Sulle montagne di Marco Pantani ricordando Gianni Mura

Omaggio al giornalista che ha raccontato in Italia lo Sport
e i suoi protagonisti

di Stefano Cambò

Il 21 marzo, mentre tutta l’Italia era assediata dal terribile coronavirus, ci ha lasciato Gianni Mura la storica penna del giornalismo sportivo italiano.
Da sempre i suoi articoli sono apparsi sulle testate dei più importanti tabloid della nostra amata Penisola (soprattutto su La Repubblica e La Gazzetta dello Sport).
Eppure il suo nome, volente o nolente, si lega indissolubilmente a quello di un grande campione del ciclismo.
Sì, perché non si può parlare di Gianni Mura senza non ricordare Marco Pantani, proprio oggi che il mitico scalatore romagnolo avrebbe compiuto cinquant’anni.


E sono passati esattamente ventidue anni, da quando fece impazzire la nazione intera con le sue prodezze in sella ad una bicicletta da corsa, mentre il giornalista dall’interno del suo gabbiotto ne esaltava le gesta sui suoi memorabili articoli.
Nel 1998 infatti, “Pantadattilo” come lo aveva da sempre battezzato Gianni Mura, si aggiudicò prima il Giro d’Italia nel mese di maggio e poi il Tour de France a luglio, mettendo a segno un’impresa sportiva che ancora oggi, molti campioni delle due ruote, cercano invano di imitare (dopo Alberto Contador e Nairo Quintana, ci ha provato inutilmente anche il fuoriclasse Christopher Froome).


