Atlantide

Dopo il recente volume “Atlantide e le Colonne d’Ercole” del micenologo Rosario Vieni pubblicato dalla Capone Editore

Ogni Luogo ha il suo probabile

 

di Francesco Pasca

Platone è ancora in corsa nella Storia e, sommessamente, urla per l’ottenimento della Verità, oppure è più semplicemente in corsa con un grido teso alla risoluzione di un problema? Nella sua fede metafisica il “concetto di probabile” diviene così il Luogo logicizzato, reso credibile dal puro apprendere che può essere stato pensato e raggiunto, proprio come avviene in un’asserzione concatenata che conduce, quindi, Vera. Il ricordare un episodio o quanto è stato detto, per Platone, è l’apprendere latente di quel “ricordo”, è il sapere prenatale che comunque esiste attraverso la rapsodia della memoria. È l’essere certi dell’a priori. Platone sa che, come per ogni Luogo, si ha bisogno di un accesso. Questo varco d’ingresso, allora diventa la possibilità di attraversarlo e di poter affluire nel probabile e poi nel certo. Quel luogo di attraversamento si chiama: “Colonne d’Ercole”, il probabile prende il nome di Atlantide. Da questo momento in poi, come per i tanti, anche per Rosario Vieni, il messinese filologo di dottrina scientifica e micenologo “eretico”, il volume si titola con il tandem di: “Atlantide e le Colonne d’Ercole”. Come suggerisce Platone, se vi sono le Colonne d’Ercole vi è anche Atlantide. Non resta quindi che scoprire quel varco, il resto è di conseguenza. Il mondo europeo ha bisogno di non rinunciare al sapere e con l’agire nell’Idea platonica vuole far divenire possibile la fondazione del sapere. È così che, Capone Editore con questa edizione ha voluto arricchire il suo già numeroso catalogo di opere divulgative e pregiate nella loro forma e sostanza. Le pagine di questo volume sono 136 e recano numerose immagini esplicative. In Appendice, poi, ben 190 sono le note utili per approfondimenti e rimandi.

L’autore inizia con il classico: ”c’era una volta il mito”. Per il lettore è come trovare e lanciare l’a priori platonico. Per l’autore è l’indicare e lasciare momentaneamente sospeso l’argomento per poi dare necessità al racconto, al poi, e, da quel di lì, tutto accade, appunto. In quel “c’era …” s’immerge subito il lettore. L’argomento è invitante. Come se non bastasse, poi, quasi a ulteriormente incuriosire, il sottotitolo: ”un dibattito sempre aperto”. Quindi non è la soluzione, ma l’affluire lento nel probabile che può in un iter divenire l’a priori, divenire il Nugae di pag.49. Come nei Vangeli apocrifi, l’autore sottolinea:«alza un legno e lì troverai, alza un sasso e lì mi troverai…» É sottintendere: «varca quel confine e troverai».  L’Autore indica l’ombelico del mare e da pag. 3 a pag. 53 lo suppone in un valore che non è scritto ma tramandato dall’oralità, unico veicolo possibile da far affluire nel gesto che da oralità diventa coralità, è il passare dalla geometria piana alla geometria dei solidi. La concretezza universale che passa con la ritmica cosmica dell’architettura templare in cui tutto può essere convogliato, tutto può contenere, dal mito al dominio sui mari, dalla terraferma del Mediterraneo alla navigazione a vista di una rotta tracciabile dall’intuizione che conduce al fenomeno Egeo. Ma dov’è Atlantide e, prim’ancora, dov’è il varco che conduce? Come detto, l’autore è di dottrina scientifica. Il Wurmiano lo spinge inesorabilmente alla ricerca del fenomeno che oggi a noi si nasconde, ed ecco l’intuizione nel riconoscere il probabile affiorare di una nuova terraferma in un Mare Nostrum ancora lontano dall’essere solcato dal “popolo di navigatori santi e poeti”, ma ugualmente  solcato dai legni dei padroni di tutte le coste bagnate dal Mediterraneo e suddiviso in due sacche dal Canale di Sicilia che, secondo Vieni, è il Luogo di quel varco. L’ê èχo thàlassa diviene il testimoniato “Oceano” o l’Atlantico. Le argomentazioni le lascio al lettore che voglia continuare quel dibattito, come detto prima, “aperto”. Tutte le testimonianze scritte sono valide conduttrici in un unico porto. Da segnalare una sola testimonianza, quella di pag.64, che non trova conforto nella scientificità dichiarata dallo stesso autore. L’immagine è confutabile sia nell’affermazione che nella proposta visiva. Chi mi conosce sa che, inevitabilmente, griderei al “falso” e qualche mio buon amico ne sorriderebbe. In Archeologia, purtroppo, le forzature sono numerose e a mio avviso è scienza ancora troppo giovane per poter fare delle affermazioni che non lascino il tempo che trovano e, di quel tempo, se ne manipolano tutt’oggi le informazioni, e, se tutto va bene, si trasformano e rimangono nella casistica, da parte di alcuni, del classico motto pungente o arguto, nella battuta di spirito, spesso provocatoria e paradossale, la Boutade. Purtroppo vi sono delle informazioni, per l’appunto “false” che rimandano soltanto all’opportunismo della speculazione e del tornaconto personale. Ma questa è un’altra storia e non appartiene a questo contesto. Il libro merita di essere letto. L’autore pistoiese di origini siciliane si è cimentato con l’argomento che appassiona ed induce alla rilettura di un Mito da appurare e farne diventare la Storia. Interessanti le appendici A e B così come le note a conclusione del testo.

 

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