grandi artisti come Arthur Miles, Ray Mantilla, Roy Paci & Aretuska e l’attore Arnoldo Foà ma anche firmato alcuni brani come autrice e compositrice, mi riferisco al disco omonimo dei Souldiesis (c’è qualche aneddoto che le va di raccontare…)
Più che un singolo aneddoto, porto con me le emozioni e il senso di responsabilità vissuti in quegli incontri. Sono state tutte esperienze importanti, soprattutto perché mi sono trovata a portare avanti progetti chiamati ad aprire concerti su grandi palchi, davanti a un pubblico già in attesa dell’artista principale.
Aprire un concerto per musicisti di questo calibro significa affrontare una sfida importante: devi conquistare l’attenzione delle persone nei primi minuti, creare un’atmosfera, lasciare un segno e allo stesso tempo rispettare il contesto in cui ti trovi. È stata una scuola straordinaria, fatta di ascolto, professionalità e confronto umano e musicale.
Ciò che porto con me di quei momenti non è tanto un episodio specifico, quanto la sensazione vissuta, il backstage, l’adrenalina prima di salire sul palco, la consapevolezza di avere un’opportunità preziosa e la gioia di condividere la musica in luoghi così importanti.
Anche il percorso con l’ottetto vocale Souldiesis è stato fondamentale, perché mi ha dato la possibilità di esprimermi non solo come interprete, ma anche come autrice e compositrice, mettendo una parte ancora più personale nella musica che portavo al pubblico.
È stata un’esperienza formativa anche dal punto di vista della coralità. Grazie alla conduzione e alla scrittura musicale del Maestro Marco Della Gatta, ho potuto approfondire il mondo della polifonia, e lavorare su armonizzazioni molto complesse. Erano prove intense, in cui lo studio musicale si trasformava anche in momento di aggregazione, di condivisione e di crescita collettiva. Provavamo tantissimo, e proprio quella dedizione ha contribuito a creare un legame umano oltre che artistico.

Tre dischi. Tre perle.
Sono tre perle perché ognuna racchiude un periodo della mia vita, un percorso di crescita personale e musicale diversa. Più che semplici dischi, li sento come prolungamento, come parti della mia storia, delle mie emozioni e delle esperienze che ho attraversato. Ogni brano porta dentro una tessera della mia identità, del mio modo di vivere la musica e di raccontarmi attraverso la voce.
Ogni disco rappresenta la fotografia di un momento preciso, ciò che ero, ciò che stavo cercando e il modo in cui sentivo il bisogno di esprimermi in quel tempo. Per questo li considero preziosi, perché continuano a raccontare il cammino che ho compiuto anche a distanza di anni.
Considerato da Musiczoom tra i migliori dischi del 2013, il tuo primo disco “My Waits, Tom Waits Songbook” insieme ai musicisti Gianni Iorio, Pierluigi Balducci, Antonio Tosques, Pierluigi Villani è un lavoro intenso dedicato ad uno dei massimi cantautori del Novecento che ha dato “voce” agli ultimi… ( il video strepitoso!)
Ogni scelta artistica nasce sempre da un legame profondo con il mio sentire, con qualcosa che riconosco come autentico e necessario. Non ho mai saputo prescindere da questo rapporto: prima ancora della musica c’è sempre una storia, un’urgenza espressiva.
“My Waits, Tom Waits Songbook” arriva da una grande devozione per un artista che ho sempre sentito vicino per la capacità di raccontare gli esseri umani nelle loro fragilità, nelle loro solitudini e nelle loro contraddizioni. Tom Waits ha una scrittura visionaria, poetica, capace di dare dignità a personaggi ai margini, a quelle anime che spesso rimangono invisibili.
La sfida per me è stata entrare nel suo mondo senza cercare di imitare un artista impossibile da imitare, ma provando a guardare oltre la sua veste più americana, per coglierne il nucleo più profondo: la melodia, la poesia dei testi, il senso del racconto. Ho cercato di far emergere soprattutto il Waits cantautore, quello più intimo e narrativo.
Un lavoro di grande ascolto e condivisione con musicisti straordinari come il bandoneonista Gianni Iorio, il contrabbassista e arrangiatore Pierluigi Balducci, Antonio Tosques chitarrista e il batterista Pierluigi Villani. Gli arrangiamenti di Pierluigi Balducci hanno dato una nuova prospettiva a questi brani, creando uno spazio in cui la mia voce potesse dialogare con strumenti e atmosfere diverse.