Quella del pirata, il soprannome che lo ha sempre identificato, è una storia ormai conosciuta da tutti, amanti della bicicletta e non.
Spesso associata ingiustamente a fatti di cronaca, che poco centrano con lo sport ed in particolare con il mondo del ciclismo.
Perché, prima di essere un uomo con tutte le debolezze del caso, Marco Pantani è stato un campione che ha dimostrato sulla strada il suo valore entrando nel mito grazie sopratutto a quelle imprese che hanno emozionato milioni di appassionati.
E per quanto gli anni possano sembrare un giudice implacabile, oggi come allora, rimangono le sue montagne a fare da cornice perfetta a quello che a maggio diventa il palcoscenico naturale perfetto per tutti i grandi campioni del ciclismo.
Perché il Giro d’Italia come il Tour de France e la Vuelta d’Espana, fanno parte della nostra storia.
Ad essi sono associati fatti ed eventi che hanno segnato il corso delle stagioni, per non parlare delle immagini che racchiudono un fascino unico ed indescrivibile.
Nel secondo dopoguerra, fu proprio la vittoria del grande Gino Bartali sulle salite transalpine a ridare speranza al nostro Paese martoriato dai conflitti interni, per non parlare della sua storica rivalità con Fausto Coppi immortalata per sempre nell’indimenticabile fotografia del passaggio di borraccia.
E tutti lì a chiedersi chi avesse compiuto il gesto, come dei veri tifosi pronti a simpatizzare per l’uno o l’altro campione.
Perché il ciclismo è questo, l’essenza stessa della vita racchiusa nelle gesta di uomini che sulle salite più arcigne hanno impresso le loro vittorie più belle, diventando con il passare degli anni l’emblema stesso dello sport.
E proprio ripercorrendo le orme di questi giganti, che oggi riviviamo grazie agli articoli del maestro Gianni Mura, le imprese dello scalatore romagnolo soffermandoci sulle salite e le montagne che lo hanno visto trionfare negli anni.
Era il 1994, quando il Pirata si fece notare per la prima volta sulle nostre strade.
In una calda e anomala giornata di fine maggio, al Giro d’Italia si scalava il terribile Passo del Mortirolo (ancora oggi considerata la Montagna Pantani per antonomasia).
In maglia rosa c’era il russo Evgenij Berzin (che a sorpresa andrà ad aggiudicarsi quella edizione della corsa a tappe), mentre alle sue spalle il campione spagnolo Miguel Indurain provava a tenergli testa in un duello per nulla scontato.
Sulle prime rampe della salita, succede però quello che non ti aspetti.
Un piccolo scalatore (vincitore della frazione del giorno prima), scatta all’improvviso sui pedali e in meno di trenta secondi fa il vuoto alle sue spalle.
Dopo qualche chilometro, tutti i pronostici vengono ribaltati e per quanto difficile da credere, il campione Miguel Indurain va per la prima volta in seria difficoltà.
La maglia rosa riesce comunque a limitare i danni, anche se al traguardo di tappa pagherà dazio al giovane Marco Pantani che suo malgrado, nonostante l’impresa di giornata, arriverà poi secondo nella classifica finale di quel Giro d’Italia.
L’anno successivo, lo scalatore romagnolo causa un infortunio, disputerà solo il Tour de France.
Non riuscirà a bissare il podio dell’anno prima, eppure chissà per quale motivo, entrerà lo stesso nei cuori dei tifosi transalpini con un’impresa sportiva ancora oggi celebrata ed osannata.
Perché quel caldo giorno di metà luglio, alla Grand Boucle si scalava la mitica Alpe D’Huez e quello stesso giorno Marco Pantani scatterà in faccia ai suoi avversari, andando a riprendere ad uno ad uno tutti i fuggitivi arrivando a braccia alzate sul traguardo finale di tappa (la stessa cosa succederà nel 1997 in una doppietta che ancora oggi mette i brividi).
Ma per l’apoteosi vera, quella che lo consacrerà per sempre nell’olimpo del ciclismo, dobbiamo aspettare ancora un anno.
Era infatti il 1998, quando Marco Pantani prende di nuovo parte al Giro d’Italia.
I pronostici della vigilia non gli vanno incontro, perché secondo gli appassionati, il vero favorito per la maglia rosa di quell’anno è lo svizzero Alex Zulle.
Eppure sulle prime rampe che salgono sul famoso Passo Fedaia (La Marmolada), succede l’imprevedibile.
Lo scalatore romagnolo scatta sulle arcigne pendenze e in pochi minuti fa il vuoto, mettendo in difficoltà tutti i suoi avversari.
A fine giornata la classifica viene completamente ribaltata e il favorito della vigilia, dovrà addirittura ritirarsi da lì ad un paio di giorni.
A quel punto l’avversario principale diventa Pavel Tonkov, il russo che aveva centrato il successo al Giro D’Italia nel 1996.
In uno scontro faccia a faccia epico, Marco Pantani negli ultimi chilometri della salita che porta a Plan di Montecampione, riesce a liberarsi finalmente del suo avversario andando a cogliere la sua prima vittoria in maglia rosa (da applausi la telecronaca a tal proposito dello storico commentatore Rai Adriano Dezan).
Per tutti gli appassionati e i tifosi del Pirata è finalmente la consacrazione definitiva del campione.
Ma come nelle grandi storie succede che, a pochi giorni dalla gloriosa vittoria del Giro d’Italia, il patron della squadra che tiene sotto contratto Marco Pantani muore, e lo scalatore romagnolo si sentirà in dovere di andare a correre per onorare la sua memoria anche il Tour de France.
Nonostante i pronostici sono completamente a suo sfavore, il ciclista tenta lo stesso l’assalto alla maglia gialla indossata con spavalderia dal campione tedesco Jan Ullrich, pronto a bissare il successo dell’anno precedente.
In una giornata da leggenda (con tanto di pioggia copiosa nonostante fosse luglio), Marco Pantani a metà salita del terribile Col du Galibier, scatta in faccia al suo avversario che rimane impassibile.
In breve tempo i secondi guadagnati, si trasformano in minuti e il distacco in classifica generale si accorcia fino al traguardo di tappa dove, lo scalatore romagnolo (con tanto di bandana in quell’occasione), vincerà a braccia alzate e si prenderà tra l’entusiasmo dei tifosi, la maglia gialla portandola fino a Parigi.
Da quel momento, inizia la leggenda del Pirata!
Perché quello che succede dopo non importa, e nonostante gli anni e alcune vittorie prestigiose (la famosa scalata al Santuario d’Oropa nel 1999 con il salto di catena e il testa a testa sulle rampe del mitico Mont Ventoux con Lance Armstrong), negli occhi dei tifosi rimane fissa ed indelebile quell’immagine in particolare.
Quella appunto di un campione mai domo, bagnato e stravolto dalla fatica, che sotto la pioggia battente fa un piccolo sospiro di sollievo mentre alza le braccia al cielo in segno di vittoria.

1998 Giro d’Italia – Stage 19 (Cavalese to Plan di Montecampione) – Marco Pantani

Galibier

Come se non bastasse piove
E questo complica di molto le cose.

Siamo rimasti un pugno di uomini
Su questa strada che si inerpica verso l’alto.

Sui nostri visi si legge la fatica
Mentre gli occhi sono fissi sull’asfalto bagnato.
Una lingua nera che non finisce mai
E sale su
Sempre più su.

Non c’è più tempo per pensare
Bisogna agire!
Prendere il coraggio tra le mani
E lanciarsi a capofitto in avanti.

L’istinto mi ordina di partire
La ragione invece di aspettare.
Ma chi aspetta non entra nella leggenda.
E qui signori miei
Si fa la storia del Tour!

Quindi
Forza Marco
È arrivato il momento di darsi da fare
Alzare le gambe e scattare!
Perché i tifosi non aspettano altro.

Perché la gloria è effimera
La gloria è istantanea.
Bisogna coglierla al momento giusto.

Dopotutto gli Eroi non esistono
Esistono solo gli uomini
E questa maledetta salita
Che non finisce mai
E si chiama Galibier!

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