Anche il videoclip di “Muriel”, scritto e diretto dal regista Gianni De Blasi, ha rappresentato un’estensione importante del progetto. Ha saputo tradurre in immagini il mondo emotivo della canzone, creando un racconto visivo e profondo in costante dialogo con la musica.
“My Waits, Tom Waits Songbook” è stato anche un passaggio importante del mio percorso discografico. La prima pubblicazione per l’Etichetta Discografica Dodicilune di Maurizio Bizzochetti, realtà che ha rappresentato per me un riconoscimento di grande prestigio. Entrare a far parte del catalogo ha significato condividere una precisa linea estetica e una visione musicale nella quale mi sono sentita profondamente riconosciuta. Da allora faccio parte di questa casa artistica, che negli anni ha pubblicato tutti i miei successivi lavori monografici, accompagnando e sostenendo la mia ricerca artistica con continuità e fiducia.
È un disco che mi ha donato tanto, non solo artisticamente ma anche umanamente. Mi ha insegnato ad ascoltare ancora più in profondità, ad avere uno sguardo verso l’altro e a comprendere quanto la musica possa essere un luogo di incontro con storie e mondi apparentemente lontani dal nostro.

Poi dal sodalizio con Nicola Andrioli, il trombettista scandinavo Kalevi Louhivuori, il percussionista Michele Rabbia nasce “The Shining of Things. dedicated to David Sylvian” pluripremiato, anche questo lavoro nasce dal desiderio di rileggere il noto artista britannico…Cosa ha rappresentato per lei questo disco.
“The Shining of Things. dedicated to David Sylvian” è fascinazione profonda verso un artista che ha accompagnato il mio percorso di ascolto e lasciato dentro tracce indelebili. La sua musica ha sempre avuto l’ingegno di creare spazi sospesi, intimi, quasi meditativi, luoghi in cui suono, silenzio e poesia convivono.
David Sylvian è un artista che ha saputo attraversare mondi diversi, dal rock all’elettronica, fino a una dimensione di ricerca sonora, improvvisativa e di dialogo con il linguaggio jazzistico, mantenendo sempre una forte identità. Mi ha rapito la forza di andare oltre le definizioni, di cercare continuamente nuove forme espressive e mettere al centro, il valore del suono e dell’atmosfera.
Anche in questo caso non volevo semplicemente reinterpretare delle canzoni, ma avvicinarmi al loro nucleo emotivo, lasciando che la mia sensibilità e quella dei musicisti coinvolti potessero dialogare con il suo universo. L’incontro con il pianista Nicola Andrioli, autore degli arrangiamenti, con il trombettista scandinavo Kalevi Louhivuori e il percussionista Michele Rabbia è stato fondamentale. Ognuno di loro ha portato profondità e personalità straordinarie, contribuendo a creare un linguaggio comune fatto di ascolto, libertà e ricerca.
È un disco che rappresenta un passaggio importante nel mio cammino artistico, perché incarna fortemente il mio modo di intendere la musica. I miei passi verso l’essenza, dove la tecnica è al servizio dell’emozione e dove l’improvvisazione diventa una forma di dialogo.
“Il bagliore delle cose” per me è proprio questo: la luce che rimane dopo un incontro significativo. Come una coda di cometa, che continua a brillare anche quando il passaggio è già avvenuto.
Come nasce il progetto “Io che amo solo te. Le voci di Genova”. I suoi compagni di viaggio….La scelta dei brani….ancora oggi intramontabili.
“Io Che Amo Solo Te. Le voci di Genova” nasce dal mio desiderio profondo di raccontare una delle pagine più importanti e poetiche della musica italiana, la scuola cantautorale genovese, e restituire attraverso la mia voce non soltanto canzoni, ma le storie, le vite e il pensiero che custodiscono.
È un progetto di ricerca rafforzato dall’incontro con lo scrittore Osvaldo Piliego e il fisarmonicista e arrangiatore Vince Abbracciante. Come spesso accade nei percorsi artistici più autentici, un’idea trova piena realizzazione quando incontra le persone giuste. Osvaldo ha dato profondità narrativa al progetto attraverso un lavoro prezioso di scrittura e ricerca, mentre Vince, insieme all’ interpretazione di Nando Di Modugno alla chitarra classica e Giorgio Vendola al contrabbasso, ha contribuito a creare un universo sonoro capace di dialogare con le parole e con la memoria.
Il progetto è diventato così uno spettacolo di teatro-canzone, un “raccontare cantando” dove musica, parola e gesto si fondono. Mi piace pensare a questa forma come a una sorta di prosa evocativa, dove la canzone diventa racconto e il racconto apre nuove possibilità di ascolto.
I protagonisti di questo viaggio sono gli autori della scuola genovese: Bruno Lauzi, Sergio Endrigo, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Gino Paoli e Fabrizio De André. Prima ancora che artisti, poeti. Interpreti dell’esistenza, capaci di raccontare l’amore, la solitudine, le fragilità e le contraddizioni dell’essere umano con una profondità ancora oggi attualissima. La scelta dei brani è nata da un percorso condiviso con Osvaldo. Abbiamo cercato canzoni che avessero un forte legame con le storie personali e artistiche dei cantautori, seguendo un filo narrativo che permettesse al pubblico di entrare nel loro universo. Non era solo un lavoro di rilettura musicale, ma un’indagine sul significato delle parole, sulle atmosfere e sulle emozioni che quei brani continuano a trasmettere dopo tanti anni.
Determinante è il contributo del trio formato da Vince Abbracciante, Nando Di Modugno e Giorgio Vendola. Sono musicisti straordinari, con una personalità e libertà espressiva rare. Il loro modo di stare nella musica, di ascoltarsi e creare continuamente nuovi equilibri ha dato al progetto un suono originale e profondamente umano.
Sono legata a questi cantautori perché hanno avuto un’influenza profonda sul mio modo di sentire la musica, la loro attenzione alla parola, il fraseggio, il rapporto tra testo e melodia, la capacità di trasformare una canzone in un racconto universale. “Io che amo solo te” è nato proprio da questo sentimento: custodire e condividere una bellezza che continua a parlarci ancora oggi.
Il progetto ha ottenuto il patrocinio ufficiale di Viadelcampo29rosso che ha come missione la conservazione del patrimonio culturale e musicale della “scuola genovese”. Un riconoscimento prestigioso che pone l’attenzione sull’importanza di preservare le nostre radici musicali e penso anche alla musica napoletana, siciliana, salentina…
Ricevere il patrocinio ufficiale di “ViadelCampo29rosso” è un riconoscimento di grande valore, perché conferma che il progetto non è soltanto una rilettura musicale, ma un lavoro di memoria e di ricerca. L’idea di custodire e tramandare un patrimonio culturale appartiene profondamente al senso di questo spettacolo, riportare attenzione su storie, parole e melodie che fanno parte della nostra identità.
La musica d’autore genovese ha rappresentato una rivoluzione culturale straordinaria. Artisti e poeti, interpreti del loro tempo, in grado di unire profondità letteraria e sensibilità musicale. Raccontarli significa anche interrogarsi su ciò che la musica può ancora dire oggi, sul suo ruolo nel conservare la memoria collettiva.
Credo molto nel valore delle radici musicali di ogni territorio. L’Italia è un Paese ricchissimo di linguaggi, tradizioni e forme espressive, penso alla grande scuola napoletana, alla musica siciliana, alla tradizione salentina, accanto a tante altre realtà che custodiscono un patrimonio immenso. Ogni territorio ha una propria voce, un proprio modo di raccontare l’amore, il dolore, la festa, la vita quotidiana. Preservare queste radici non significa guardare al passato con nostalgia, ma permettere a quelle esperienze di continuare a dialogare con il presente e con le nuove generazioni. La musica vive proprio perché continua a essere reinterpretata, attraversata e fatta nuovamente emozione.
In fondo è questo che cerco di fare anche con i miei progetti, creare un ponte tra memoria e contemporaneità, perché le grandi storie, quando sono autentiche, continuano sempre a trovare nuove voci.
Quale pensa sia il segreto di uno spettacolo che ha superato le cento repliche viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, quali emozioni ogni volta che apre quella valigia sul palco…
Il segreto di questo spettacolo risiede nella sua necessità. Non nel desiderio di riproporre canzoni, ma nella domanda su cosa, di quel patrimonio così importante, possa ancora parlare a una voce diversa e al pubblico di oggi. “Io Che Amo Solo Te. Le voci di Genova” è un cammino costruito replica dopo replica, palco dopo palco, attraverso incontri, luoghi e ascolti sempre nuovi. La sua forza risiede proprio nel fatto di non essere una celebrazione nostalgica, ma una ricerca ancora viva, entrare nelle canzoni, nelle parole e nelle storie dei cantautori per restituirne il senso più profondo.
La scuola genovese ha rappresentato un momento straordinario della musica italiana. Un momento in cui la canzone diventa racconto, poesia, coscienza e sguardo sull’essere umano. Sostengo fermamente che questo movimento arriva ancora oggi, giacchè restituisce temi universali come l’amore, la solitudine, le fragilità, il desiderio di comprendere il mondo e le persone che lo abitano.
Ogni volta che apro la valigia sul palco provo un’emozione particolare, perché dentro non ci sono soltanto gli oggetti di scena, c’è il viaggio fatto fino a quel momento, ci sono le storie dei cantautori che raccontiamo, il lavoro condiviso con Osvaldo Piliego, Vince Abbracciante, Nando Di Modugno e Giorgio Vendola, la cura della regia di Riccardo Lanzarone e tutte le persone incontrate lungo questo cammino.
Quella valigia è diventata quasi un simbolo di memoria e possibilità. Ogni sera si apre davanti a un pubblico diverso e ogni volta il racconto può assumere una sfumatura nuova. È questa la bellezza del teatro e della musica dal vivo: nulla è mai completamente uguale.
Le cento repliche non rappresentano un traguardo numerico, ma la conferma che quando una ricerca nasce da un’autentica esigenza artistica può trasformarsi in uno spazio condiviso, capace di creare riconoscimento e appartenenza.
Questo spettacolo mi ha ricordato continuamente che la musica non è un ornamento, ma una forma di conoscenza. Quando una canzone custodisce una verità profonda, non si esaurisce mai, continua a chiedere di essere ascoltata, riletta e raccontata.

Cantautori della Scuola Genovese a parte, chi sono oggi gli artisti che apprezzi particolarmente.
È difficile fare un elenco, il mio ascolto è ampio e attraversa mondi diversi. Più che gli artisti in sé, mi attirano sempre la ricerca, la profondità della scrittura e il modo in cui una voce riesce a dare senso alle parole.
Tra gli artisti contemporanei apprezzo molto Andrea Laszlo De Simone, per la capacità di costruire un universo poetico e sonoro molto personale, in cui la canzone si apre a una dimensione di ascolto immersiva. Sento vicina anche una certa tradizione del cantautorato italiano che ha dato vita a una stagione di grande attenzione alla parola, penso a Niccolò Fabi e, su un altro versante, a Samuele Bersani, capaci entrambi di unire sensibilità, profondità letteraria e cura del testo. Mi intriga sempre chi riesce ancora a dare alla canzone un valore narrativo e di senso, chi sa abitare il testo con intelligenza e poesia.
Ma il mio ascolto è davvero molto vasto, spazia dalla musica d’autore al jazz, dalla ricerca sonora alle voci che hanno qualcosa di autentico da raccontare. Forse il vero filo conduttore è proprio questo restituire importanza alla parola, perché per me una canzone nasce quando musica e testo riescono a diventare una cosa sola.
Non solo cantante ma anche autrice di pubblicazioni editoriali e saggi. Dedicati a Norma Winstone e Billie Holiday , (entrambi pubblicati nel 2025); un saggio critico musicale sulla musica di Charlie Parker e un’analisi su Love and Peace – A Tribute to Horace Silver di Dee Dee Bridgewater…L’importanza di mettere nero su bianco oltre che seguire le note sul pentagramma…
Scrivere è un’altra forma di ascolto. La musica non vive soltanto attraverso l’esecuzione, ma anche la riflessione, la ricerca e la necessità di comprendere più profondamente ciò che ascoltiamo e ciò che interpretiamo.
Mettere nero su bianco quello che una musica suscita significa fermarsi, osservare e provare a restituire un pensiero, un contesto, una visione. È un percorso che sento molto vicino al mio modo di essere artista. La voce e la scrittura sono due strumenti diversi, ma nascono dalla stessa esigenza, quella di entrare in relazione con la musica.
In questo percorso è centrale anche la mia indole storico-musicale, ho sempre avuto una naturale curiosità verso il contesto in cui nascono le opere, le biografie degli artisti, i movimenti culturali, le connessioni tra epoche e linguaggi. Non mi basta ascoltare una musica, sento il bisogno di comprenderne le radici, il pensiero che l’ha generata e il mondo umano che le sta intorno.
Le pubblicazioni dedicate a figure come Norma Winstone e Billie Holiday nascono da una forte necessità di approfondimento, non soltanto raccontare delle grandi artiste, ma cercare di comprendere il loro linguaggio, la loro poetica, il modo in cui hanno trasformato la voce in una forma di espressione unica.
Lo stesso vale per gli studi dedicati a Charlie Parker e a Horace Silver attraverso il lavoro di Dee Dee Bridgewater. Sono occasioni per indagare la musica jazz nella sua complessità, nella sua storia e nella sua capacità di continuare a generare nuove letture.
Un musicista deve coltivare sempre la curiosità. La tecnica, lo studio dello strumento e il lavoro sul pentagramma sono fondamentali, ma altrettanto importante è sviluppare uno sguardo critico e una consapevolezza culturale. La musica è fatta di suoni, ma anche di storie, incontri, pensiero e memoria.
Scrivere mi permette di dare una forma ulteriore a ciò che vivo attraverso il canto, è un modo per condividere un ascolto e, allo stesso tempo, continuare il mio personale viaggio nella musica.

In un mondo canoro sempre più contaminato da sofisticazioni tecnologiche, quale valore ha ancora saper utilizzare lo strumento “voce”?
Oggi, in un tempo in cui la tecnologia può modificare, correggere e trasformare il suono, la voce umana mantiene un valore ancora più prezioso: l’autenticità. La voce è lo strumento più personale che possediamo, porta con sé il respiro, il corpo, la storia e l’identità di chi canta.
La mia ricerca sulla voce è sempre andata nella direzione della naturalezza, cercando un rapporto sincero con la forma canzone, senza espedienti o forzature. Nel tempo ho cercato di affinare sempre più l’ascolto dei colori, degli accenti, del ritmo interno della frase e della relazione profonda tra melodia e parola.
Cantare significa porgere la parola. La voce non è soltanto emissione sonora o virtuosismo tecnico, è uno strumento narrativo. Una canzone vive quando riesce a raccontare qualcosa, quando chi interpreta sa entrare dentro il significato di un testo e restituirlo con verità.
L’ascolto è stato il mio primo grande maestro, ha formato la mia sensibilità e alimentato quella curiosità che mi accompagna ancora oggi. Ho sempre sentito il bisogno di comprendere non solo come fosse fatta una musica, ma perché fosse nata, quale storia custodisse e quale emozione potesse trasmettere.
La voce, per me, è territorio di ricerca continua, significa abitare la parola, assecondarne il ritmo, modellare il fiato, trovare il colore giusto affinché il suono diventi espressione poetica. È un percorso artigianale, fatto di studio e consapevolezza, ma anche di ascolto interiore.
Il confine tra cantante e narratore è molto sottile. Io mi sento entrambe le cose, sono canto e parola. Le note sono fondamentali, ma è attraverso la parola che la musica incontra l’essere umano. E una voce, quando è veramente vissuta, non può essere sostituita da nessuna tecnologia, perché porta con sé qualcosa di irripetibile: la presenza.
Sicuramente avere una voce cristallina capace di raggiungere le note più alte è puro talento ma come si conserva e si “allena” la voce?
Il talento è sicuramente un dono, ma una voce, per mantenersi viva e libera nel tempo, ha bisogno di cura, disciplina e consapevolezza. La voce è uno strumento molto particolare, è parte del corpo, richiede attenzione, ascolto e rispetto dei propri equilibri.
Il mio percorso mi ha insegnato che non basta possedere una buona predisposizione naturale, bisogna studiare, allenarsi e continuare a conoscere il proprio strumento. La tecnica vocale è una ricerca continua, fatta di respirazione, postura, ascolto, esercizio quotidiano e capacità di riconoscere i propri limiti.
Anche lo stile di vita ha un ruolo importante. Cerco di seguire un’alimentazione adeguata e di mantenere una buona preparazione fisica, perché il canto coinvolge tutto il corpo. Un cantante è un “atleta del palcoscenico”, la performance richiede energia, resistenza, concentrazione e una grande presenza fisica, soprattutto quando si affrontano concerti, tournée e repertori impegnativi.
Allo stesso tempo credo che la voce non debba essere soltanto allenata, ma anche nutrita attraverso l’ascolto e l’esperienza. Una voce cresce con la musica che si attraversa, con le storie che si raccontano, con la capacità di dare significato a ogni frase.
Conservare la voce significa quindi custodire uno strumento, ma anche continuare a farlo evolvere. La tecnica è il mezzo, ma è l’emozione a darle vita. Una voce non deve soltanto arrivare alle note più alte, deve arrivare alle persone.
Melodia e voce sono indispensabili per costruire una carriera di successo ma quanto conta anche la scrittura o la scelta del testo da cantare? (penso alla povertà culturale dei testi di molte canzoni
La parola ha un valore fondamentale. Una grande melodia può arrivare immediatamente all’ascoltatore, una bella voce può emozionare, ma è il testo a dare spesso profondità e memoria a una canzone. La musica è un linguaggio fatto di suono e significato, quando questi due elementi si incontrano nasce qualcosa che può rimanere nel tempo. Ho sempre avuto un’attenzione particolare per la scrittura, perché credo che cantare significhi prima di tutto abitare una storia. Non riesco a pensare alla voce come a un semplice strumento melodico, la voce deve essere al servizio della parola, deve comprenderla, rispettarne il peso, il ritmo e le sfumature.
Viviamo un periodo in cui molte canzoni puntano soprattutto sull’immediatezza e sulla capacità di arrivare velocemente al pubblico. Non credo che questo sia necessariamente un limite, perché ogni epoca ha i propri linguaggi, ma sento la mancanza, in molti casi, di una maggiore cura nella scrittura, nella ricerca delle immagini, nella profondità dei contenuti. Una canzone può essere semplice senza essere povera, la semplicità dei grandi autori nasce spesso da una grande consapevolezza. La storia della musica italiana ci ha lasciato esempi straordinari di come una canzone possa diventare letteratura, memoria collettiva, racconto umano. Penso ai grandi cantautori, capaci di trasformare poche parole in universi emotivi. Anche nella scelta di un brano da interpretare cerco sempre qualcosa che abbia una necessità, una storia che sento vicina, una parola che mi appartiene, un’emozione che posso restituire con sincerità. Perché una canzone non è solo ciò che viene cantato, ma ciò che riesce a lasciare dentro chi ascolta.
C’è un’artista cui vorrebbe rendere omaggio in un futuro lavoro? Può anticiparci qualcosa sui prossimi progetti?
Ogni incontro musicale che mi ha attraversato ha lasciato una traccia e, quando nasce il desiderio di dedicare un progetto a un artista, non è mai una scelta casuale, deve esserci una necessità, una vicinanza di pensiero, un mondo poetico in cui riconoscersi.
Sto lavorando a un nuovo progetto discografico, ancora in fase di ricerca e costruzione, che vedrà la luce nel 2027, un anno per me particolarmente significativo perché coincide con i trent’anni di carriera artistica, iniziata nel 1997. Sarà un lavoro che arriva in un momento di grande maturità e consapevolezza del percorso, una nuova tappa di un viaggio iniziato molti anni fa e costruito attraverso incontri, ascolti, ricerca e trasformazioni.
Sarà un lavoro dedicato a un artista dalla scrittura intensa, capace di attraversare zone profonde dell’animo umano, dove convivono ombra e luce, fragilità e forza, poesia e racconto.
Come nei miei lavori precedenti, non mi interessa una semplice rilettura del repertorio, ma cercare un dialogo con quell’universo artistico, comprendere ciò che quelle canzoni raccontano e trovare una mia chiave interpretativa attraverso la voce e il linguaggio musicale.
Per ora preferisco custodire ancora un po’ il mistero, perché i progetti hanno bisogno del loro tempo per maturare. Sarà un viaggio dentro parole importanti e dentro una musica che continua a interrogare.



